Pro o Contro ?
5 esperti: Anbrew Jones, Daily Bruin, Jaime Sneider, Erin N. Katz,  e James S. Liebman

si confrontano alla distanza sulla Pena di Morte negli USA

La pena di morte serve a preservare la società

(Anbrew Jones, Daily Bruin, University of California, Los Angeles)

 Non è un trionfo che negli USA le condanne a morte siano eseguite routinariamente o che tale servizio sia necessario nella nostra società. Tuttavia resta il fatto che la società chiede la pena di morte. Per evitare un esame superficiale della cosa, va notata l'assolutezza della pena capitale: in primo luogo, una volta che è eseguita, non c'è modo di cambiare il risultato. Sembra un punto ovvio, ma è giusto ricordare che le esecuzioni sanzionate dallo Stato non devono mai essere adottate con leggerezza.

 Nella maggior parte dei crimini, gli scopi della condanna sono la riabilitazione del condannato e l'invio di un messaggio a coloro che potrebbero commettere tali crimini. Di contro, la pena di morte non mira a nessuno dei due scopi.

L'equivoco sulla deterrenza della pena di morte è un argomento zoppicante costantemente tirato fuori da coloro che sono contrari alla pena di morte. Molte persone si chiedono: <<Se la pena di morte funziona, perché non scende il tasso di omicidi?>>

 La risposta è che la pena capitale è una questione di giustizia e di preservazione della società. Alcuni crimini sono orrendi, il condannato non merita di continuare a vivere. Non viviamo all'epoca di Hammurabi, "occhio per occhio", ma neppure siamo vicini all'utopia del mondo senza crimine, che permetterebbe la fine della pena di morte. Noi facciamo un compromesso, conservando la pena capitale solo per i crimini più seri e filtriamo la decisione attraverso una giuria di 12 pari e un giudice che la presiede.

 Non si può negare che in molti Stati la pena capitale sia completamente fallace o scarsamente funzionante. La moratoria delle esecuzioni adottata in Illinois nel 1999 è stata una risposta intelligente alla misera condizione di uno Stato nell'applicazione della giustizia.

Comunque, il semplice fatto che alcuni Stati siano sotto moratoria non significa che il sistema è imperfetto in tutti gli Stati Uniti. Prendiamo l'esempio del Texas, che sembra assetato di sangue, crudele e disumano.

 Dire che il Texas giustizia più persone degli altri Stati vuol dire commettere un errore, ignorare le circostanze. Il Texas mette a morte più persone per molti fattori:

- è al secondo posto rispetto alla popolazione più numerosa degli USA (1° posto la California);

- ha un alto tasso di criminalità rispetto agli altri Stati;

- soprattutto, ha un sistema giudiziario che non perde tempo con le sentenze. Si presume che la gente nei bracci della morte sia lì per essere giustiziata per i suoi crimini, senza sprecare decine di anni in attesa di una soluzione.

 In realtà il Texas non ha fretta di processare i suoi condannati. Un comparazione dimostra che il tempo medio per ogni condannato a morte è simile in Texas e in California. La differenza principale sembra essere che, quando i condannati hanno usato tutti i canali legali, lo Stato esegue la sentenza.

Un altro argomento piuttosto ovvio usato dagli abolizionisti è un ritratto artificioso dei supporter della pena di morte: un cristiano evangelico battendo sulla Bibbia attacca il diritto di scelta di una donna mentre allo stesso tempo grida che i criminali siano messi a morte. Questa è ipocrisia bella e buona, non è vero? Questi pazzi zeloti di destra vogliono che alcuni vivano e che altri muoiano!

Bene, se questa è ipocrisia, allora i fautori dell'aborto e oppositori alla pena di morte sono ipocriti al contrario. Chi è più innocente? Il bambino che non è nato o il killer senza misericordia? Quegli zeloti di destra sembrerebbero avere ragione, dal loro punto di vista.

