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La
pena di morte serve a preservare la società
(Anbrew
Jones, Daily Bruin, University of California, Los Angeles)
Non
è un trionfo che negli USA le condanne a morte siano eseguite
routinariamente o che tale servizio sia necessario nella nostra
società. Tuttavia resta il fatto che la società chiede la pena
di morte. Per evitare un esame superficiale della cosa, va notata
l'assolutezza della pena capitale: in primo luogo, una volta che
è eseguita, non c'è modo di cambiare il risultato. Sembra un
punto ovvio, ma è giusto ricordare che le esecuzioni sanzionate
dallo Stato non devono mai essere adottate con leggerezza.
Nella
maggior parte dei crimini, gli scopi della condanna sono la
riabilitazione del condannato e l'invio di un messaggio a coloro
che potrebbero commettere tali crimini. Di contro, la pena di
morte non mira a nessuno dei due scopi.
L'equivoco
sulla deterrenza della pena di morte è un argomento zoppicante
costantemente tirato fuori da coloro che sono contrari alla pena
di morte. Molte persone si chiedono: <<Se la pena di morte
funziona, perché non scende il tasso di omicidi?>>
La
risposta è che la pena capitale è una questione di giustizia e
di preservazione della società. Alcuni crimini sono orrendi, il
condannato non merita di continuare a vivere. Non viviamo
all'epoca di Hammurabi, "occhio per occhio", ma neppure
siamo vicini all'utopia del mondo senza crimine, che permetterebbe
la fine della pena di morte. Noi facciamo un compromesso,
conservando la pena capitale solo per i crimini più seri e
filtriamo la decisione attraverso una giuria di 12 pari e un
giudice che la presiede.
Non
si può negare che in molti Stati la pena capitale sia
completamente fallace o scarsamente funzionante. La moratoria
delle esecuzioni adottata in Illinois nel 1999 è stata una
risposta intelligente alla misera condizione di uno Stato
nell'applicazione della giustizia.
Comunque,
il semplice fatto che alcuni Stati siano sotto moratoria non
significa che il sistema è imperfetto in tutti gli Stati Uniti.
Prendiamo l'esempio del Texas, che sembra assetato di sangue,
crudele e disumano.
Dire
che il Texas giustizia più persone degli altri Stati vuol dire
commettere un errore, ignorare le circostanze. Il Texas mette a
morte più persone per molti fattori:
-
è al secondo posto rispetto alla popolazione più numerosa degli
USA (1° posto la California);
-
ha un alto tasso di criminalità rispetto agli altri Stati;
-
soprattutto, ha un sistema giudiziario che non perde tempo con le
sentenze. Si presume che la gente nei bracci della morte sia lì
per essere giustiziata per i suoi crimini, senza sprecare decine
di anni in attesa di una soluzione.
In
realtà il Texas non ha fretta di processare i suoi condannati. Un
comparazione dimostra che il tempo medio per ogni condannato a
morte è simile in Texas e in California. La differenza principale
sembra essere che, quando i condannati hanno usato tutti i canali
legali, lo Stato esegue la sentenza.
Un
altro argomento piuttosto ovvio usato dagli abolizionisti è un
ritratto artificioso dei supporter della pena di morte: un
cristiano evangelico battendo sulla Bibbia attacca il diritto di
scelta di una donna mentre allo stesso tempo grida che i criminali
siano messi a morte. Questa è ipocrisia bella e buona, non è
vero? Questi pazzi zeloti di destra vogliono che alcuni vivano e
che altri muoiano!
Bene,
se questa è ipocrisia, allora i fautori dell'aborto e oppositori
alla pena di morte sono ipocriti al contrario. Chi è più
innocente? Il bambino che non è nato o il killer senza
misericordia? Quegli zeloti di destra sembrerebbero avere ragione,
dal loro punto di vista.
Mentre
nessun sostenitore della pena di morte partecipa all'idea o al
trionfo della più recente esecuzione, il semplice scuotere le
spalle innanzi all'orrore di alcuni crimini fa sì che sia una
farsa l'equa protezione della giustizia e, cosa più importante,
il primato della giustizia all'interno della nostra società.
