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Ronald
Keith Williamson è stato assolto e liberato 20 mesi fa dal
braccio della morte dell’Oklahoma, dove aveva trascorso 9 anni
facendo aventi e indietro nella sua cella di due metri per tre e
urlando che non era stato lui a violentare ed uccidere la giovane
donna che in città chiamavano Ada. Distrutto da una malattia
mentale e dall’angoscia causata dalla vita in carcere, Ronald
non è in grado di conservare un lavoro e vive in una
casa/accoglienza ad Oklahoma City.
Lo
Stato non ha posto rimedio all’errore commesso che trasformò
Ronald da eroe della squadra di baseball del liceo al condannato a
morte n. 134846. L’unico rimborso riconosciutogli è quello dei
50 dollari che vengono dati a tutti i detenuti al momento del
rilascio.
Attualmente
3.682 persone si trovano nei bracci della morte americani. Lo
scorso anno ne sono state giustiziate 98, mentre soltanto 88 in
questi anni sono state riconosciute innocenti e rilasciate. Circa
la metà di questi rilasci, di cui nove grazie al test del DNA, ha
avuto luogo dal 1993 in poi.
Questa
modesta ondata di assoluzioni ha favorito una nuova presa di
coscienza circa il rischio di giustiziare persone innocenti..
Diversi Stati hanno ordinato ai legislatori di studiare
[l’amministrazione] della pena di morte. Lo Stato
dell’Illinois è addirittura arrivato a dichiarare una moratoria
sulle esecuzioni. Altri Stati hanno invece espresso fiducia
nell’efficacia del sistema. Il Texas, ad esempio, ha giustiziato
oltre tre dozzine di persone quest’anno. Ma mentre il dibattito
sulla pena capitale si sta intensificando, non si parla quasi mai
del destino di coloro che sono stati liberati dal braccio della
morte.
Gli
uomini di cui si parla in queste pagine sono stati condannati a
morte e hanno trascorso anni nel braccio della morte in attesa,
giorno dopo giorno e notte dopo notte, di essere giustiziati.
Hanno visto altri uomini, con alcuni dei quali erano diventati
amici, essere portati via per essere uccisi. Alcuni di loro sono
stati così vicini alla propria esecuzione al punto da sentire i
giudici o le autorità del carcere leggere a voce alta il proprio
mandato di esecuzione, il giorno e l’ora esatta in cui sarebbero
stati uccisi tramite iniezione letale o avrebbero dovuto sedersi
sulla sedia elettrica. Hanno riempito i formulari della prigione
con le loro volontà spiegando come disporre del proprio corpo
dopo l’esecuzione. Hanno lottato nel tentativo di ritornare alla
normalità dopo l’isolamento nel braccio della morte, hanno
combattuto con la paura dell’esecuzione, la confusione,
l’incredulità e la rabbia di essere stati ingiustamente
etichettati come assassini irrimediabili. Hanno dovuto fare i
conti con matrimoni distrutti, discriminazioni nel mondo del
lavoro, sospetti da parte dei vicini di casa, colleghi e datori di
lavoro. E hanno ricominciato le loro nuove vite con pochissimo
aiuto. Gli Stati che hanno speso milioni per cercare di
giustiziare questi uomini, non hanno offerto loro alcun aiuto,
alcun supporto economico.
Jerry
Banks uccise sua moglie e poi si suicidò poco dopo essere stato
rilasciato dal braccio della morte della Georgia. Lasciò un
biglietto con scritto “tutto ciò che avevo al mondo mi è stato
portato via”.
Fred
Macias, che era tossicodipendente prima di essere rinchiuso nel
braccio della morte del Texas, è morto per overdose tre anni dopo
il suo rilascio.
“E’
una cosa che distrugge completamente la vita di una persona”, ha
detto Kirk Bloodsworth, uno degli uomini liberati. “Ogni
sassolino, ogni minima parte, ogni granello della tua esistenza
viene buttato via. Devi ricominciare tutto daccapo e alcune
persone non ce la fanno. Alcune persone non saranno mai più le
stesse”.
Earl
Washington, Virginia
Condannato
nel 1984
Esonerato
e grazia concessa nell’ottobre del 2000
Dovrebbe
essere rilasciato il 21 febbraio 2001
Washington,
40 anni, ha trascorso 9 anni nel braccio della morte per lo stupro
e l’omicidio di una ragazza diciannovenne di Culpepper,
Virginia. Nonostante il suo quoziente intellettivo di 69 e le
capacità mentali di un bambino di 10 anni, Washington venne
condannato sulla base della sua stessa confessione, una
confessione estorta dalla polizia e che Washington aveva
successivamente ritrattato. Nel 1985, a pochi giorni
dall’esecuzione, la sua condanna a morte venne commutata in
ergastolo dopo che un test del DNA fece sorgere dei dubbi sulla
sua probabile innocenza. Questo autunno, in seguito ad un
ulteriore test del DNA, a Washington è stata concessa la
“grazia incondizionata” dal Governatore James S. Gilmore III.
