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L’importanza del volontariato per mettere a fuoco la realtà e scardinare i pregiudizi
Fonte: Il mattino
23-02-2008 18:18:28
23/02/2008
L’importanza del volontariato per mettere a fuoco la realtà e scardinare i pregiudizi
PATRIZIA CAPUANO Pozzuoli. «Dietro le sbarre del carcere femminile di Pozzuoli ci sono 140 detenute. Ognuna ha una storia frantumata e una vita da ricostruire, cui bisogna donare sostegno per ricominciare». Queste le parole del direttore della Caritas Diocesana e cappellano della casa circondariale di Pozzuoli, don Fernando Carannante in apertura del convegno «L’importanza del volontariato all’interno delle carceri». Ieri, durante una giornata di studi nel Seminario Maggiore, è stato delineato il difficile percorso che unisce le condizioni della vita dei reclusi con il volontariato e il rispetto dei diritti umani. «Bisogna mettere a fuoco la realtà nel carcere, avvicinarsi alle singole storie e scardinare soprattutto i pregiudizi», spiega invece don Paolo Auricchio, vicario Diocesi di Pozzuoli e cappellano nel carcere minorile di Nisida. A moderare il dibattito, Luciano Scateni, che in un suo intervento ha sottolineato: «C’è da riflettere molto sulle capacità della società nel sostenere queste persone». Fondamentale dunque è il contributo del volontariato. «Occorre forza – racconta Maria Gaita dell’associazione Febe e volontaria nel carcere di Pozzuoli – per permettere a queste donne di illuminare la parte più buia di se stesse e della loro vita». Al summit ha partecipato anche l’Itis di Pozzuoli. Particolare interesse tra gli alunni ha suscitato la testimonianza di David Atwood, fondatore della Coalizione Texana per l’abolizione della pena di morte. «In 25 anni - spiega Atwood - negli Usa sono state eseguite mille esecuzioni. Due milioni le persone in carcere e 3mila nel braccio della morte. La mentalità però sta cambiando: il 60 per cento dei cittadini si è dichiarato a favore di una pena alternativa all’esecuzione capitale». Michela Mancini, socio fondatore della Coalizione italiana contro la pena di morte e presidente della cooperativa Città dell’Essere afferma: «Non si muore solo con una condanna a morte. L'emarginazione e le condizioni nelle nostre carceri conducono i detenuti ad una morte lenta». La conclusione, infine, è stata affidata al vescovo di Pozzuoli, monsignor Gennaro Pascarella, che ha sottolineato il fondamentale contributo del volontariato. Il convegno è stato realizzato dall’associazione Angeli Flegrei, Campi Flegrei Terzo Settore, Città dell’Essere, Febe, Caritas Diocesana di Pozzuoli e la Coalizione contro la pena di morte con il Centro Servizi per il Volontariato.
http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20080223&ediz=CIRC_NORD&npag=45&file=B.xml&type=STANDA
Una vita con i detenuti dall'Italia all'America
Fonte: Repubblica
23-02-2008 18:16:32
di Tiziana Cozzi
La prima volta che è andata in Texas era in viaggio di nozze. «Pensavo fosse l´unica possibilità per me di incontrare il mio amico,condannato alla pena di morte. Michela Mancini, napoletana di 33 anni è una volontaria di ferro che da 12 anni scambia lettere e compagnia con i detenuti Usa rinchiusi nel braccio della morte. La sua storia sarà una delle testimonianze chiave dell´incontro di oggi al Villaggio del fanciullo di Pozzuoli (via Campi Flegrei, 12), organizzato dalle associazioni. Esperienze di volontariato nelle carceri italiane, raccontate con video-testimonianze e racconti choc di detenuti italiani e di quelli americani, alla presenza di David Atwood, Stefania Tallei, Carlo Alberto Romano, Arianna Ballotta, Gianni Pizzera. Ma anche le storie di vita delle detenute del carcere di Pozzuoli.
I volontari fanno quello che possono, laboratori di teatro, corsi di scrittura, provano a regalare un po´ di vita normale. «Vorremmo riportare le esperienze di eccellenza che ci sono al Nord. Lì lavorano, producono materiali, li mettono sul mercato. Pozzuoli è zona di pescatori, le nostre detenute potrebbero produrre le nasse, le reti da pesca». Anche con la corrispondenza qui c´è un trend al contrario, gli studenti al Nord corrispondono con i detenuti, qui le esperienze sono pochissime.