La
pena di morte riscontra così tanti consensi (il 66% secondo
recenti studi) perché molte persone le riconoscono il suo ruolo
fondamentale.
La
pena capitale è razzista e discriminatoria nei confronti dei
poveri
Erin
N. Katz - Università della California - Los Angeles
In
questo mondo imperfetto è difficile pensare che la gente possa
credere in una istituzione come la pena di morte, un sistema che
si è rivelato essere - e questo è stato provato ripetutamente -
fallace e razzista. La pena capitale minaccia di insidiare la
giustizia.
Nonostante
io creda sia sempre moralmente sbagliato che un essere umano ne
uccida un altro, il fatto che sia lo Stato a commettere un atto
che esso stesso considera così disumano e disgustoso, rende
questo atto ancora più ingiusto. Mentre molti potranno non essere
d'accordo con questo mio punto di vista, davvero pochi sembra
siano disposti ad appoggiare un sistema che agisce in modo
parziale nei confronti delle persone ricche di razza bianca.
Quanto segue è una verifica sugli attuali problemi che circondano
la pena di morte negli Stati Uniti d'America e sulle ingiustizie
che quotidianamente vengono a crearsi.
Lo
scorso anno, il Governatore dell'Illinois George Ryan,
repubblicano, ha posto in esecuzione una moratoria sulla pena di
morte nel suo Stato dopo che 13 delle 25 persone detenute nel
braccio della morte vennero riconosciute innocenti degli omicidi
per i quali erano state condannate. Ciò significa che la metà
dei detenuti nel braccio della morte dell'Illinois erano
innocenti.
Per
questa nuova ondata di assoluzioni bisogna ringraziare i test del
DNA ora disponibili. Ma nonostante questa possibilità, 85 persone
sono state giustiziate in tutto il Paese lo scorso anno.
Il
nome di una di queste persone era Gary Graham, condannato per
omicidio in Texas sulla base della testimonianza di una sola
persona. Il suo caso è stato pubblicizzato ampiamente, come
esempio delle screpolature esistenti nel sistema americano. Il 22
giugno dello scorso anno Graham
è stato giustiziato tramite iniezione letale in un mare di
controversie.
Secondo
quanto scritto nel libro di Michael L. Radelet "In Spite of
Innocence" [Nonostante
l'Innocenza, N.d.T.], fra il 1900 e il 1992 ci sono stati 416 casi
documentati di persone innocenti condannate a morte. Di queste, 23
sono state già giustiziate.
Ci
si potrebbe chiedere: come possono accadere queste cose? Come mai
persone innocenti vengono condannate per crimini che non hanno
commesso? O, in altri casi, perché alcune persone vengono
condannate a morte e altre no [a pariytà di reato]? Due sono i
fattori importanti dell'equazione: razza e condizione
socioeconomica.
Circa
otto mesi fa in un fumetto comico è stata fatta una dichiarazione
coraggiosa e controversa. Nella striscia era disegnato il
candidato presidenziale George W. Bush mentre rispondeva alle
domande dei giornalisti. Un giornalista gli chiedeva come uno
poteva cavarsela nella giungla del sistema penale, domanda alla
quale Bush rispondeva "non bisogna essere neri, né
poveri". Ciò
che, nell'intenzione del disegnatore, non doveva essere che una
vignetta satirica, metteva anche in luce il modo in cui molte
persone vedono il sistema di giustizia penale.
Attualmente
nei bracci della morte negli USA ci sono circa 3.500 persone. Di
queste, il 42% è costituito da persone afro-americane, nonostante
gli afro-americani rappresentino soltanto il 12% della popolazione
degli Stati Uniti d'America. Dal 1976, soltanto 10 esecuzioni su
687 riguardavano casi in cui in l'omicida era bianco e la vittima
nera (www.aclu.org).