 Mentre nessun sostenitore della pena di morte partecipa all'idea o al trionfo della più recente esecuzione, il semplice scuotere le spalle innanzi all'orrore di alcuni crimini fa sì che sia una farsa l'equa protezione della giustizia e, cosa più importante, il primato della giustizia all'interno della nostra società.

La pena di morte riscontra così tanti consensi (il 66% secondo recenti studi) perché molte persone le riconoscono il suo ruolo fondamentale.

 La pena capitale è razzista e discriminatoria nei confronti dei poveri

Erin N. Katz - Università della California - Los Angeles

 In questo mondo imperfetto è difficile pensare che la gente possa credere in una istituzione come la pena di morte, un sistema che si è rivelato essere - e questo è stato provato ripetutamente - fallace e razzista. La pena capitale minaccia di insidiare la giustizia.

 Nonostante io creda sia sempre moralmente sbagliato che un essere umano ne uccida un altro, il fatto che sia lo Stato a commettere un atto che esso stesso considera così disumano e disgustoso, rende questo atto ancora più ingiusto. Mentre molti potranno non essere d'accordo con questo mio punto di vista, davvero pochi sembra siano disposti ad appoggiare un sistema che agisce in modo parziale nei confronti delle persone ricche di razza bianca. Quanto segue è una verifica sugli attuali problemi che circondano la pena di morte negli Stati Uniti d'America e sulle ingiustizie che quotidianamente vengono a crearsi.

 Lo scorso anno, il Governatore dell'Illinois George Ryan, repubblicano, ha posto in esecuzione una moratoria sulla pena di morte nel suo Stato dopo che 13 delle 25 persone detenute nel braccio della morte vennero riconosciute innocenti degli omicidi per i quali erano state condannate. Ciò significa che la metà dei detenuti nel braccio della morte dell'Illinois erano innocenti.

 Per questa nuova ondata di assoluzioni bisogna ringraziare i test del DNA ora disponibili. Ma nonostante questa possibilità, 85 persone sono state giustiziate in tutto il Paese lo scorso anno.

 Il nome di una di queste persone era Gary Graham, condannato per omicidio in Texas sulla base della testimonianza di una sola persona. Il suo caso è stato pubblicizzato ampiamente, come esempio delle screpolature esistenti nel sistema americano. Il 22 giugno dello scorso anno  Graham è stato giustiziato tramite iniezione letale in un mare di controversie.

 Secondo quanto scritto nel libro di Michael L. Radelet "In Spite of Innocence"  [Nonostante l'Innocenza, N.d.T.], fra il 1900 e il 1992 ci sono stati 416 casi documentati di persone innocenti condannate a morte. Di queste, 23 sono state già giustiziate.

 Ci si potrebbe chiedere: come possono accadere queste cose? Come mai persone innocenti vengono condannate per crimini che non hanno commesso? O, in altri casi, perché alcune persone vengono condannate a morte e altre no [a pariytà di reato]? Due sono i fattori importanti dell'equazione: razza e condizione socioeconomica.

 Circa otto mesi fa in un fumetto comico è stata fatta una dichiarazione coraggiosa e controversa. Nella striscia era disegnato il candidato presidenziale George W. Bush mentre rispondeva alle domande dei giornalisti. Un giornalista gli chiedeva come uno poteva cavarsela nella giungla del sistema penale, domanda alla quale Bush rispondeva "non bisogna essere neri, né poveri".  Ciò che, nell'intenzione del disegnatore, non doveva essere che una vignetta satirica, metteva anche in luce il modo in cui molte persone vedono il sistema di giustizia penale.

 Attualmente nei bracci della morte negli USA ci sono circa 3.500 persone. Di queste, il 42% è costituito da persone afro-americane, nonostante gli afro-americani rappresentino soltanto il 12% della popolazione degli Stati Uniti d'America. Dal 1976, soltanto 10 esecuzioni su 687 riguardavano casi in cui in l'omicida era bianco e la vittima nera (www.aclu.org).