E’ ancora in carcere per scontare una condanna per aggressione e
furto con scasso risalente al 1984. Washington, una volta libero,
entrerà in una casa/accoglienza per malati mentali a Virginia
Beach.
“Si
poteva sentire il ronzio della sedia ogni volta che veniva messa
in funzione, come un condizionatore acceso. Mio padre una volta
che venne a trovarmi mi chiese ‘cos’è questo rumore?’ e io
gli ripsosi ‘la sedia’. Terribile. Il modo in cui testavano il
suo funzionamento. …. La prima cosa che farò: andrò a Virginia
Beach. Farò un bagno caldo. Poi mangerò qualcosa. Sarò nervoso.
Non sto là fuori da così tanto tempo. …. Sono ancora
arrabbiato con [lo Stato de]la Virginia per quello che mi ha
fatto. Ma è ora ch’io metta la rabbia da parte. Devo vivere
ogni giorno così come viene, altrimenti impazzisco. Mi hanno
rubato 17 anni di vita”.
Kirk
Noble Bloodsworth, Maryland
Condannato
nel 1984
Rilasciato
nel 1993
Bloodsworth,
40 anni, ha trascorso due dei suoi 6 anni nel braccio della morte
del Maryland per lo stupro e l’omicidio di una bambina di 9
anni. Ex marine senza precedenti penali, Bloodsworth venne
condannato sulle identificazioni sbagliate di alcuni testimoni
oculari. Nel 1993 il test del DNA effettuato su una goccia di
sperma trovata sulle mutandine della vittima e non notata in
precedenza, scagionò Bloodsworth, che venne graziato dal Gov.
William Donals Schaefer. Bloodsworth, sposato, ora lavora come
pescatore di granchi in Maryland.
“Appena
uscito dal carcere non riuscivo a trovare lavoro. Ho vissuto nel
mio camion per un anno, saltando da lavoro a lavoro, nel tentativo
di trovare un posto dove vivere. … Nel 1997 ebbi un esaurimento
nervoso. Non sapevo dove andare e cosa fare di me. Per anni il mio
caso era stata la mia vita. Non avevo altro da fare. … Quando
sono uscito dal carcere sono andato a lavorare in una ditta di
servizi funerari. Sentivo di provare un senso di empatia per le
persone che si trovavano ad affrontare un momento del genere. Ma
alla gente in città non piaceva ch’io lavorassi là. Il
direttore mi disse che dovevo andarmene, perché stavano perdendo
del lavoro. Alla gente non piaceva ch’io stessi vicino ai loro
cari.. … Ho lavorato per la Black & Decker. Quando mi sono
presentato, hanno voluto ch’io mostrassi loro il documento col
perdono e ho dovuto lasciarne loro una copia. La gente scriveva
cose anonime nella polvere del mio camion e mi lasciava biglietti
sul parabrezza: omicida di bambini, assassino. … Non potevo
continuare a lavorare in un posto dove non c’erano finestre e
questa è una delle ragioni per cui sono andato a lavorare in
acqua, all’aperto. Per 9 anni non ho visto il cielo di notte.
… Non importa quale sia la verità, la gente comunque non ha
fiducia in te. Una volta sono entrato in un supermercato in città
e, non appena mi ha visto, una donna ha preso in braccio la sua
bambina. La bimba ha detto ‘quello è l’uomo che era alla TV,
mamma’ e lei ha afferrato e stretto la bambina dicendole ‘non
avvicinarti a lui’. Ho lasciato lì tutto e me ne sono andato.
…. Non finisce mai. Mai. Mai. Non finirà mai”.
Rolando
Cruz, Illinois
Condannato
nel 1985
Rilasciato
nel 1995
Cruz,
37 anni, ha trascorso 12 anni in prigione per il rapimento, lo
stupro e l’omicidio di una bambina di 10 anni avvenuto alla
periferia di Chicago. Membro di una gang con precedenti per
violazione di domicilio, Cruz disse alla polizia di avere
informazioni sull’omicidio della bambina. Un anno e mezzo dopo
la polizia, sotto pressione poiché il caso era ancora irrisolto,
arrestò Cruz. Nonostante uno stupratore già condannato disse di
essere l’omicida e nonostante il test del DNA scagionasse Cruz,
egli restò nel braccio della morte fino a quando un funzionario
di polizia non ammise di aver testimoniato il falso: solo allora
Cruz venne prosciolto e rilasciato. Cruz vive a Chicago ed è
sposato con figliastri. Ha lavorato in una fabbrica di metallo. In
settembre a lui e ad altri due uomini è stato riconosciuto un
indennizzo di 3,5 milioni di dollari dalla Contea di Du Page.
“Anagraficamente
ho 37 anni, ma psicologicamente molto spesso mi sento più
vecchio. Però qualche volta, quando esco, è come se avessi 25
anni. Non ho perduto quei 12 anni, loro me li hanno rubati. Io
credo che quando ti viene portato via del tempo in quel mondo e
poi ritorni nella società, per così dire alla vita normale,
automaticamente tendi a pensare agli anni perduti e ritorni
all’età che avevi, come se il tempo si fosse fermato”.
