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Titolo: MORTE E
POTERE
Autore: LOUIS-VINCENT THOMAS
Casa Editrice: EDIZIONI LINDAU
Scheda libro: L'autore del libro, un celebre antropologo
francese e
considerato fondatore della "tanatologia", analizza la morte
nella
nostra societa' in tutte le sue sfaccettature: la sua dimensione
socio-culturale ed i suoi rapporti col potere, la morte e gli
usi
sociali a essa legati, la morte subita o provocata, la morte
esibita
o nascosta, la manipolazione della morte, la morte nella vita
quotidiana, la morte e il disagio sociale, la morte e la
politica,
la giustizia. La morte dappertutto. Questo e' il suo saggio piu'
importante, una lettura indispensabile per chiunque voglia
approfondire il significato e il ruolo della morte e dei riti
che
l'accompagnano nella società.
Il libro e' e' in vendita nelle migliori librerie in Italia
oltrechè
richiedibile sul sito www.lindau.it
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>Louis-Vincent Thomas, Morte e potere
EDIZIONI LINDAU / ISBN 88-7180-590-9 / pagg. 224 / euro 21,00
TRADUZIONE DAL FRANCESE DI GIANLUCA PERRINI
« Louis-Vincent Thomas affronta in modo diretto il tema della
morte
nella nostra società, qui e ora: la morte e gli usi sociali a
essa
legati, la morte subita o provocata, la morte esibita o
nascosta, la
manipolazione della morte, la morte nella vita quotidiana o
negli
ospedali, la morte e il disagio sociale, la morte e la politica,
la
medicina, la giustizia. La morte dappertutto, anche se non se ne
parla «benché essa si mostri ovunque e in mille forme diverse»,
come
sottolineava già Jacques Bossuet. Thomas tratta anche del potere
della morte, che è angoscia, orrore, strumento di ricatto o di
evasione, ed è perciò all'origine di ogni potere e di ogni forma
di
vita sociale. »
Jean-Didier Urbain
L'autore è un antropologo brillante e fecondo, è considerato il
fondatore della «tanatologia». È probabilmente il maggiore
studioso
della morte nella sua dimensione socio-culturale e nei suoi
rapporti
con il potere.
Questo è il suo saggio più importante, una lettura
indispensabile
per chiunque, storico, antropologo, sociologo, studioso del
costume,
voglia approfondire il significato e il ruolo della morte e dei
riti
che l'accompagnano nella società.
Dopo aver scritto, nel 1975, la monumentale Anthropologie de la
mort, (Antropologia della Morte, Garzanti, 1976), Thomas
proseguì
approfondendo in particolare i suoi rapporti con il potere. Il
potere della morte, che si impone come un'implacabile necessità,
ma
anche il potere sulla morte, nella folle speranza di poterla
allontanare o di cancellarne l'orrore. E il potere attraverso la
morte, inseparabile dall'esercizio diretto o indiretto del
potere,
quello stesso potere che può dare l'illusione dell'immortalità.
Questo saggio, uno studio "classico", tradotto in tutto il
mondo, è
articolato in sei capitoli dai titoli rivelatori: «Il potere
della
morte»; «La strategia del potere e della morte»; «La gestione
del
processo di morte»; «La gestione del cadavere»; «Il ricatto
basato
sulla morte»; «Il ricatto basato sulla vita», e si apre con
un'epigrafe di L. F. Céline, omaggio a Zola: «Quando osserviamo
di
quali pregiudizi ammuffiti, di quali marce sciocchezze è capace
di
nutrirsi il fanatismo assoluto di milioni di individui
considerati
evoluti, educati nelle migliori scuole d'Europa, siamo
senz'altro
autorizzati a domandarci se nell'Uomo e nelle società che egli
crea
l'istinto di morte non prevalga invariabilmente sull'istinto di
vita. Tedeschi, Francesi, Cinesi, Valacchi, Dittatori o meno:
nient'altro che pretesti per giocare alla morte!»