 Secondo la ACLU [l'Associazione Americana per i Diritti Civili, N.d.T.], quasi tutte le condanne a morte (82%) in questo Paese coinvolgono vittime di razza bianca. L'ACLU fa notare anche che nello Stato della Georgia dal 1972 ad oggi oltre il 60%  delle vittime di omicidio è  rappresentato da persone di colore, ma che ben 20 delle 22 persone giustiziate in questo lasso di tempo erano state condannate per avere ucciso una o più persone di razza bianca.

 I Pubblici Ministeri della Georgia  richiedono la pena capitale nel 70% dei casi riguardanti crimini commessi da neri nei confronti di bianchi, ma soltanto nel 35% dei casi richiedono la stessa condanna nei casi riguardanti altre combinazioni di razza. Questi fatti sensazionali mettono in evidenza le discriminazioni razziali presenti nel sistema penale americano. Queste ingiustizie non possono essere tollerate.

 Allo stesso modo esistono molte prove che dimostrano che le persone di bassa estrazione sociale hanno più possibilità di essere condannate a morte, a parità di reato, rispetto alle persone più ricche. Dai dati in proprio possesso, l'Associazione degli Avvocati americani (ABA) ha concluso che non sono le prove di un crimine bensì la qualità della difesa legale a determinare l'imposizione o meno della condanna a morte. In California, ad esempio, meno del 2% delle 513 persone rinchiuse nel braccio della morte ha potuto avvalersi di un consiglio di difesa di fiducia. Nella maggior parte dei casi, in tutto il Paese, gli avvocati d'ufficio non vengono retribuiti adeguatamente e pertanto svolgono un lavoro del tutto insufficiente.

 L'ex Presidente Clinton nel 1996 tagliò i fondi governativi destinati a 20 centri che si occupavano della difesa legale di imputati indigenti. Tutti questi centri, venendo a mancare tali fondi, sono stati costretti a chiudere (www.nodeathpenalty.org/fiveReasons.html).

 Sarebbe stupido dire che non c'è niente che non va nel sistema e che non sono state commesse ingiustizie nei confronti di persone con  un colore di pelle sbagliato, un reddito sbagliato o di persone che, semplicemente, sono scivolate nei crepacci della giustizia.

 Per le ragioni di cui sopra, è stato commesso un torto nei confronti di ogni persona già giustiziata o in attesa di esecuzione e, come cittadini degli Stati Uniti d'America, è nostro dovere opporci a questo sistema e chiedere che vengano messe in atto delle riforme prima che qualcun altro diventi vittima delle sue contraddizioni e dei suoi metodi ingiusti.

 Il Governatore Ryan dell'Illinois, con la coraggiosa decisione di imporre una moratoria sulle esecuzioni nel suo Stato, ci ha aperto le porte e ci ha mostrato cosa bisogna fare. E' ora che gli Stati Uniti d'America facciano il passo successivo ed impongano una moratoria federale.

 Non possiamo essere responsabili per il verificarsi si ulteriori ingiustizie.

 Le statistiche tradiscono gli attivisti

(Fonte: Jaime Sneider - Columbia Daily Spectator - Columbia University)

 Spinti dalla propria ideologia, a discapito di una cronaca vera, molti giornalisti ed attivisti politici hanno creato una serie di miti sulla pena di morte, falsando il dibattito con statistiche esposte in modo non del tutto corretto.

 L'alterazione più recente è partita dalla Columbia University, che ha pubblicato uno studio intitolato "Un sistema che non funziona: percentuale di errori in casi capitali, 1973-1995", nel quale si asserisce che - nel periodo preso in esame - è stata riscontrata una "percentuale di errori" del 68%  nei casi capitali e si conclude sostenendo che la pena di morte sta "crollando sotto il peso dei suoi stessi errori".

 I media, tuttavia, hanno dimenticato di scrivere che ciò che il professore James Liebman della Columbia intendeva dire con "percentuale di errori" non era che il 68% delle persone nel braccio della morte si sono rivelate in seguito innocenti, bensì che [Liebman e i suoi collaboratori] non sono stati in grado di trovare un singolo caso negli oltre 20 anni esaminati in cui una persona innocente è stata giustiziata.