Secondo
la ACLU [l'Associazione Americana per i Diritti Civili, N.d.T.],
quasi tutte le condanne a morte (82%) in questo Paese coinvolgono
vittime di razza bianca. L'ACLU fa notare anche che nello Stato
della Georgia dal 1972 ad oggi oltre il 60%
delle vittime di omicidio è
rappresentato da persone di colore, ma che ben 20 delle 22
persone giustiziate in questo lasso di tempo erano state
condannate per avere ucciso una o più persone di razza bianca.
I
Pubblici Ministeri della Georgia
richiedono la pena capitale nel 70% dei casi riguardanti
crimini commessi da neri nei confronti di bianchi, ma soltanto nel
35% dei casi richiedono la stessa condanna nei casi riguardanti
altre combinazioni di razza. Questi fatti sensazionali mettono in
evidenza le discriminazioni razziali presenti nel sistema penale
americano. Queste ingiustizie non possono essere tollerate.
Allo
stesso modo esistono molte prove che dimostrano che le persone di
bassa estrazione sociale hanno più possibilità di essere
condannate a morte, a parità di reato, rispetto alle persone più
ricche. Dai dati in proprio possesso, l'Associazione degli
Avvocati americani (ABA) ha concluso che non sono le prove di un
crimine bensì la qualità della difesa legale a determinare
l'imposizione o meno della condanna a morte. In California, ad
esempio, meno del 2% delle 513 persone rinchiuse nel braccio della
morte ha potuto avvalersi di un consiglio di difesa di fiducia.
Nella maggior parte dei casi, in tutto il Paese, gli avvocati
d'ufficio non vengono retribuiti adeguatamente e pertanto svolgono
un lavoro del tutto insufficiente.
L'ex
Presidente Clinton nel 1996 tagliò i fondi governativi destinati
a 20 centri che si occupavano della difesa legale di imputati
indigenti. Tutti questi centri, venendo a mancare tali fondi, sono
stati costretti a chiudere (www.nodeathpenalty.org/fiveReasons.html).
Sarebbe
stupido dire che non c'è niente che non va nel sistema e che non
sono state commesse ingiustizie nei confronti di persone con
un colore di pelle sbagliato, un reddito sbagliato o di
persone che, semplicemente, sono scivolate nei crepacci della
giustizia.
Per
le ragioni di cui sopra, è stato commesso un torto nei confronti
di ogni persona già giustiziata o in attesa di esecuzione e, come
cittadini degli Stati Uniti d'America, è nostro dovere opporci a
questo sistema e chiedere che vengano messe in atto delle riforme
prima che qualcun altro diventi vittima delle sue contraddizioni e
dei suoi metodi ingiusti.
Il
Governatore Ryan dell'Illinois, con la coraggiosa decisione di
imporre una moratoria sulle esecuzioni nel suo Stato, ci ha aperto
le porte e ci ha mostrato cosa bisogna fare. E' ora che gli Stati
Uniti d'America facciano il passo successivo ed impongano una
moratoria federale.
Non
possiamo essere responsabili per il verificarsi si ulteriori
ingiustizie.
Le
statistiche tradiscono gli attivisti
(Fonte:
Jaime Sneider - Columbia Daily Spectator - Columbia University)
Spinti
dalla propria ideologia, a discapito di una cronaca vera, molti
giornalisti ed attivisti politici hanno creato una serie di miti
sulla pena di morte, falsando il dibattito con statistiche esposte
in modo non del tutto corretto.
L'alterazione
più recente è partita dalla Columbia University, che ha
pubblicato uno studio intitolato "Un sistema che non
funziona: percentuale di errori in casi capitali, 1973-1995",
nel quale si asserisce che - nel periodo preso in esame - è stata
riscontrata una "percentuale di errori" del 68%
nei casi capitali e si conclude sostenendo che la pena di
morte sta "crollando sotto il peso dei suoi stessi
errori".
I
media, tuttavia, hanno dimenticato di scrivere che ciò che il
professore James Liebman della Columbia intendeva dire con
"percentuale di errori" non era che il 68% delle persone
nel braccio della morte si sono rivelate in seguito innocenti,
bensì che [Liebman e i suoi collaboratori] non sono stati in
grado di trovare un singolo caso negli oltre 20 anni esaminati in
cui una persona innocente è stata giustiziata.
