Non ci sono state impiccagioni dal 1987, un fatto confermato dal
procuratore generale Amos Wako.
Molti di quelli nel braccio della morte
sono, quindi, ancora in prigione e probabilmente vi passeranno
tutta la vita.
La ragione principale per cui non ci sono
più state impiccagioni è dovuta al fatto che il Presidente non
ha firmato alcun ordine d’esecuzione come richiesto dalla legge.
Perché questo?
E’ possibile che il sistema non abbia il coraggio morale per
impiccare le persone e che sia ancora, allo stesso tempo, troppo
codardo per fare a meno della pena di morte per la paura di
perdere il consenso di una parte della società?
Perché continuare a condannare le persone a morte e poi non
portare a compimento la sentenza?
Il lungo processo che precede le
esecuzioni ha dato l’opportunità ad alcuni di appellarsi e di
ottenere una sentenza ridotta a carcere a vita o anche a sentenze
di custodia più brevi. Ma ci sono state istanze dove l’appello
si è rivoltato contro l’appellante, come nel caso di un uomo
che contestò una condanna a sei anni di carcere per aver compiuto
una violenta rapina ai danni di un turista, solo per ritrovarsi
con una sentenza di morte…
INTERVISTA AD UN BOIA IN PENSIONE.
Kirugumi wa Wanjuki di anni 76, è stato
il boia della prigione di massima sicurezza Kamiti per 13 anni,
l’unica struttura di massima sicurezza dove i condannati
incontravano il loro fato. In questa intervista egli parla della
sua esperienza, dei suoi pensieri e sentimenti riguardo il suo
lavoro. Ora è andato in pensione.
Prima di cominciare a prestare servizio
alla prigione all’età di 37 anni, egli aveva svloto vari
lavori, ed aveva anche lavorato per la polizia nella caccia ai
combattenti per la libertà di Mau Mau.
Era il momento culminante della guerra
per la libertà e Wanjuki, che agiva anche come informatore di Mau
Mau, fu arrestato quando tentò di rubare 2 pistole ad un
funzionario del governo delle colonie britanniche.
Nonostante questi fatti, egli fu assunto
per sorvegliare centinaia di uomini che erano stati radunati e
tenuti in campi di concentramento a Nyeri e altre parti della
Provincia Centrale. Lavorò presso i campi di lavoro di Kangubiri
per sette anni prima di unirsi al Dipartimento delle Prigioni nel
1961 dove gli fu assegnata la prigione di Kamiti.
D: Come venne coinvolto nelle
esecuzioni?
R: Lavoravo alla prigione da un paio d’anni e avevo
imparato come le guardie carcerarie portavano a termine le
esecuzioni. Un giorno fui chiamato e mi fu detto di prepararmi.
Non mi fu dato nessun dettaglio. Comunque, alcuni dei miei
colleghi che lavoravano lì da diverso tempo mi dissero che questo
significava che dovevo indossare la mia uniforme migliore
assicurandomi però di non indossare una cintura o comunque niente
di metallico. Eravamo in 2…L’uomo che dovevamo portare al
patibolo era un Asiatico che, in un eccesso di gelosia, aveva
ucciso la moglie e i tre figli.
D: Quali compiti svolse prima di
diventare un boia?
R: Ero solito portare i condannati a morte dalle celle alla
zona di esecuzione, pochi metri distanti dalle 4 celle riservate a
coloro che stavano per morire. Lo facevo salire sul patibolo,
legavo le sue braccia strette al corpo, gli mettevo il cappuccio
nero in testa e il cappio intorno al collo. Questo è qualcosa che
ho fatto molte volte.
D: Cosa provò la prima volta che
ha giustiziato qualcuno?
R: Ero spaventato…tremavo per la pura. L’altra guardia
che era con me mi disse di smettere di tremare perché sarei stato
picchiato se gli altri avessero notato la mia paura. Mi disse di
non essere un dume-kike (poco uomo ndr), altrimenti avrei dovuto
togliermi la divisa, andare via e lasciare la prigione per non
tornarci più. Mi disse di considerare quello alla stregua di
qualsiasi altro lavoro e di ricordare che il condannato aveva
tolto la vita a qualcuno ed era nostra responsabilità esigere la
punizione. Non ebbi più paura da quel momento.
D: Aspettava con ansia
un’esecuzione?