La storia di Michela è emblematica. A 21 anni entra per la prima volta nel carcere di massima sicurezza di Huntsville, in Texas, poi assiste a due esecuzioni. «Sei gli occhi di queste persone all´esterno, ti danno la loro anima e poi quando ti chiedono: "Sto per morire, stammi vicino", puoi mai tirarti indietro?». Da allora, Michela - vicepresidente della coalizione contro la pena di morte e presidente della cooperativa "Città dell´Essere" di Pozzuoli" - ha fatto tanta strada nell´universo dell´assistenza ai detenuti. Nel 2000 si è battuta per dimostrare l´innocenza di Richard Jones, poi contro la condanna di Jo Kennon. Per lui contattò Enzo Biagi. «Mi ascoltò con attenzione e mi disse: "Vado in Texas a intervistarlo».
Maria Gaita è una insegnante in pensione che da otto anni passa il sabato pomeriggio con le detenute di Pozzuoli. «Abbiamo un laboratorio di scrittura e di lettura. Qui ci sono nigeriane, algerine, napoletane, albanesi che vivono conflitti e passioni. Sono tranquille se leggono: Valeria Parrella, Almudena Grandes, amano Peppe Lanzetta. Così, attraverso la lettura, donne senza cultura trasferiscono altrove le loro vite negate». Nella casa di pena di Pozzuoli da 30 anni lavora Lina Stanco, anche lei insegnante in pensione. Ogni giorno in carcere, dalle otto alle venti.
(21 febbraio 2008)
http://napoli.repubblica.it/dettaglio/Una-vita-con-i-detenuti-dall%BFItalia-all%BFAmerica/1425995
Invito Assemblea dei Soci Coalit
Fonte:
01-02-2008 11:51:29
Cari soci e simpatizzanti della Coalit,
ad inaugurazione delle attività che intendiamo attivare per l'anno
2008, con la presente, siamo lieti di invitarVi Venerdi' 22
Febbraio 2008 ad un Convegno dal Titolo " L'importanza del
Volontariato all'interno delle Carceri" Finanziato nell'Ambito delle
Attività di Promozione del Centro Sociale per il Volontariato di
Napoli ed organizzato in partenariato con l'Associazione Angeli
Flegrei di Pozzuoli, provincia di Napoli.
Il meeting, tratterà anche delle tematiche legate all'impegno dei
volontari all'interno delle carceri americane, con l'importante
testimonianza di Dave Atwood, referente della Texas Coalition to
Abolish Death Penalty , associazione con la quale la Coalit
collabora proficuamente da anni.
Di seguito, troverete il dettaglio del programma con le indicazioni
del luogo dove si terrà, dei relatori, delle tematiche trattate.
Speriamo che possiate partecipare in tanti!
A seguito di questo convegno, abbiamo indetto per il giorno
successivo, Sabato 23 Febbraio c/o la sede della Cooperativa Città
dell'Essere in Via C. Rufo 20 - Pozzuoli dalle ore 10.00 dalle
14.00 l'assemblea dei soci coalit, un incontro sulla programmazione
delle attività da realizzare nell'anno 2008 in partenariato con
altre associazioni e comitati nazionali e/o territoriali che
intendono lavorare sul tema Pena di Morte,
La convocazione dell'assemblea è aperta a tutti, soci e non soci che
intendono condividere con noi, idee, collaborazioni, campagne,
manifestazioni e progettualità per l'anno 2008
Per l'assemblea coalit e' possibile, inviare preventivamente entro e
non oltre il 18 febbraio le proprie idee e proposte, all'indirizzo
del presidente Arianna Ballotta arianna@linknet.it che provvederà a
selezionarle ad inserirle nel nostro Ordine del Giorno.
Per l'adesione formale ad entrambe gli eventi, tutti i soci, i
simpatizzanti, le associazioni interessate, devono confermare la
propria partecipazione compilando il modulo di iscrizione via mail
attraverso il form on line sul sito www.cittadellessere.it che cura
la segreteria organizzativa, oppure scaricando il modulo cartaceo
dallo stesso sito ed inviandolo via fax al n. 081. 853.14.17 entro
e non oltre il 18 febbraio, aggiungendo nel campo NOTE , la
dicitura: PARTECIPO ALL'ASSEMBLEA COALIT.
Per il pernottamento è possibile prenotare una camera in zona
telefonando direttamente all'Hotel Santa Marta entro il 18 febbraio,
per una notte o per l'intero week-end secondo le disponibilità
dell'Albergo,con tariffe in convenzione con la Coop. Città
dell'Essere indicando all'albergo stesso,di essere un partecipante
al Convegno. Il referente dell'albergo di cui chiedere è Maria
Teresa.
Di seguito troverete le indicazioni complete dell'Albergo e le
tariffe:
Hotel Santa Marta
via Licola Patria, 28 80072 Arco Felice - Pozzuoli (Na)
Italy Tel. 081.8042404
www.santamartahotel.com
santamarta@santamartahotel.com
1. Tariffe Pernottamenti
Camera Singola BB €. 50
Camera Singola HB €. 63
Camera singola FB € 74
Camera Doppia BB €. 60 a camera
Camera Doppia HB €. 41 a persona
Camera Doppia FB € 49 per persona
Per ulteriori informazioni, non esitate a contattarmi all'indirizzo:
info@colit.org
In attesa di incontrarVi da vicino,Vi invio i miei piu' cordiali
saluti.
