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Leggi il libro Texas death row hotel

Storia di un americano condannato a morte Arianna Ballotta - Mirella Santamato - Pietro Santoro Phoebus Edizioni TEXAS DEATH ROW HOTEL racconta la storia di Richard Wayne Jones, bianco 40 anni, accusato di omicidio e ucciso il 22 Agosto 2000 dallo Stato del Texas. In realtà, l'unico omicidio "premeditato" per ben 13 anni è stato quello voluto dalla Legge del Texas, per il quale nessuno sarà punito.
Questo è l'incredibile racconto di quei tredici anni vissuti da Richard Wayne Jones nel braccio della morte [...] attraverso le sue lettere, le testimonianze degli amici e i resoconti di cronaca giudiziaria. Soprattutto è la storia di un'anima che è riuscita a rompere i vincoli terribili che l'avrebbero potuta rendere schiava dell'odio e del rancore, e che, invece, è riuscita a creare un ponte d'amore attraverso le sbarre strettissime di una prigionia durissima.

[...] Richard è riuscito a creare, grazie alla sua bontà e serenità, rapporti di amicizia e solidarietà con un vastissimo numero di persone in tutto il mondo.[...]Richard era innocente del sangue di cui era stato accusato e questo aumenta lo sdegno per la sua morte. [...] .............................
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Prefazione di Aniello Montano*
È con una grande pena nel cuore che, dopo il razionalismo illuministico, si è ancora costretti a scrivere contro la pena di morte. Nelle pagine del lucido e famosissimo pamphlet di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, è dimostrato, in maniera lucida e una volta per tutte, non solo l'inutilità della pena di morte che, per il nostro autore, «ha mai resi migliori gli uomini», ma anche l'impossibilità di includerla tra i "diritti" di uno Stato ben organizzato. Che la pena di morte sia un'atrocità inutile è dimostrato dal fatto che essa non contribuisce a rendere migliore il reo, perché lo sopprime. E non rende migliori gli altri uomini con l'esempio dell'efferatezza della pena, perché, come scrive Beccaria, «non è l'intensità e l'atrocità della pena, che fa il maggiore effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime, ma replicate impressioni, che da un forte, ma passeggero movimento». La pena di morte eseguita in nome dello Stato, per il grande lombardo, non è nient'altro che «una guerra della Nazione con un Cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere». Non è da considerare, perciò, tra i "diritti" dello Stato. Questi, infatti, sono la somma dei diritti che i singoli hanno ad esso trasferito. E i singoli non possono trasferire allo Stato un diritto che non posseggono. L'uomo non è padrone della sua vita, non è – cioè – padrone di uccidersi. Non può, pertanto, attribuire ad altri quello che non è nella sua disponibilità. E che non è padrone della sua vita, è vero sia che si pensi alla vita come a un dono di Dio, sia che la si consideri il frutto dell'attività riproduttiva della Natura per la conservazione della specie. Le pene, come riteneva San Tommaso, «sono come i medicinali». Debbono aiutare gli uomini a guarire. E nessuno, neppure lo Stato, può prescrivere "medicinali" che, invece di guarire, sopprimono l'uomo. L'imperativo «non uccidere!», nella pratica quotidiana e all'interno della società civile, è, e deve essere, categorico. Non deve e non può ammettere deroghe, neppure da parte dello Stato. Soltanto nello stato di guerra o per comprovata legittima difesa, quando cioè drammaticamente si gioca una vita contro un'altra vita, è sopportabile la deroga.Nonostante l'evidenza palmare di simili considerazioni e la loro stringente e comprovata validità, l'uso della pena di morte, questo atroce retaggio di età barbariche, permane ancora in non pochi Paesi del mondo, anche in Paesi di grande civiltà, come gli Stati Uniti d'America. È che l'uso della violenza sugli altri, fino alla tortura e alla soppressione della vita, è una sorta di male oscuro, di cancro dell'anima, che può covare in silenzio, ammantarsi anche di buone intenzioni ed essere pensato come medicina forte in difesa della vita dei singoli e della tranquillità della comunità, soprattutto laddove l'antidoto dell'umanesimo vero, quello che conferisce all'uomo un valore assoluto e indiscutibile, non opera adeguatamente nelle menti e nei cuori. Il libro che presentiamo, Texas Death Row Hotel, di Arianna Ballotta, Mirella Santamato e Pietro Santoro, è un documento di grande forza morale e di grande efficacia nella denuncia dell'inutile orrore prodotto dalla pena di morte e una difesa calda e appassionata