R: Era un lavoro che doveva essere fatto, ed io ero lì per
farlo. Mi sentii dispiaciuto per il primo uomo che prelevai. Era
quell’asiatico accusato che aveva ucciso la moglie e i tre
figli. Piangeva e mi supplicava di non farlo. Ero spaventato ma
poi mi resi conto che era come fare qualsiasi altra cosa. Si
sviluppa uno strano rapporto con il condannato a morte. Alcuni mi
piacevano anche, specialmente quelli nel braccio della morte che
aspettavano l’appello. Quando erano rilassati (e ce n’erano
pochi) avrei voluto abbracciarli e baciarli! Oh! Che sollievo
avrei provato!
D: Come si sentiva dopo
un’esecuzione? Come cristiano non la preoccupava il fatto che
stesse commettendo un peccato dal momento che toglieva la vita ad
un altro uomo, cosa proibita nella Bibbia?
R: Dopo la prima volta mi sentii davvero male e bevvi fino
a non capire più niente per dimenticare ciò che avevo fatto
quella notte. Ma dopo aver portato a termine molte esecuzioni
smisi di sentirmi male…è come quando si comincia un nuovo
lavoro…ti vengono date le istruzioni, e dopo dipende da te. Sa,
le esecuzioni erano sempre compiute di notte…tra le 20.30 e le
21.00. Ogni qualvolta doveva esserci un’esecuzione, la sicurezza
veniva ristretta ma questo non era davvero necessario. In qualche
modo, il resto della popolazione carceraria, specialmente quelli
della sezione generale, venivano a saperlo e sul posto cadeva un
profondo silenzio. Quando la botola veniva aperta, faceva un tale
rumore che avresti giurato che tutti lo avessero sentito. (ma io
non la penso così). Non mi sono mai sentito preoccupato per
quello che facevo…la mia coscienza è pulita e lo è sempre
stata, perché ciò che facevo non era altro che uno dei lavori
che dovevano essere fatti. Quelle persone che io impiccavo avevano
tolto la vita a qualcun altro…dovevano pagare.
D: Come compivi le esecuzioni?
R: E’ un processo lungo e meticoloso. Nel giorno
dell’impiccagione dovevo esaminare tutto il materiale occorrente
per essere sicuro che funzionasse in modo corretto. Facevo questa
verifica riempiendo un sacco con 200Kg di sabbia e simulando poi
un corpo impiccato. La botola costruita sotto veniva aperta e nel
giro di un attimo il sacco scompariva e veniva poi tirato su di
nuovo. Inoltre cospargevo d’olio tutte le parti del congegno.
Prima di questo il condannato veniva trasferito dal braccio della
morte ad una delle 4 celle riservate proprio a quelli la cui data
d’esecuzione era stata fissata. Egli veniva vestito con una
speciale uniforme, diversa da quella indossata dai suoi compagni
nel braccio della morte che è a sua volta differente dalla divisa
indossata dalla popolazione generale. 24 ore prima
dell’impiccagione, ai condannati viene concesso il completo
accesso di visita di famigliari e parenti, e possono scegliere
qualunque cosa vogliano da mangiare per il loro ultimo pasto. Un
prete o un pastore viene chiamato per pregare insieme al
condannato qualche tempo prima dell’ora stabilita per
l’esecuzione. Il condannato viene poi guidato fuori dalla cella
per compiere gli ultimi passi verso la struttura per
l’impiccagione. Questo congegno può impiccare due corpi
simultaneamente. Le braccia del condannato gli vengono legate
dietro alla schiena, prima che la sua testa sia coperta da un
cappuccio nero. Il cappio viene poi posto intorno al suo collo.
Due guardie stanno da entrambi i lati del condannato ma lontano
dalla botola. Ad un segnale dato dal comandante della prigione,
che presenzia tutte le esecuzioni, la leva viene tirata e la
botola si apre immediatamente. Se batti un occhio puoi perderti
l’intera cosa…il collo della vittima è spezzato. E’ rapido
e pulito.
D: Avrebbe giustiziato un parente
o un membro della sua famiglia se fossero stati condannati a
morte?