 In un articolo pubblicato sul Wall Street Journal, il professore Paul G. Cassel riporta che il dato del 68%  menzionato "include qualsiasi revoca da parte di un giudice d'appello a qualsiasi grado di appello, anche in quei casi in cui -  poi - la condanna a morte è stata definitivamente riconfermata". Cassel spiega che, quindi, nello studio della Columbia sono stati considerati "errori" anche i casi in cui una qualsiasi corte di appello ha semplicemente richiesto ulteriori accertamenti [e quindi ha momentaneamente revocato la condanna].

 Parimenti, anche il presupposto rapporto di 1 a 7 cui si fa riferimento in merito al livello di errori fatti nei casi capitali è ingannevole. I divulgatori della statistica dicono che per ogni sette persone giustiziate, una ha avuto un rovesciamento di sentenza. Il professore Arnold Barnett del MIT ha definito questo rapporto "senza significato" , poiché esso non rappresenta una percentuale di errore, come - per ignoranza - si è portati a credere.

 Una percentuale di errore si calcola dividendo il numero di persone innocenti giustiziate per il numero totale di persone giustiziate. Secondo Barnett, rendere noto il numero delle persone non giustiziate non significa niente, semplicemente perché non indica necessariamente che c'è qualcosa che non funziona nel sistema. Al contrario, questo mostra che il sistema ha rimediato ad errori fatti.

 Un'altra idea sbagliata molto diffusa è che gli assassini e gli stupratori che si trovano nei bracci della morte siano vittime di un sistema razzista. Sfortunatamente per gli oppositori della pena capitale, dai dati in possesso del Bureau of Justice Statistics si evince che i criminali di razza bianca hanno più probabilità di essere condannati a morte rispetto a quelli di razza nera.

 Nel tentativo di divulgare ulteriormente le proprie convinzioni, coloro che si oppongono alla pena capitale sostengono che un nero che ha ucciso un bianco ha più probabilità di essere condannato a morte rispetto ad un bianco che ha ucciso un nero. I dati, però, sono facilmente alterabili, visto che l'80% della popolazione degli Stati Uniti è costituito da persone di razza bianca, mentre solo il 13% è costituito da persone di razza nera. Ne consegue che, supponendo che gli assassini scelgano a caso le loro vittime, per ogni 10 omicidi commessi da persone di razza bianca, una vittima soltanto è di razza nera, mentre per ogni 10 omicidi commessi da persone di razza nera, otto vittime sono bianche.

 Molti attivisti, anziché affrontare le questioni morali correlate alla "giustizia punitiva", argomentano la questione dei costi, sostenendo che la pena capitale è più onerosa rispetto all'ergastolo. C'è da dire, però, che attualmente le spese aggiuntive sostenute per le esecuzioni non sono il risultato di più garanzie a salvaguardia dei diritti fondamentali del cittadino, ma sono invece il risultato di inutili ritardi nei tribunali federali. In un articolo pubblicato dal National Review, l'ex assistente del Procuratore Generale dell'Arizona, Andrew Thomas, osserva che "fra il 1977 e il 1996, gli anni trascorsi in media da un detenuto nel braccio della morte sono quasi triplicati, passando da 4 a oltre 11".

Non bisogna, inoltre, dimenticare gli effetti positivi della pena capitale sulla riduzione del tasso di criminalità. Nel corso degli ultimi 10 anni, aumentando il numero delle esecuzioni, è diminuito simultaneamente il numero di omicidi commessi. Il commentatore politico William Tucker fa anche notare che "la diminuzione più evidente nel numero di omicidi nel corso degli ultimi 10 anni si è avuta proprio in quegli Stati che hanno effettuato il maggior numero di esecuzioni … Dal 1990 ad oggi, la metà delle esecuzioni di tutto il Paese hanno avuto luogo in Texas, Oklahoma, Louisiana ed Arkansas ed è proprio qui che i tassi di omicidi sono diminuiti più che in altri Stati".