James
Richardson, Florida
Condannato
nel 1968
Rilasciato
nel 1989
Richardson,
65 anni, venne condannato per l’avvelenamento con insetticida
dei suoi 7 bambini. Dopo la sua incarcerazione, un avvocato che
seguiva il caso venne a sapere che la baby-sitter che aveva
preparato il pranzo per i bambini nel 1955era stata condannata per
l’omicidio del suo secondo marito. Janet Reno, all’epoca
Procuratore Distrettuale della Contea di Dade, dopo aver esaminato
le informazioni fornite dall’avvocato e le dichiarazioni giurate
di diverse persone che sostenevano che la baby-sitter aveva
confessato gli omicidi, decise di riesaminare il caso e
successivamente concluse che Richardson dovesse essere rimesso in
libertà. Ora egli vive a Wichita, Kansas, con sua moglie. Per
mantenere la famiglia assiste la figlia del padrone del casa,
affetta dalla sindrome di Down.
“Non
mi voleva nessuno a lavorare perché ero stato operato al cuore ed
ero stato in prigione. Una volta uscito dal carcere volevo le cose
che da sempre desideravo. Una chiesa, dove poter dire alla gente
che Dio c’è e come si può sopravvivere senza peccare tanto e
affrontando le difficoltà della vita. Una casa e un mezzo di
trasporto per potermi muovere. Non volevo 10 o 15 milioni di
dollari. Speravo soltanto di avere il necessario per vivere. Ma
non ho avuto niente. Spero ancora che qualcuno mi aiuti, spero di
riuscire ad avere una casa”.
Ronald
Keith Williamson, Oklahoma
Condannato
nel 1988
Rilasciato
nel 1999
Williamson,
47 anni, ha trascorso 9 anni nel braccio della morte per lo stupro
e l’omicidio di una giovane donna. Williamson, che ha problemi
di depressione maniacale, fu condannato in base alla testimonianza
di un testimone discutibile. Inoltre, venne rappresentato da un
avvocato che non aveva alcuna esperienza in casi capitali e che
rifiutò di essere lasciato solo col proprio cliente. Nel 1997 una
corte federale capovolse la condanna di Williamson sulla base
dell’inadeguata assistenza legale. Il test del DNA confermò che
Williamson era innocente. Ora egli vive a Oklahoma City e si
guadagna da vivere suonando la chitarra in un bar.
“Ogni
giorno ci sono momenti in cui mi sembra di essere di nuovo in
prigione. La mia mente rivede quei momenti. So che sono libero, ma
è più forte di me. A volte non riesco a non pensare d’essere
ancora in prigione. Non so se voglio continuare a vivere, ma non
voglio suicidarmi”.
Walter
McMillian, Alabama
Condnnato
nel 1988
Rilasciato
nel 1993
McMillian,
59 anni, ha trascorso sei anni nel braccio della morte
dell’Alabama per l’omicidio di una commessa bianca di 18 anni.
Venne condannato grazie alla testimonianza di un criminale di
carriera interessato ad un patto col Procuratore e di altre due
persone. La giuria non tenne in alcuna considerazione la
testimonianza di più di una dozzina di persone di colore che
asserivano che McMillian si trovava con loro ad un pic-nic al
momento dell’omicidio. McMillian è stato rilasciato dopo che un
avvocato specializzato in casi capitali, che aveva deciso di
difendere McMillian, presentò un nastro registrato nel quale il
testimone più importante dell’accusa dichiarava alla polizia
che McMillian non aveva nulla a che fare con l’omicidio.
McMillian vive ora a Monroeville, Alabama. Nel 1995 si è rotto il
collo tagliando un albero. Vive grazie all’assegno di invalidità
parziale e lavora part-time recuperando pezzi di metallo dalle
auto in demolizione.
“A
volte vorrei andarmene da qui e non tornare più. Molti mi dicono
‘io me ne andrei!’, ma io dico loro ‘questa è la mia casa.
Io sono innocente.’ Se me ne andassi la gente direbbe ‘è
colpevole, se n’è andato’. Non vedo perché dovrei lasciare
la mia città natale. … A volte mi arrabbio, allora inforco la
bicicletta e pedalo .. qualsiasi cosa pur di non pensare. …. Non
ho mai ricevuto delle scuse. Li vedo – i poliziotti – molto
spesso. Li vedo in giro, al negozio della frutta, e mi dicono
‘hey Johnny, come va?’. … Otto persone sono state
giustiziate mentre ero nel braccio. Conosci un fratello, ci giochi
a palla insieme, vai in chiesa con lui, vi affezionate l’uno
all’altro, e poi loro gli dicono ‘è arrivato il tuo giorno’.
… Il carcere mi ha dato 100 dollari come miglior prigioniero.
Non ho mai avuto problemi: né con le guardie, né con altri
detenuti, o con il direttore. Non ho mai ricevuto un biglietto di
punizione. Il direttore disse che si era dimenticato ch’io fossi
là”.
(New
York Times – Coalit)
(gen 01)
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