R: Mi sarebbe dispiaciuto, ma avrei portato a termine il
lavoro comunque. Dopo tutto, la persona sapeva cosa la aspettava
quando commise il crimine, perciò non si sarebbe dovuta aspettare
nessuna misericordia da me. Non posso fare niente, perché le
corti avrebbero deciso il caso. Qualche volta gli ufficiali della
prigione potrebbero decidere di far condurre l’esecuzione ad
un'altra guardia, specialmente se il condannato proviene dal tuo
villaggio. Ricordo un’istanza quando dovevo giustiziare il
figlio di una persona che abitava nel mio villaggio. Era stato
condannato a morte per omicidio. Quella fu una brutta
esperienza…l’avevo visto crescere!!!
D: Pensa che tutte le persone da
lei giustiziate meritassero di morire?
R: Un crimine è un crimine e se uno è stato condannato a
morte, allora non c’è niente che si possa fare! La persona
sarebbe andata presso la corte e se fosse stata condannata a
morte, allora questo è ciò che accadeva. Non dovevo sentirmi
colpevole o triste riguardo a loro, dopo tutto erano stati
condannati a morte dalla corte e non da me. Il mio lavoro era di
portare a termine l’impiccagione e non di decidere se
meritassero di morire o no!
D: Qual è per lei la sua più
memorabile esecuzione?
R: Fu quando fu giustiziata Grace Karisa ed il suo uomo,
John, un Mumero. Avevano ucciso un ispettore di polizia. I due
furono condannati all’impiccagione e fu deciso che sarebbero
stati giustiziati insieme. Il patibolo può impiccare due persone
alla volta, sa? Comunque, ad entrambi fu chiesto quali fossero i
loro ultimi desideri (ridendo). Grace lasciò tutti di stucco
quando disse che l’unica cosa che voleva era che le fosse data
l’opportunità di fare l’amore con John, l’uomo accusato con
lei, per l’ultima volta. La maggioranza degli uomini condannati
a morte farebbe una faccia coraggiosa e ti direbbe: “Kwaheri
mpaka tuonane tena mbiguni (addio fino a che ci incontreremo in
paradiso!) Non era cosa comune impiccare le donne e Grace è
l’unica donna che ho giustiziato durante tutto il tempo in cui
ho svolto questo lavoro. Era una ragazza allegra e scherzò fino
all’ultimo. Dopo che fu finita, il suo corpo e quello di John
furono entrambi sepolti in due bare separate nelle terre
d’estensione della prigione. Lo sa? Ci sono circa 9 acri di
tombe nel complesso! Ognuna di esse con i resti di una persona
impiccata dalle corti! Heh…mi chiedo quante altre tombe sono
state sotterrate da quando sono andato in pensione!!
D: Se potesse rinascere a nuova
vita, diventerebbe un impiccatore?
R: Perché no? E’ un buon lavoro che paga bene. Ricevo
ancora la pensione, anche ora. Non posso dirle quanto perché
questo è il mio segreto. E’ un buon lavoro e mi ha dato
abbastanza per mantenere la mia famiglia. Andrei avanti e farei il
lavoro ancora. Non c’è niente che cambierei. Mi fu data una
posizione di autorità…di potere; e questo è qualcosa che la
maggioranza della gente non avrà mai nel proprio lavoro.
D: La sua famiglia sa che lei era
un impiccatore?
R: Loro sapevano che impiccare le persone era uno dei miei
compiti a Kamiti. E’ un’informazione che filtrò in qualche
modo. Anche ora, non dico che ero un boia. Io ero una guardia
della prigione e questo è tutto. Se qualcuno come lei viene a
chiedermi riguardo alle mie impiccagioni, allora parlerò di
quello.
...ALTRE RIFLESSIONI
"Ogni persona dovrebbe avere il diritto alla vita.
Altrimenti, l'assassino raggiunge inconsciamente una vittoria
morale finale e perversa rendendo assassino anche lo stato, e
riducendo poi l'avversione della società a questo…" ha
detto una volta Justice Sachs, un giudice sudafricano.
In Kenya circa 1.800 persone sono in
attesa di essere impiccate.
Il fato di tutte queste persone, detenute
nel carcere di massima sicurezza di Kamiti, dipende dalla legge
che prescrive la pena di morte per reati come la rapina con
violenza e omicidio.
Dovrebbe il Kenya abolire la pena di
morte? Il procuratore distrettuale e i membri anziani della
magistratura hanno espresso la loro avversione per l'impiccagione,
così come hanno fatto molti leader ecclesiastici e politici. Ma
la legge rimane nei codici, e le ragioni sono in parte
comprensibili, a partire dalla deterrenza per arrivare all'equità
del crimine.