Michela Mancini
Vicepresidente Coalit.
Convegno: L'importanza del Volontariato all'interno delle Carceri
Fonte:
30-01-2008 16:46:57
Parallelismo Italia-Usa: l’attivismo del Volontariato in materia di Democrazia, Legalità e Pena di Morte
Venerdì 22 febbraio 2008
Pozzuoli (NA)
Villaggio del Fanciullo
Seminario Maggiore
Via Campi Flegrei 12
PROGRAMMA DEL CONVEGNO
- Ore 9.00: Registrazione partecipanti
- Ore 9.30: Accoglienza e saluti
Michela Mancini in rappresentanza delle Associazioni organizzatrici.
Don Paolo Auricchio Vicario Diocesi di Pozzuoli, Cappellano Carcere di Nisida
Don Fermando Carannante Direttore Caritas Diocesana - Cappellano Carcere Femminile di Pozzuoli
Modera: Luciano Scateni - Giornalista
- Ore 10.00: David Atwood - Texas Coalition to Abolish death Penalty
Pena di Morte e Condizioni carcerarie detenuti.
- Ore 11.00 - Coffe break.
- Ore 11.15: Stefania Tallei- Comunità di S.Egidio/World Coalition to abolish D.P.
Il movimento abolizionista internazionale, Prospettive a seguito della moratoria dell'ONU.
- Ore 12.15: Prof. Carlo Alberto Romano - Presidente dell'Associazione "Carcere e Territorio" di Brescia
Attività di supporto culturale ed assistenziale in carcere
- Ore 13.15: Pausa Pranzo
- Ore 14.30: Arianna Ballotta Presidente Coalizione Italiana contro la Pena di morte onlus
Le attività dei Volontari nel movimento abolizionista italiano.
Presentazione del Libro "Texas Death Row Hotel " quale testimonianza del rapporto tra volontari e Richard Jones, detenuto condannato a morte nell'agosto 2000.
- Ore 15.30: Gianni Pizzera Resp. Progetto Carcere Consorzio Naz.le Accordi, Gruppo CGM
Supporto al volontariato alla reintegrazione e all'inserimento socio lavorativo dei detenuti italiani
- Ore 16.30: Testimonianza di volontari nelle carceri territoriali.
Proiezione Filmati e Testimonianze Nazionali ed Internazionali di volontari all'interno delle carceri Italiane e Americane
- Ore 17.00: Domande dai partecipanti
- Ore 18.00: S.E. Mons. Gennaro Pascarella Vescovo di Pozzuoli
Riflessioni Finali e Chiusura lavori
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La partecipazione alla Convention è gratuita e aperta a tutti i soggetti interessati fino al raggiungimento del numero massimo previsto, in caso di esubero di iscrizioni pervenute, entro il 18 febbraio 2008, l'associazione Angeli Flegrei Onlus si riserva il diritto insindacabile, di accettare le iscrizioni pervenute in ordine cronologico.
http://culturaecampagnesociali.cittadellessere.it/paragrafi.asp?sezione=9
Per i soci, gli attivisti e per noi
Fonte: Coalit
19-12-2007 18:08:13
Congratulazioni
gli abolizionisti!
Stamani ho incontrato un gruppo di ragazzi poco più che adolescenti e ho notato il loro sguardo: curioso, interessato, di spessore. Ho pensato: "Ma allora non è vero che i giovani sono solo scatole vuote come spesso i mass media vogliono farci credere!".
L'ho considerato di buon auspicio per le nostre battaglie abolizionste.
C'è in giro la speranza che i diritti umani possano ancora essere al centro della nostra attenzione e non solo perché qualcuno li viola, ma anche perché qualcuno li rispetta. Magari c'è pronta una generazione che comincerà a fare del rispetto dell'uomo un progetto di vita e non
un semplice argomento di solenni e teoriche dichiarazioni.
Ed è stato un ottimo auspicio. Nel tardo pomeriggio, l'Assemblea delle Nazioni Unite ha votato la moratoria delle esecuzioni capitali, confermando quanto era accaduto già nella Terza Commissione alcuni giorni fa.
L'Italia, le associazioni abolizioniste, le diplomazie hanno fatto il miracolo: neanche dieci anni fa le cose sono andate diversamente.
Il pensiero è andato a tutti coloro che hanno sofferto e continuano a
soffrire per la pena di morte: i condannati per i reati più vari
(omicidio, appropriazione indebita, apostasia, solo per dirne alcuni),
le loro famiglie, i parenti delle vittime.