LOUIS-VINCENT THOMAS (1922-1994)
Louis-Vincent Thomas, di nazionalità francese, nasce nel 1922 a
Dakar (Senegal). Inizia la sua carriera insegnando filosofia al
liceo di Dakar, poi sociologia alla facoltà di Lettere e Scienze
Umane dell'università del luogo. Si era laureato alla Sorbona,
con
una tesi sui Diola del Senegal. Poi insegna Sociologia e
Antropologia all'Università René-Descartes (Paris V, Sorbona)
fino
al 1988, occupandosi di temi come l'immaginario, l'antropologia
delle ossessioni e del quotidiano, ma soprattutto la morte. LVT
è
stato il primo studioso di Scienze Umane ad aver compreso,
ricostruito e descritto le molteplici configurazioni della morte
nell'età moderna. Ha ricoperto numerosi importanti incarichi
scientifici, in particolare presso la Société française de
Thanatologie, l'Associazione per il diritto a morire con
dignità,
l'Associazione Internazionale per lo studio degli stati di pre-
morte.
Anche in campo sociale si è impegnato su vari fronti: contro le
dittature, il razzismo, la guerra, le violazioni dei diritti
umani.
Infine LVT ha pubblicato, nell'arco di 30 anni, 25 monografie
scritte da solo o sotto la sua guida, senza contare le
innumerevoli
prefazioni ad altre opere e gli articoli su periodici, tradotti
in
varie lingue.
DAL LIBRO
Introduzione
La morte, oggetto di studio antropologico
«A quanto pare, il dibattito sulla morte è di grande attualità.
Eppure si tratta di un tema prolisso e variegato, che ha in sé
qualcosa di esasperante: l'oggetto-morte è talmente sfuggente e
difficile da circoscrivere che, quando si insiste a volerne
parlare,
si finisce per confessare di non avere niente da dire. Non basta
infatti raggruppare le conoscenze relative alla morte per
imparare a
convivere con essa. Può darsi che un saggio di argomento
tanatologico non sia, in fin dei conti, altro che un gioco
intellettuale fine a se stesso, un altro modo di tenere a
distanza
la morte, confinandola nel recinto delle analisi dotte.
In effetti esiste una dimensione paradossale della morte, e il
morire che ognuno reca in sé turba l'affettività e aliena la
ragione. Nessun percorso scientifico riesce a dominare questo
Nulla,
questo Quasi-Nulla che si sottrae a criteri e definizioni. Al
contrario, più approfondiamo la conoscenza del processo
biologico
della morte, più ci riveliamo incapaci di precisare quando e
come
essa sopraggiunge. Tuttavia, è proprio su questo Nulla che si
concentrano tutte le paure, che si mobilitano tutte le energie,
per
respingerla, oscurarne la presenza, sopprimerla.
Ritorneremo in seguito su questo strano potere della morte che,
seminando il male di vivere, fa scattare nell'individuo e nel
gruppo
tutta una serie di meccanismi di difesa più o meno vani.
Dove si colloca quindi la morte? In nessun luogo in quanto
essenza,
perché la morte in sé non rientra in alcuna categoria: «Essa
rappresenta l'evento "diverso" per eccellenza… senza rapporti
con
gli altri avvenimenti, i quali si inscrivono tutti nel tempo»
(Vladimir Jankélévitch). Tuttavia, se non la si può isolare in
uno
specifico territorio, essa è comunque presente dappertutto sotto
forma di processo, che comincia dalla nascita e si prolunga
oltre la
morte clinica e biologica. Se poi pensiamo al fatto che ogni
rapporto con la morte, come ogni rapporto con il sesso, si trova
a
essere inserito nella pluralità delle relazioni sociali, si
intuisce
che la morte è presente a tutti i livelli della vita quotidiana.
Visto che non è da nessuna parte, cessa di essere un oggetto
empirico e non è altro che un punto inafferrabile del quale non
si
può dire niente se non che c'è un prima (il comportamento di
fronte
all'anziano, le cure al moribondo) e un dopo (i riti funebri, il
lutto, il culto dei morti e degli antenati). Peraltro, per il
fatto
che si incontra ovunque nel corso dell'esistenza, essa occupa il
centro della scena artistica, filosofica, religiosa, politica.