In
un articolo pubblicato sul Wall Street Journal, il professore Paul
G. Cassel riporta che il dato del 68%
menzionato "include qualsiasi revoca da parte di un
giudice d'appello a qualsiasi grado di appello, anche in quei casi
in cui - poi - la
condanna a morte è stata definitivamente riconfermata".
Cassel spiega che, quindi, nello studio della Columbia sono stati
considerati "errori" anche i casi in cui una qualsiasi
corte di appello ha semplicemente richiesto ulteriori accertamenti
[e quindi ha momentaneamente revocato la condanna].
Parimenti,
anche il presupposto rapporto di 1 a 7 cui si fa riferimento in
merito al livello di errori fatti nei casi capitali è
ingannevole. I divulgatori della statistica dicono che per ogni
sette persone giustiziate, una ha avuto un rovesciamento di
sentenza. Il professore Arnold Barnett del MIT ha definito questo
rapporto "senza significato" , poiché esso non
rappresenta una percentuale di errore, come - per ignoranza - si
è portati a credere.
Una
percentuale di errore si calcola dividendo il numero di persone
innocenti giustiziate per il numero totale di persone giustiziate.
Secondo Barnett, rendere noto il numero delle persone non
giustiziate non significa niente, semplicemente perché non indica
necessariamente che c'è qualcosa che non funziona nel sistema. Al
contrario, questo mostra che il sistema ha rimediato ad errori
fatti.
Un'altra
idea sbagliata molto diffusa è che gli assassini e gli stupratori
che si trovano nei bracci della morte siano vittime di un sistema
razzista. Sfortunatamente per gli oppositori della pena capitale,
dai dati in possesso del Bureau of Justice Statistics si evince
che i criminali di razza bianca hanno più probabilità di essere
condannati a morte rispetto a quelli di razza nera.
Nel
tentativo di divulgare ulteriormente le proprie convinzioni,
coloro che si oppongono alla pena capitale sostengono che un nero
che ha ucciso un bianco ha più probabilità di essere condannato
a morte rispetto ad un bianco che ha ucciso un nero. I dati, però,
sono facilmente alterabili, visto che l'80% della popolazione
degli Stati Uniti è costituito da persone di razza bianca, mentre
solo il 13% è costituito da persone di razza nera. Ne consegue
che, supponendo che gli assassini scelgano a caso le loro vittime,
per ogni 10 omicidi commessi da persone di razza bianca, una
vittima soltanto è di razza nera, mentre per ogni 10 omicidi
commessi da persone di razza nera, otto vittime sono bianche.
Molti
attivisti, anziché affrontare le questioni morali correlate alla
"giustizia punitiva", argomentano la questione dei
costi, sostenendo che la pena capitale è più onerosa rispetto
all'ergastolo. C'è da dire, però, che attualmente le spese
aggiuntive sostenute per le esecuzioni non sono il risultato di più
garanzie a salvaguardia dei diritti fondamentali del cittadino, ma
sono invece il risultato di inutili ritardi nei tribunali
federali. In un articolo pubblicato dal National Review, l'ex
assistente del Procuratore Generale dell'Arizona, Andrew Thomas,
osserva che "fra il 1977 e il 1996, gli anni trascorsi in
media da un detenuto nel braccio della morte sono quasi
triplicati, passando da 4 a oltre 11".
Non
bisogna, inoltre, dimenticare gli effetti positivi della pena
capitale sulla riduzione del tasso di criminalità. Nel corso
degli ultimi 10 anni, aumentando il numero delle esecuzioni, è
diminuito simultaneamente il numero di omicidi commessi. Il
commentatore politico William Tucker fa anche notare che "la
diminuzione più evidente nel numero di omicidi nel corso degli
ultimi 10 anni si è avuta proprio in quegli Stati che hanno
effettuato il maggior numero di esecuzioni … Dal 1990 ad oggi,
la metà delle esecuzioni di tutto il Paese hanno avuto luogo in
Texas, Oklahoma, Louisiana ed Arkansas ed è proprio qui che i
tassi di omicidi sono diminuiti più che in altri Stati".