Il passo successivo sarà l'attesa decisione della Corte Suprema statunitense riguardo l'uso dell'iniezione letale. Anche se gli Stati Uniti sono piuttosto
imprevedibili in questo momento, vogliamo sperare che tale decisione
venga influenzata positivamente anche dal responso della votazione
dell'Assemblea delle Nazioni Unite.
Ancora congratulazioni a tutti!
Alessandra Ruberti
Coalit
Tutto iniziò con Paula Cooper e ora l'America dubita del boia
Fonte: Repubblica.it
19-12-2007 12:06:48
Vent'anni fa il caso della giovane nera rimbalzò in Italia
Oggi la Corte Suprema discute sulle esecuzioni
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI
Paula Cooper, foto dal sito Quotidiano.net
WASHINGTON - Il lungo viaggio dell'America che finalmente vacilla lungo la strada della
forca, anche se rimane sorda al grido delle altre nazioni civili, cominciò ventidue anni or sono
in Indiana, quando un'insegnante di dottrina ottantenne aprì la porta a quattro ragazze che le
avevano chiesto di raccontare la Bibbia.
Un'ora più tardi, il marito trovò il corpo di Ruth Pelke dilaniato da 12 coltellate, la sua
vecchia auto rubata e 10 dollari mancanti dal borsellino. L'assassina - la capo branco,
confessò di avere organizzato l'omicidio per fare shopping. Si chiamava Paula Cooper,
aveva 15 anni e quando il giudice pronunciò la condanna a morte, nel 1986, nell'aula
plumbea si sentì soltanto la voce del nonno che l'aveva allevata: "Ammazzano la mia baby,
ammazzano la mia baby".
Non ci furono dubbi, astute difese, neppure alibi sociologici o razziali agitati per lei, ragazza
nera e tormentata da bambina. Ma c'era, in quell'aula del tribunale, un granello di polvere
umana che avrebbe inceppato e poi fermato gli ingranaggi della vendetta di stato. Era il
nipote della vecchietta uccisa, Bill Pelke. Qualcosa scattò, in quest'uomo di trent'anni che
aveva visto la nonna trucidata da una ragazzina. Scattò il meccanismo inverso a quello della
vendetta della vittima, il meccanismo del perdono. Per lo scandalo dei familiari e della
moglie Judy che divorziò, Bill Pelke commise l'errore che i giustizieri non dovrebbero mai
commettere: prese contatto con colei che gli aveva fatto a pezzi la nonna, le parlò, "all'inizio
soltanto per capire" dice ora che vive, profugo di sé stesso, in Alaska. E scoprì, come
accadde a chi scrive quando cominciai a comunicare al telefono con un condannato alle sue
ultime ore, Joseph O'Dell, che per quanto orrendo sia il crimine che hanno commesso,
dentro la tuta arancione della "belva" da sopprimere vive un essere umano.
Bill Pelke da "vittima che pretende la vendetta" si trasformò in missionario per salvare la vita
a chi l'aveva tolta alla persona più cara. La sua campagna uscì dall'America, raggiunse le
televisioni del mondo fino alle trasmissioni popolari italiane della Carrà, accese la miccia di
dimostrazioni di radicali italiani che accolsero il Presidente Reagan nella sua visita a Venezia
per il vertice del G8 nel 1987, provocò una petizione di Giovanni Paolo II e alla fine,
miracolosamente, la commutazione della pena in 60 anni di carcere. Paula Cooper che in
prigione è divenuta, come tanti "mostri", un modello di comportamento studioso (ha preso il
diploma di liceo) uscirà dopo 30 anni scontati, nel 2016. Ora è lei a tenere lezioni di dottrina
in carcere.
La chiave che aprì il cuore del nipote, e che lentamente sta schiudendo l'ottusità vendicativa
di una nazione che comincia a dubitare del valore morale e preventivo del patibolo, fu
l'incontro con i gruppi di sostegno ai parenti delle vittime. Il mito della "soluzione finale", del
senso di giustizia e di chiusura che dovrebbe restituire serenità a padri, madri, sposi, figli, nel
sapere che il colpevole è stato soppresso, gli apparve, appunto, un mito crudele. "Niente
restituisce niente, la morte non è un debito che possa essere saldato con un'altra morte",
scriverà nelle sue memorie, "Il viaggio della speranza".
Comunicare con l'assassina, con la quale scambia ancora lettere, gli diede un senso di
"comprensione che non significa giustificazione", infinitamente più rasserenante. Il caso della
teen ager dell'Indiana fu il primo che agitò la calma greve del consenso per la pena capitale
dopo la sua riammissione nel 1976. Forse fu il suo essere la prima minorenne destinata alla
sedia elettrica che depositò un seme che non sarebbe più stato estirpato, neppure negli anni
della strage in Texas negli anni '90, voluta dal governatore George W. Bush. Per il momento
la macchina dell'omicidio di stato è infatti ferma.