Tuttavia, non si può dissertare sulla morte se non per sommi
capi,
in modo eterogeneo e mai esaustivo. Fare della morte l'oggetto
di
una ricerca significa considerarla una «cosa», ossia occultarla
riducendola a una somma di statistiche, un insieme di dati
psicochimici, un sistema di rappresentazioni o istituzioni.
D'altra
parte non possiamo parlare di ciò che sfugge al nostro
controllo. E
pretendere di controllare la morte non ha senso; va intesa in
quest'ottica la riflessione disincantata di un antropologo:
«Ebbene,
la morte? La morte, un bel niente! Nei libri non è contenuta
alcuna
conoscenza relativa alla morte. I libri non ti dicono cosa sia
la
morte».
Allora, se «la morte ci parla con voce profonda per non dirci
nulla»
(Paul Valéry), quale potrà essere il destino della tanatologia,
che
pretende di essere la scienza della morte?
Dal momento che non ci può essere conoscenza senza oggetto, deve
forse ridursi a un discorso che non è altro se non un
metalinguaggio? Essa tuttavia, nella misura in cui definisce
rigorosamente il proprio campo, può aspirare a essere una
scienza
del morire e delle pratiche riguardanti il moribondo, il
cadavere,
il defunto, coloro che sopravvivono, le credenze, i riti. Il suo
scopo, quindi, dovrebbe essere limitato a inquadrare la morte
dal di
fuori, lasciando ai poeti e agli artisti il compito di
immaginare ed
esprimere cosa significhi vivere la morte, o almeno l'angoscia
di
morire, dal di dentro. Tuttavia, nell'impossibilità di afferrare
il
cuore del problema, ci si può chiedere quale interesse possa
rivestire uno scritto sulla morte, che si tratti di una fredda
riflessione su fatti ben determinati o di una creazione
puramente
estetica.
Per una riflessione sulla morte
Parlare della morte equivarrebbe quindi a impedire che se ne
parli
e, col pretesto che essa non dice nulla, a parlare d'altro in
sua
vece. Peraltro, nonostante l'incompletezza legata
all'oggetto-morte,
che è essenzialmente assente, lo studio della morte, rivelando e
avvicinando numerosi orizzonti, dovrebbe portare a una
riflessione
feconda. Occorre demistificare la morte, i suoi fasti e le sue
opere
per aiutare a capire meglio il senso della vita. A questo
proposito,
una riflessione sul curriculum mortis si rivela senza dubbio più
corroborante di un'esasperata preoccupazione per il curriculum
vitae, che rende conto di successi sociali il cui perseguimento
molto spesso ci rovina la vita. Infatti, ciò che dà un senso
vero al
destino di ogni uomo, incitandolo a fare il bilancio dei suoi
desideri e delle sue paure, è proprio la coscienza della sua
finitudine.
Se, trascurando l'ottica individuale o esistenziale, ci
spostiamo in
una dimensione collettiva, troviamo un nuovo pretesto per
l'analisi
sociologica della morte intesa come pratica. La morte, infatti,
riguarda forse le strutture sociali ancor più degli individui
che le
compongono, di modo che, studiando quella, rischiamo di
ritrovare
queste, sia a livello di prassi che di ideologia. Così, nel
quadro
della società occidentale che ci interessa in modo particolare,
tutto ciò che concerne la morte è in relazione con le
sovrastrutture
organizzative e giustificative di tale società. Quest'affermazione
è
sorretta da tre osservazioni derivanti l'una dall'altra.
Prima osservazione: ogni società vorrebbe essere immortale e ciò
che
chiamiamo cultura non è altro che un insieme organizzato di
credenze
e riti aventi lo scopo di lottare contro il potere di
dissoluzione
della morte individuale e collettiva. A questo proposito la
lettura
delle «società arcaiche», senza dubbio a causa della loro
estrema
vulnerabilità, si dimostra particolarmente rivelatrice.