del valore indiscutibile e inalienabile della persona umana, anche della persona che si sia macchiata di una grave colpa. Ed è, altresì, un netto e lucido atto d'accusa nei confronti delle procedure giuridiche degli USA, «l'unica democrazia occidentale dove ancora esiste questo retaggio medievale della legge del taglione, l'unico Paese occidentale dove vengono messi a morte i minorenni all'epoca del reato [...], dove vengono uccisi con metodi considerati più o meno "umani" [...] malati di mente e persone incapaci di comprendere la differenza fra bene e male, dove vengono giustiziate persone di cittadinanza straniera senza dar loro nemmeno la possibilità dell'assistenza consolare [...], dove vengono uccise anche persone in grado di provare la propria innocenza», perché, «avendo esaurito i propri appelli» e «pur avendo nuove prove di innocenza», non hanno «il diritto costituzionale di essere nuovamente ascoltate da una Corte Federale». Nelle intense e drammatiche pagine del libro, con documenti e commenti, si dà conto di una vicenda al limite dell'assurdo. Si racconta dall'interno la storia di Richard Wayne Jones senior, condannato a morte per un delitto non commesso e che si ritrova solo e senza mezzi finanziari a lottare contro la procedura giuridica americana, in questi casi non attentissima ai particolari e assolutamente decisa a chiudere al più presto l'inchiesta e il processo offrendo un colpevole all'opinione pubblica. Attraverso le lettere di Richard ad Arianna, la giovane italiana che, con il marito e alcuni amici, corrisponde con lui, lo sostiene, gli rende alcune visite e gli è vicina nell'ora della morte, non solo vengono ricostruite e, per quanto possibile, documentate tutte le circostanze che avrebbero potuto provare, se riscontrate, la non colpevolezza del condannato, ma si sfata anche un luogo comune: quello della condizione di rispetto per la loro persona e di quasi privilegio in cui sono tenuti i condannati a morte nelle carceri americane. Risulta di notevole rilievo, infatti, la messa in evidenza della durezza, al limite dell'umano, del sistema di custodia carceraria per i condannati a morte e le estreme difficoltà, al limite dell'impossibilità, per l'imputato prima e per il condannato dopo, a far valere certi diritti o a fare accogliere e fare vagliare nuove eventuali prove a suo discarico. Di forte impatto psicologico e di grande pregio morale è certamente la descrizione dei sentimenti profondi avvertiti e sofferti, seppure secondo un'intensità diversa, dagli autori del libro nel vivere l'esaltante e tremenda esperienza di essere interlocutori, diretti e quasi quotidiani, e di condividere le tensioni esistenziali e alla fine la calma rassegnazione di un uomo che sente ogni giorno di più spegnersi la speranza della vita e che avverte l'incombere della mano violenta che, in nome di una approssimativa ma implacabile giustizia, lo ghermirà, stroncandogli la vita. Fortemente emozionante, nonché di grande efficacia nel far maturare il rifiuto morale e pratico, oltre che logico e mentale, della pena di morte, è la ricostruzione delle ultime ore di vita di Richard. Il lettore viene fortemente coinvolto nell'ansia e nella tensione emotiva e morale vissute da Arianna e dal marito, dentro e fuori dal carcere, nelle ore di preparazione dell' "evento" delittuoso. Particolarmente raccapricciante è la freddezza routinaria dei secondini, dei religiosi, del personale sanitario e di quanti altri partecipano, anche se a diverso titolo, all'esecuzione. D'altronde, per loro, si tratta di una semplice pratica, da sbrigare nella corretta applicazione delle regole e nella maniera più asettica possibile. Il libro, con la sua carica di verità e di sincerità, con la sua tecnica narrativa fortemente coinvolgente e con la sua forte presa intellettuale e morale, scuote il lettore dal torpore quasi cinico in cui tutti noi siamo stati precipitati dalla spettacolarizzazione della morte, anche violenta, offerta dai mezzi di comunicazione e, in particolare, dalla telematica. Richiama ognuno di noi alle proprie responsabilità civili e politiche: in primis al dovere di informarsi, di capire e, poi, di rendersi protagonista attivo dell'impegno, affinché nel mondo, in tutto il mondo, siano garantiti i diritti degli uomini, di tutti gli uomini, e, soprattutto e in modo incondizionato, il diritto alla vita. * Aniello Montano e' professore ordinario di Storia della Filosofia all'Universita' di Salerno e collabora a: "Rivista di storia della filosofia" e "Segni e comprensione".

 

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