La Corte Suprema ha di fatto bloccato tutto per stabilire la costituzionalità della flebo di
cianuro e curaro. Il New Jersey ha formalizzato ieri l'abolizione della pena capitale e sono
quindi ormai 13, su 50, gli stati dove il boia è andato in pensione. I sondaggi indicano
ancora una maggioranza di cittadini favorevoli, ma quando si chiede se voterebbero per la
forca avendo come alternativa il carcere a vita senza indulti o libertà condizionate, la
maggioranza si inverte e preferisce infliggere il carcere alla morte.
Si insinua, e scava la pietra la certezza, che fra i tre mila reclusi nei bracci della morte ci sia
più di un innocente e dunque innocenti siano stati assassinati in passato. La scorsa settimana,
il North Carolina ha scarcerato Jonathan Hoffman, in attesa dell'iniezione dal 1995. Non è
stato graziato, era proprio innocente, condannato grazie a una falsa testimonianza.
In Tennessee, Michael McCormick, in lista per morire tra sei mesi, ha ricevuto dai test sul
Dna la prova della innocenza nello stupro e omicidio di una donna nel 1985. Nel 1995,
Terry Washington, clinicamente idiota, fu ucciso dopo avere confessato un omicidio, del
quale anni dopo fu trovato il vero colpevole. Si era autoaccusato per "gioco", disse. Il
prossimo appuntamento con il boia sarebbe stato quello di John Spirko in Ohio, il 24
gennaio, condannato 22 anni or sono per l'omicidio di una postina.
Il suo accusatore è un poliziotto, ma i dubbi sono così gravi che per sette volte in vent'anni
l'esecuzione è stata fermata sulla soglia del patibolo. Ora, finalmente, saranno condotti esami
del dna sui reperti del delitto, che la polizia di Cleveland sosteneva di avere smarrito.
La moratoria Onu non fermerà il boia americano, sarà un giorno l'America a fermare il boia,
né il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto votarla perché il cappio sta nella mani dei
singoli stati e neppure si poteva attendere una conversione proprio da Bush, in carica ancora
soltanto per un anno. Il viaggio dell'America verso l'alba continua, nonostante il bel gesto
dell'Onu, ma il buio lungo la strada non è più profondo.
La Vittoria Italiana
Fonte: Repubblica.it
19-12-2007 12:06:10
di ANTONIO CASSESE
L'APPROVAZIONE, a maggioranza assoluta, della risoluzione sulla moratoria della pena di
morte è stata una grande vittoria dell'Europa ma anche e soprattutto dell'Italia, la cui
diplomazia, abilmente diretta dal ministro degli Esteri, ha svolto un'azione intelligente ed
efficacissima a New York. Con la risoluzione si segna un punto fermo in una battaglia di
civiltà.
La risoluzione non obbliga gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali e tanto meno ad
abrogare le leggi nazionali che prevedono la pena capitale. Li esorta a farlo. Ha dunque solo
un alto valore simbolico, è solo uno strumento di pressione morale? No. Essa produrrà
anche importanti effetti pratici, il cui significato si potrà forse percepire soprattutto nel lungo
termine.
Il primo consiste nel fornire un importante strumento di legittimazione politica ai numerosi
Governi che vorrebbero applicare la moratoria o addirittura abolire la pena di morte, ma
sono ostacolati dall'opinione pubblica interna o da alcuni movimenti politico-religiosi, che si
accaniscono a voler punire l'assassinio (ma anche altri reati meno gravi) con la morte.
Questi Governi potranno ora invocare la risoluzione come autorevolissimo avallo, a livello
mondiale, della loro azione a favore della moratoria. Altri Governi, che cominciano ad aver
dubbi sull'opportunità della pena capitale, potranno essere indotti dalla risoluzione ONU a
ridurre almeno il numero di reati implicanti quella pena, o ad introdurre garanzie processuali
efficaci contro ogni arbitrio. Ad esempio di recente la Cina ha limitato il numero di crimini
per cui è comminata quella pena, ed ha attribuito alla Corte Suprema, sottraendola dunque
alle corti locali, ogni decisione finale in materia. Su questa strada la Cina, che pure ha votato
contro la risoluzione e continua ad essere lo Stato con il più alto numero di esecuzioni, potrà
fare altri passi avanti, spinta dalla pressione dell'ONU.
Gli altri effetti pratici la risoluzione li produce nel quadro dell'ONU. D'ora in poi la questione
della pena capitale è iscritta automaticamente all'ordine del giorno di ogni Assemblea
Generale, per essere discussa ogni anno. Dunque, una questione che finora era tabù in seno
ai massimi organi dell'ONU, diviene finalmente oggetto "normale" di dibattito
politico-diplomatico. Si ha finalmente una presa di coscienza collettiva della necessità di
ingerirsi in un recesso finora impenetrabile della sovranità statale, e di parlarne liberamente.