L'analisi
dei grandi rituali funebri, in particolare, sottolinea bene
l'effetto di mobilitazione collettiva che si propone di
neutralizzare la perdita del morto. D'altronde tutti i rapporti
sociali, siano essi di parentela, alleanza, sesso, età o
proprietà,
sono strettamente intrecciati in un vasto dramma liturgico
intessuto
di metafore e proiezioni simboliche, che viene recitato affinché
il
gruppo si perpetui illimitatamente. Nelle società moderne i miti
e i
riti di ieri si sgretolano davanti al controllo tecnico sulla
morte,
che, spinto all'estremo, permetterebbe di ottenere
l'immortalità. Si
tratta di una speranza enorme, che comporta però inquietanti
paradossi: il crollo delle simbologie, che continua a
ossessionare
l'uomo del XX secolo alle prese con la propria paura della
morte,
tanto che oggi si assiste a un ritorno in forze dell'irrazionale
(parapsicologia, filosofie orientali ecc); la paura di
un'apocalisse, che costituirebbe il prezzo da pagare per aver
messo
il progresso scientifico nelle mani dell'apprendista stregone.
Vedremo come le società moderne vengano a patti con il potere
della
morte, e cosa ciò comporti. Per rinnovarsi indefinitamente, il
gruppo si incarna in un nuovo genere di mito: l'ideologia
fascista,
che esalta un'entità nazionale (o l'egemonia di una razza),
l'ideologia capitalista, che si fonda sul profitto. In entrambi
i
casi, vi è la negazione dell'individuo come realtà singola e
degna
di rispetto, a meno che, detenendo una parte del potere, egli
non
partecipi attivamente alla sopravvivenza del gruppo.
Il secondo argomento sembra soltanto apparentemente in
contraddizione col primo: la società, più ancora dell'individuo,
esiste soltanto nella morte e attraverso la morte. Abbiamo
appena
visto che la ragion d'essere di ogni cultura è durare e
continuare a
esistere a dispetto del potere distruttivo della morte.
Tuttavia,
per pervenire a tale risultato non le basta «secretare quella
formidabile neghentropia (=entropia negativa) immaginaria che le
permette di affermarsi malgrado la morte e contro la morte».
Inoltre, è necessario che il sistema disponga di strumenti
efficaci
per assicurare la propria sopravvivenza nel fluire delle
generazioni. Edgard Morin ha insistito su questo processo di
mantenimento del patrimonio collettivo che acquista un senso in
funzione della morte. Anche chi scrive, in un precedente saggio,
ha
riflettuto sulla trasmissione del sapere e del potere nelle
società
arcaiche: l'iniziazione, i riti di condanna a morte simbolica,
avevano essenzialmente lo scopo di garantire la continuità del
gruppo. Approfondiremo tale analisi mostrando che non esiste
alcuna
organizzazione sociale che non comporti l'esercizio diretto o
indiretto del potere, di cui la morte costituisce in qualche
modo
l'approdo finale. Infatti, il potere non può esistere senza
ostacolare il corso spontaneo della vita. Sia che essa ne
costituisca il motore, la conclusione o la conseguenza
inevitabile,
tra la morte e il potere esiste un'intima relazione le cui
sfumature
sono molteplici e complesse. Così, attraverso il controllo della
vita e della morte, il Capo – o il Re, o il Principe, o il Padre
in
senso lacaniano – esercita e consolida il proprio potere; la
morte
(o la sicurezza) diventa quindi una formidabile arma di ricatto
nelle mani della classe dominante, che ne fa uso per imporre la
propria autorità. Da ciò consegue che la socio-tanatologia
potrebbe,
sotto molti punti di vista, diventare uno strumento essenziale
della
sociologia politica.