Si può non essere d'accordo sull'onere della prova che dovrebbe essere richiesto nei casi penali e su quali misure  - tipo il test del DNA -  ci si dovrebbe basare per determinare la colpevolezza di un imputato. Ma il dibattito sulla questione della pena capitale, e cioè se dovrebbe o meno esistere, è completamente diverso e non dovrebbe essere confuso così facilmente con la sua realizzazione pratica. In tutti i casi penali ci si dovrebbero porre le stesse domande e la pena di morte non fa alcuna differenza, eccetto il fatto che - una volta giustiziato il condannato - non è più possibile tornare indietro. Questo, tuttavia, non minaccia la legittimità della pena capitale, perché nel fondare un sistema di giustizia penale, bisogna mettere in conto un certo livello di imperfezione, dato che nei tribunali operano essere umani che - in quanto tali - commettono errori.  La società, piuttosto che accettare il fatto che una persona innocente venga incarcerata, dovrebbe essere pronta ad accettare il fatto che un certo numero di colpevoli restino in libertà. Ma anziché lasciare in libertà un numero eccessivo di criminali, la società ha deciso quale è il minore dei due mali, in quanto anche le vittime erano innocenti.

 Un sistema imperfetto: il tasso di errore nei casi capitali

Da uno studio del Prof. James S. Liebman, della Columbia University

 Secondo un recente studio, le corti federali e statali hanno annullato il 68% delle condanne a morte per errori sostanziali. Nei casi in cui hanno ordinato un nuovo processo, l'82% dei condannati a morte ha ricevuto una condanna diversa da quella a morte, mentre il 7% è stato trovato innocente.

L'autore dello studio, il prof. James S. Liebman, della Columbia University, ha dichiarato che <<questo studio intendeva esaminare il sistema e quanto fossero frequenti gli errori. Abbiamo scoperto che non è uno Stato né un caso, bensì tutto il sistema in cui questo tipo di errori sostanziali è endemico>>.

Lo studio definisce errore sostanziale l'errore che <<sostanzialmente mina l'affidabilità dell'indagine o della condanna a morte imposta al processo>>, inducendo la corte ad annullare la condanna o la sentenza o entrambe. Lo studio, che esamina il periodo dal 1973 al 1995, riporta tra le altre cose, che su 599 condanne a morte esaminate al loro primo appello federale dell'habeas corpus, le corte federali ne hanno annullate il 40% (237) per errori sostanziali.

Sono principalmente due gli errori rinvenuti nella maggior parte delle revisioni dello stadio successivo alla condanna:

- avvocati "egregiamente" incompetenti che hanno ignorato una prova di innocenza o che avrebbero potuto sostenere una condanna minore;

- la soppressione di prove del genere da parte della polizia o dell'accusa.

Dal 1973 al 1995, gli Stati hanno emesso 5.760 condanne a morte e hanno eseguito 313 esecuzioni, il 5,4%, una su diciannove. In questa ottica, la pena di morte non è un successo. Secondo Ira Robbins, dell'American University Washington College of Law, il tasso di errore del 68% è un "numero scioccante". Questo induce a credere che l'esecuzione di un innocente non sia l'unico problema. << Le corti stanno annullando le condanne a morte per errori sostanziali. L'innocenza legale è ancora molto importante agli occhi delle corti. L'alto tasso di errore dimostra che fondamentalmente c'è qualcosa di sbagliato nel modo in cui viene amministrata la pena capitale nel nostro paese>>.

Beth Wilkinson, ex procuratore nell'attentato di Oklahoma City, attualmente socio di uno studio legale di Washington, dice: <<Ciò che veramente mi preoccupa non è tanto il tasso del 68%, bensì l'82% delle persone che, dopo la scoperta di errori nel processo, ha ricevuto una condanna inferiore a quella a morte. Ciò mi dimostra che non solo ci sono degli errori, ma che la maggior parte dei casi non sempre aveva niente a che fare con i casi di pena capitale>>.
(feb 01)

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