Un altro effetto della risoluzione è che d'ora in poi i vari organi dell'ONU sono
automaticamente autorizzati a "lavorare" ed operare su questo tema. E già si sa che l'Alto
Commissario per i Diritti Umani intende istituire una "task force", anche per assistere i paesi
che vogliono gradualmente introdurre serie limitazioni alla comminazione della pena capitale.
Un altro effetto è non meno importante: d'ora in poi ogni anno il Segretario Generale
dell'ONU dovrà presentare all'Assemblea Generale un rapporto sull'attuazione della
risoluzione approvata ieri: per elaborare questo rapporto, egli dovrà ottenere dagli Stati
membri dati e informazioni sulle esecuzioni capitali, sui reati per cui sono state effettuate,
nonché sui casi di sospensione dell'esecuzione. E così paesi che finora hanno accuratamente
celato quei dati, come la Cina, dove la materia è ancora un segreto di stato, dovranno
fornirli, perché a chiederli non saranno più organizzazioni non governative, ma un
autorevolissimo organo dell'ONU. Si avrà dunque una più accurata e completa informazione
sulla pena di morte nel mondo e una maggiore trasparenza. Ma il fatto stesso di dover dar
conto all'ONU su quel che si fa nel proprio interno, non potrà non costituire, per quei paesi,
un incentivo psicologico e politico notevole ad adoperarsi per sospendere gradualmente
questa pena disumana.
Che la risoluzione sia suscettibile di produrre questi effetti, è anche il risultato dell'abile
strategia adottata dai nostri diplomatici a New York.
Essi, benché sicuri della vittoria al momento della votazione, hanno sagacemente evitato ogni
trionfalismo e il muro contro muro, per prevenire lo scontro diplomatico e l'umiliazione
politica degli avversari. Favorendo invece toni concilianti, isolando i "pasdaran" e
intensificando il dialogo con i moderati, essi hanno privilegiato un'azione volta a convincere i
sostenitori della pena capitale della necessità di discutere pacatamente di questa pena
arcaica, per trovare alternative o almeno limitare la sua portata o rendere la sua esecuzione
meno disumana. Uno dei risultati immediati di questa "offensiva del dialogo" si è visto ieri
stesso: gli avversari della risoluzione hanno rinunciato a tutte le manovre procedurali che
avevano messo in atto un mese fa, in Commissione e - tranne Barbados, Nigeria e
Singapore - non hanno usato toni aggressivi contro la risoluzione.
La risoluzione non è dunque un punto di approdo di una battaglia diplomatica, ma un punto
di partenza, l'inizio di un processo politico-diplomatico da favorire con pazienza e tenacia
per arrivare tra dieci o venti anni alla scomparsa definitiva del boia.
Questo successo della nostra diplomazia dimostra anche che per una media Potenza come
l'Italia, c'è uno spazio importante in politica estera in cui affermarsi. E' uno spazio che si
colloca non nel campo militare, strategico o geopolitico, ma piuttosto in quello della difesa di
valori universali, e della promozione tenace dell'Europa come forte attore ed interlocutore
politico - per ora soprattutto potenziale - a livello planetario.
L'Italia ha conquistato il suo seggio
Fonte: Repubblica.it
19-12-2007 12:05:39
di PAOLO GARIMBERTI
L'Italia ha conquistato oggi quel posto all'Onu per il quale lotta invano da tanti anni,
cercando di arginare le velleità di Paesi economicamente strapotenti come il Giappone,
l'India, lo stesso Brasile. Non è un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza questa
battaglia vinta sulla moratoria per la pena di morte, ma in una certa misura è come se lo
fosse. Perché sono tredici anni che alle Nazioni Unite si tentava, senza riuscirci, di mettere
insieme una maggioranza che convalidasse la moratoria. Mancavano sempre pochi voti, ma
all'Onu le grandi battaglie vengono sempre vinte sul filo di lana.
Paolo Fulci - che è stato per anni il nostro rappresentante al Palazzo di Vetro e ne aveva
studiato a fondo i meccanismi decisionali e le "lobbies" che li guidavano - era solito dire che
al momento decisivo il voto delle Isole Tonga andava conquistato come quello degli Stati
Uniti. E i "Fulci boys", come venivano chiamati i diplomatici della missione italiana di allora,
inseguivano ogni delegato che potesse portare un voto alla causa.
E' con un meccanismo di persuasione simile che l'Italia è arrivata là dove nessuno era
riuscito finora. 104 sì sono un patrimonio difficile da conquistare specie se la causa è così
delicata, ancorché non vincolante. Perché la moratoria finisce dritta contro un principio quasi
sacro, che difatti è stato invocato e sbandierato dai Paesi che hanno proposto la mozione
contraria: quello della non interferenza nella sovranità interna dei Paesi membri dell'Onu.