Questo ci porta direttamente alla terza ragione, che costituisce
il
prolungamento logico delle altre due: la morte, o almeno l'uso
sociale che ne viene fatto, diventa uno dei grandi indicatori
delle
società e delle civiltà, quindi uno strumento per criticarle e
per
studiarle in profondità. Si dice che le civiltà possano essere
definite sulla base del modo in cui trattano la vita, i morenti,
i
defunti. È nota la celebre frase di Gladstone: «Mostratemi in
che
modo una nazione o una società trattano i propri morti, e vi
dirò
con ragionevole certezza se si tratta di un popolo di nobili
sentimenti e fedele a un alto ideale». In definitiva, infatti,
la
socio-tanatologia non è altro che una sociologia dei vivi (o dei
sopravvissuti) che usa il pretesto dei morti e della morte per
meglio indagare il contesto sociale. Senza dubbio, essa deve
evitare
facili concessioni a un «culturalismo eccessivamente
onnicomprensivo». La morte rappresenta sì un indicatore
privilegiato, ma non l'unico: nulla permette di dire che essa
investe tutte le dimensioni del sociale: la socio-tanatologia
avrà
dunque un futuro solo se volge deliberatamente le spalle
all'imperialismo intellettuale. Inoltre, bisogna fare attenzione
a
non banalizzare il contesto sociale al punto di parlare
dell'uomo in
generale, come succede fin troppo spesso. Accanto a frange
oppresse
della classe operaia, esistono altri gruppi sociali il cui
atteggiamento di fronte alla morte è il segno della loro
condizione
nella società globale: le classi borghesi, le classi medie…;
esse
occupano un posto diverso nei rapporti di produzione, cioè nella
dialettica dominante-dominato; nelle loro pratiche quotidiane,
sono
caratterizzate da legami specifici con gli apparati e le
istituzioni
che organizzano il loro immaginario e strutturano le loro
abituali
relazioni simboliche: la chiesa, la scuola, la medicina, la
scienza,
il potere centrale… È pur vero che esistono fenomeni che
colpiscono
tutte le classi sociali, e che ci stiamo orientando verso un
tipo di
struttura sociale nella quale si afferma l'istituzionalizzazione
della morte: l'anziano, il malato, il moribondo, separati dalle
loro
famiglie, privati di qualunque potere decisionale, si
trovano «affidati» all'ingranaggio di servizi specializzati. Ciò
che
conta è sapere come e perché si sia arrivati a ciò.
Verso una socio-tanatologia polemica
Senza dubbio non basta che si parli nuovamente dei problemi
legati
alla morte per denunciare le ingiustizie e rivendicare
l'uguaglianza
di fronte alla morte e nella morte. I limiti di questo percorso
critico sono, ahimè, fin troppo evidenti. Nondimeno, l'impresa
di
demistificazione già in atto porterà a mettere in discussione
una
società ambigua, che si ostina curiosamente a distruggere e allo
stesso tempo si preoccupa di conservare, e che mette la morte
dappertutto per meglio sottrarla al nostro sguardo, sfruttando
insidiosamente la paura della morte attraverso la manipolazione
simbolica o la violenza reale, trasformando la morte in un
business
grazie all'infernale sistema delle vendite di armi. E che dire
del
terrificante potere della scienza e della tecnica? Con il
pretesto
di occuparsi della vita, esse conducono agli eccessi
dell'accanimento terapeutico e dell'eutanasia, e forse presto
porteranno alla manipolazione genetica, trascinando l'umanità –
con
la scusa di difenderla – in una spaventosa corsa agli armamenti.
La
lista dei temi d'attualità in cui all'esercizio del potere si
accompagna l'odore della morte sarebbe lunga.
Comunque, non siamo animati dal proposito di suscitare
sentimenti di
nostalgia nei confronti di un passato idealizzato
retrospettivamente, o di preconizzare un ritorno alle origini
all'interno di qualche tribù esotica. L'obiettivo a lungo
termine
della nostra critica rimane la creazione, attraverso il
superamento
dei limiti di una società tecnico-burocratica e mercantile, di
un
nuovo sistema di valori i quali, probabilmente, non avranno
nulla in
comune con quelli propri delle civiltà del passato che abbiamo
perduto. Togliendo il velo agli artifizi, alle divagazioni, alle
illusioni e alle imposture, la socio-tanatologia può dunque
aiutare
a imparare di nuovo a vivere per meglio affrontare la morte.»
Louis-Vincent Thomas
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