E' dalla prigione di massima sicurezza di
Camiti che i condannati per omicidio e rapina violenta vengono
mandati a morire. E il numero dei detenuti nel braccio della morte
sta crescendo molto.
Ci sono molti più rapinatori violenti
che assassini in questo gruppo. Un'indagine casuale dei giornali
indicherà che molte delle persone accusate di omicidio alla fine
sconteranno una pena detentiva, invece della punizione ultima,
perché la maggioranza delle volte l'accusa è ridotta ad omicidio
preterintenzionale, che non è un reato capitale. E' molto raro
invece che le accuse per rapina con violenza vengano ridotte a
semplici rapine.
Ma la sentenza è molto ingiusta rispetto
al crimine che la vita di una persona non può essere paragonata
ad una macchina o ad un impianto stereo e invariabilmente è
discriminante nei confronti dei poveri. Quelli che rubano sono,
per necessità, persone che vogliono equilibrare la disuguaglianza
sociale "togliendo" a coloro che essi ritengono essere i
ricchi.
I loro guadagni sono insignificanti in
confronto a quelli dei criminali col colletto bianco che rapinano
le risorse del paese attraverso mega accordi con ufficiali del
governo, accordi raggiunti in uffici con aria condizionata e
tappezzati di cuoio. Forse che la società sarebbe così fiduciosa
verso la pena di morte se fossero questi uomini d'affari e gli
ufficiali "senior" del governo ad avere la vita messa a
repentaglio?
La pena di morte fu inizialmente
istituita per agire come deterrente per gli altri che avessero
pensato di commettere crimini simili. Tuttavia questo è andato
incontro ad un fallimento dal momento che molti criminali sperano
di sfuggire alle accuse e all'arresto. Se la sentenza adempisse al
suo proposito, forse avremmo meno rapinatori o anche meno
candidati al braccio della morte nelle prigioni del paese di
quanti ne abbiamo adesso.
Studi effettuati sulla relazione che
intercorre tra pena di morte e tasso di omicidi condotti per le
Nazioni Unite nel 1988 e aggiornati nel 1996, hanno portato alla
conclusione che non vi è alcuna prova scientifica del fatto che
le esecuzioni abbiano un più grande effetto deterrente rispetto
all'ergastolo, e che è molto improbabile che si arrivi mai ad
avere una prova del genere.
"La prova nell'insieme non da alcun
supporto positivo all'ipotesi della deterrenza" ha concluso
il rapporto di Roger Hood La Pena Di Morte: Un Prospetto Mondiale.
Mentre i casi di omicidio non sono così
comuni come quelli di rapina con uso di violenza, entrambi
comportano la pena ultima che è la morte per chiunque venga
condannato. Tuttavia, il sistema giudiziario è così deviato che
è più probabile che finisca nel braccio della morte un
rapinatore violento piuttosto che un omicida.
Ironicamente, il sistema permette ad un
assassino di ricevere difesa legale, mentre questo non è permesso
ad un rapinatore violento. Quest'ultimo deve pagare i conti del
suo legale mentre il primo sarà rappresentato da un avvocato
assegnatogli dalla corte che si occuperà della cosa partendo da
basi pro-bono. Sono molte le istanze dove questi avvocati
assegnati dalla corte hanno svolto in maniera scadente il lavoro
di preparazione per la difesa che un sospetto farebbe meglio a
rappresentarsi da solo.
Mentre molti kenioti sono spaventati
dalle percosse cui vanno incontro i sospettati, essi disegneranno
una linea alla polizia o alle autorità della prigione
maltrattando e torturando i sospettati e i criminali sotto la loro
tutela. Non è tortura impiccare un detenuto per il collo finchè
non muore?
Più della metà dei paesi nel mondo
hanno ora abolito la pena di morte legalmente o di fatto.
Informazioni avute da Amnesty International indicano che 72 paesi
hanno abolito la pena di morte per tutti i crimini, mentre 13
l'hanno abolita tranne che per crimini particolari, come ad
esempio i crimini in tempo di guerra.
Il Kenya può essere considerato tra quei
23 paesi che sono ritenuti abolizionisti di fatto perché
nonostante la pena di morte esista negli statuti del paese,
nessuna esecuzione è stata attuata negli ultimi 10 anni.
(Feb 2000)
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