Il carattere non vincolante, appunto, della risoluzione ha certamente aiutato a superare
l'obiezione. Ma la portata morale dell'approvazione della moratoria è comunque enorme e
l'esultanza da stadio del governo italiano - dal ministro degli Esteri che era sul campo al
presidente del Consiglio - è giustificata: perché il passo di oggi è un gigantesco balzo in
avanti verso l'obiettivo finale: l'abolizione completa delle esecuzioni capitali, che restano una
piaga nel rispetto dei diritti umani della quale si macchiano anche Paesi che vogliono essere
guide morali (come gli Stati Uniti) o economiche (come la Cina, che vi ricorre in misura
massiccia) del mondo globalizzato.
Beccaria all’Onu
Fonte: Avvenire
19-12-2007 12:05:11
DA ROMA PAOLA SPRINGHETTI
« S ignori deputati, ho l’onore di chiedere l’abolizione della pena di morte»: è questa,
probabilmente, la frase più celebre di Robert Badinter. Era il 1981, lui era ministro della
Giustizia, e chiedeva alla Francia di mandare definitivamente in pensione la ghigliottina.
Cosa che, quello stesso anno, si realizzò.
L’altra frase famosa è legata al suo ottimismo senza tentennamenti riguardo questo
problema: «Più in fretta di quanto pensino gli scettici, i nostalgici o i fautori dei supplizi, la
pena di morte è destinata a scomparire dal mondo».
Robert Badinter era ieri era a Roma per la presentazione del suo libro:
Contro la pena di morte (Spirali). E ha accettato di fare il punto della situazione, a poche
ore dalla votazione nell’assemblea dell’Onu (che si svolge oggi) della moratoria sulla pena
di morte proposta e fermamente portata avanti dall’Italia.
Anche sull’esito del voto, tanto per cominciare, è speranzoso: «Credo che la moratoria
verrà approvata, e sarebbe la prima volta che il più alto organismo internazionale si
pronuncia contro. Bisogna riconoscere il merito all’Italia, patria di Beccaria».
La votazione all’Onu avviene pochi giorni dopo che il New Jersey ha abolito la pena
capitale. Questa decisione l’ha sorpresa?
«No. Sono ormai cinque o sei anni che negli Usa si vedono segni che in futuro la pena di
morte scomparirà. Ed è un futuro per me prossimo. Non dimentichiamo che sono 12 gli
Stati della federazione che non accettano la pena di morte, e che in questi Stati la criminalità
grave non è maggiore che in Texas o in Virginia, anzi. Inoltre negli ultimi cinque anni c’è
stato il 50% delle esecuzioni in meno. La Corte Suprema, con una serie di sentenze, ha
ristretto la possibilità di comminare la pena capitale (non è più possibile condannare i minori
e gli incapaci di intendere e di volere), e ultimamente sono in corso indagini sulla morte per
avvelenamento, più crudele e disumana di quello che poteva sembrare.
Contemporaneamente, c’è stata una forte presa di coscienza sul grande numero di errori
giudiziari che hanno portato innocenti nel braccio della morte: basti pensare che il Gover-
natore della Virginia ha graziato tutti quelli che vi erano rinchiusi».
Dunque, il processo è inarrestabile?
«L’evoluzione sarà questa: una moratoria, un attento studio dei casi giudiziari, l’abolizione.
D’altra parte, se si guarda una cartina geografica, si potrà notare che gli Stati che
applicano la pena capitale sono quasi tutti nel Sud, lungo la linea degli Stati secessionisti, che
sono anche quelli in cui vigeva la schiavitù.
Non è casuale».
Si riuscirà ad abolirla anche per i reati di terrorismo, quelli che forse oggi fanno più paura?
«Per il terrorismo la pena di morte non è un deterrente, anzi, rischia di farne il gioco. I
terroristi hanno bisogno di processi pubblici per farsi propaganda, e la pena capitale li
rende eroi, che probabilmente qualcuno sentirà di dover vendicare diventando a sua volta
terrorista. D’altra parte, se uno è disposto a farsi saltare in aria in mezzo alla gente,
difficilmente si spaventerà di fronte al rischio che gli sia comminata la pena di morte. Gli
Stati Europei - pensiamo alla Spagna con l’Eta, all’Italia con le Brigate Rosse e così via - e
lo stesso Israele non hanno mai applicato la pena di morte contro i terroristi».
Il paese in cui si fanno più esecuzioni, comunque, è la Cina: circa 5.000 esecuzioni nel
2006.