Si
può non essere d'accordo sull'onere della prova che dovrebbe
essere richiesto nei casi penali e su quali misure
- tipo il test del DNA -
ci si dovrebbe basare per determinare la colpevolezza di un
imputato. Ma il dibattito sulla questione della pena capitale, e
cioè se dovrebbe o meno esistere, è completamente diverso e non
dovrebbe essere confuso così facilmente con la sua realizzazione
pratica. In tutti i casi penali ci si dovrebbero porre le stesse
domande e la pena di morte non fa alcuna differenza, eccetto il
fatto che - una volta giustiziato il condannato - non è più
possibile tornare indietro. Questo, tuttavia, non minaccia la
legittimità della pena capitale, perché nel fondare un sistema
di giustizia penale, bisogna mettere in conto un certo livello di
imperfezione, dato che nei tribunali operano essere umani che - in
quanto tali - commettono errori.
La società, piuttosto che accettare il fatto che una
persona innocente venga incarcerata, dovrebbe essere pronta ad
accettare il fatto che un certo numero di colpevoli restino in
libertà. Ma anziché lasciare in libertà un numero eccessivo di
criminali, la società ha deciso quale è il minore dei due mali,
in quanto anche le vittime erano innocenti.
Un
sistema imperfetto: il tasso di errore nei casi capitali
Da
uno studio del Prof. James S. Liebman, della Columbia University
Secondo
un recente studio, le corti federali e statali hanno annullato il
68% delle condanne a morte per errori sostanziali. Nei casi in cui
hanno ordinato un nuovo processo, l'82% dei condannati a morte ha
ricevuto una condanna diversa da quella a morte, mentre il 7% è
stato trovato innocente.
L'autore
dello studio, il prof. James S. Liebman, della Columbia
University, ha dichiarato che <<questo studio intendeva
esaminare il sistema e quanto fossero frequenti gli errori.
Abbiamo scoperto che non è uno Stato né un caso, bensì tutto il
sistema in cui questo tipo di errori sostanziali è endemico>>.
Lo
studio definisce errore sostanziale l'errore che
<<sostanzialmente mina l'affidabilità dell'indagine o della
condanna a morte imposta al processo>>, inducendo la corte
ad annullare la condanna o la sentenza o entrambe. Lo studio, che
esamina il periodo dal 1973 al 1995, riporta tra le altre cose,
che su 599 condanne a morte esaminate al loro primo appello
federale dell'habeas corpus, le corte federali ne hanno annullate
il 40% (237) per errori sostanziali.
Sono
principalmente due gli errori rinvenuti nella maggior parte delle
revisioni dello stadio successivo alla condanna:
-
avvocati "egregiamente" incompetenti che hanno ignorato
una prova di innocenza o che avrebbero potuto sostenere una
condanna minore;
-
la soppressione di prove del genere da parte della polizia o
dell'accusa.
Dal
1973 al 1995, gli Stati hanno emesso 5.760 condanne a morte e
hanno eseguito 313 esecuzioni, il 5,4%, una su diciannove. In
questa ottica, la pena di morte non è un successo. Secondo Ira
Robbins, dell'American University Washington College of Law, il
tasso di errore del 68% è un "numero scioccante".
Questo induce a credere che l'esecuzione di un innocente non sia
l'unico problema. << Le corti stanno annullando le condanne
a morte per errori sostanziali. L'innocenza legale è ancora molto
importante agli occhi delle corti. L'alto tasso di errore dimostra
che fondamentalmente c'è qualcosa di sbagliato nel modo in cui
viene amministrata la pena capitale nel nostro paese>>.
Beth
Wilkinson, ex procuratore nell'attentato di Oklahoma City,
attualmente socio di uno studio legale di Washington, dice:
<<Ciò che veramente mi preoccupa non è tanto il tasso del
68%, bensì l'82% delle persone che, dopo la scoperta di errori
nel processo, ha ricevuto una condanna inferiore a quella a morte.
Ciò mi dimostra che non solo ci sono degli errori, ma che la
maggior parte dei casi non sempre aveva niente a che fare con i
casi di pena capitale>>.
(feb 01)
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