«Eppure anche lì comincia a intravedersi un movimento antiabolizionista: non sono
ottimista a oltranza, ma ci sono magistrati, avvocati, giuristi, studenti che cominciano a
pensare che non sia la risposta giusta alla criminalità. Un paio di anni fa il Procuratore
generale della Cina, che non è esattamente un tipo mansueto, mi ha detto che sì, forse la
pena di morte dovrebbe essere abolita, ma che la gente non è pronta. È la classica
motivazione di chi non ci crede più, ma non ha ancora il coraggio di eliminarla. E
comunque negli ultimi anni sono state ridotte le possibilità di comminarla, e sono stati
stabiliti più controlli sulle «È sempre difficile prevedere le reazioni della Cina alle pressioni
internazionali. È probabile che le esecuzioni si fermino nel periodo delle Olimpiadi, in
agosto, ma bisogna vedere che cosa succede dopo. Durante quelle del ’36 la Germania di
Hitler sembrava un paese che non aveva mai visto né il nazismo né la violenza. Comunque
non credo nei boicottaggi, che troppi Paesi non osserverebbero. Credo di più nella
pressione dell’opinione pubblica».
Resta il problema dei Paesi Islamici. Lì c’è qualche prospettiva?
«Gli stati integralisti sono il vero problema. In Iran solo quest’anno ci sono state 400
esecuzioni, molte delle quali di donne. E poi c’è l’Arabia Saudita, il Pakistan, gli Emirati
Arabi…. È difficile portare motivazioni razionali contro la pena di morte se questa viene
giustificata nel nome di Dio. In ogni caso, credo che in quei Paesi sia più efficace
un’opposizione che viene dall’interno, di una che viene dagli attivisti occidentali».
Ma c’è qualcuno in questi paesi che sostiene l’abolizione?
«Qualcuno c’è, per esempio in Senegal. E poi esiste un forte movimento abolizionista in
Marocco, e questo è un dato da non sottovalutare, sia perché si tratta di uno stato
importante, sia perché il re discende direttamente dalla famiglia del profeta. Se facesse
questa scelta, il Marocco sarebbe un cuneo importante nel blocco islamico».
Oggi al Palazzo di Vetro si decide sulla moratoria e ovunque nel mondo si frena.
«Passi avanti contro la pena capitale, dagli Usa ai Paesi islamici. Solo in Cina c’è
un’impasse»
La proposta sostenuta dal governo italiano. E' la prima volta nella storia
Fonte: Repubblica.it
19-12-2007 12:04:32
NEW YORK - L'assemblea generale delle Nazioni Unite ha detto sì alla proposta di
moratoria sulla pena di morte. La decisione dell'Onu è una vittoria diplomatica per l'Italia
che ha promosso l'iniziativa. 104 Stati hanno votato a favore - "Più delle previsioni", ha
commentato Massimo D'Alema - 54 contro e 29 astenuti. "E adesso tocca lavorare per
l'abolizione della pena capitale", ha detto il ministro degli Esteri, strenuo sostenitore della
moratoria. Con l'approvazione della moratoria è stato premiato il grande lavoro non solo
dell'Italia, ma della Francia e dell'Unione Europea insieme al contributo dei co-autori della
Risoluzione e, tra i tanti, Messico e Brasile.
Il governo degli Stati Uniti non ha votato per la moratoria, né avrebbe potuto, perchè, a
parte qualche delitto che ricade sotto la giurisdizione dei tribunali federali ed è punibile con
la morte, sono i singoli stati, e non il Presidente né il Parlamento, che possono decidere
delitti e castighi, prerogative delle autonomia locali. Anche se qualcosa cambia anche
oltreOceano: proprio ieri, il New Jersey ha abolito la pena di morte. Sono saliti quindi a 13,
su 50, gli Stati americani dove il boia non uccide più.
Sono 13 anni che ogni tentativo di approvare qualche cosa di simile al Palazzo di Vetro è
naufragato. Già altre due volte, nel '94 e nel '99, le iniziative sulla pena di morte erano
deragliate a livello di commissione e spesso per pochi voti. Colpa di quegli Stati, circa 50, in
cui la pena di morte è ancora in vigore. L'aria però è cambiata. La risoluzione sulla pena di
morte approvata oggi dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha un'importanza storica
senza precedenti, paragonabile forse all'abolizione della schiavitù, anche se ancora un valore
puramente simbolico.
Spetterà ora all'Onu verificare, Stato per Stato, l'applicazione della motatoria. Compito
affidato al segretario generale Ban Ki-moon che da Algeri dove si trova per visitare le sedi
dell'Onu colpite dai tragici attentati della settimana scorsa, definisce "un passo coraggioso" la
moratoria approvata dall'assemblea.
Il documento infatti non è vincolante, ma il significato morale e l'impatto politico è grande. Il
testo esorta tutti gli stati che hanno ancora la pena di morte a "stabilire una moratoria delle
esecuzioni in vista dall'abolizione" della pena capitale, e invita a ridurne
progressivamentel'uso e il numero dei reati per i quali può essere comminata, rispettando gli
standard internazionale a garanzia dei diritti dei condannati.