Troppi minorenni nei Bracci della Morte
"I GIOVANI DETENUTI NEGLI USA"
La pratica ininterrotta negli USA dell’esecuzione di minorenni all’epoca del reato ha in sé implicazioni allarmanti per il modo in cui la nostra società vede la moralità, il crimine e la punizione, le leggi internazionali e l’infanzia stessa. Quando uccidiamo minorenni all’epoca del reato, ignoriamo ciò che sappiamo – e ciò che la scienza continua ad insegnarci – e cioè che i bambini e gli adolescenti sono molto diversi dagli adulti.

Ignoriamo principi di legge affermati tanto tempo fa che sostengono che la punizione dovrebbe essere proporzionata non soltanto all’atto criminale, ma anche all’intento, alla colpevolezza e alle circostanze attenuanti riguardanti ogni singolo imputato. Ignoriamo ciò che la Società Americana per la Psichiatria Infantile ci insegna: gli adolescenti che commettono crimini capitali molto spesso soffrono di gravi problemi psicologici e problemi famigliari che portano all’esacerbazione di vulnerabilità già esistenti.

Inoltre, giustiziare imputati minorenni è una pratica barbara e atavica che rende gli Stati Uniti, da tempo difensori dei diritti umani, una nazione paria agli occhi del mondo. Ci rendiamo ipocriti agli occhi del mondo dato il modo in cui conduciamo la nostra politica interna e quella estera. Ad esempio, come possiamo imporre sanzioni economiche nei confronti di quei Paesi che consideriamo violatori dei diritti umani quando noi stessi violiamo le leggi internazionali e i diritti umani dei bambini a casa nostra?
Come possiamo considerare ragazzi adolescenti completamente responsabili dei loro crimini, quando dal punto di vista legale impediamo loro – a causa appunto dell’età – di sottoscrivere contratti, di prendere decisioni mediche, di arruolarsi nei corpi militari, di votare, di fumare, di bere alcolici e persino di vedere film a luci rosse?

MINORENNI ALL’EPOCA DEL REATO RINCHIUSI NEL BRACCIO DELLA MORTE

Lo stato della Virginia ha marcato l’ingresso nel nuovo millennio con l’esecuzione di Douglas Christopher Thomas il 10 gennaio e Steven Roach appena tre giorni dopo. Il Texas, che ha giustiziato 8 imputati minorenni dal 1973 ad oggi e che ospita all’interno del suo braccio della morte 28 minorenni all’epoca del reato, ha giustiziato Glenn McGinnis il 25 gennaio. Tali esecuzioni sono state effettuate nonostante appelli provenienti da numerose associazioni, incluse l’Unione Europea e l’Ordine degli Avvocati statunitense. Anche Papa Giovanni Paolo II ha invocato clemenza al Governatore George W. Bush, chiedendo – invano - che venisse commutata in ergastolo la sentenza di morte emessa nei confronti di McGinnis.

Circa altri 73 minorenni all’epoca del reato sono in attesa di esecuzione nei vari bracci della morte degli USA. Di questi, oltre 2/3 appartengono a minoranze etniche: 51% neri, 18% latini e il 31% bianchi. Tutti di sesso maschile.

Altri imputati minorenni prenderanno residenza temporanea nei bracci della morte. Dei 38 stati USA che prevedono la pena di morte, in 19 è permessa l’esecuzione di persone di 16 e 17 anni e in 4 quella di persone di 17 anni o più grandi. Nel 1988 la Corte Suprema degli Stati Uniti decretò che l’esecuzione di ragazzi con meno di 16 anni di età era in violazione con quanto previsto dall’ottavo emendamento relativamente a “punizione crudele ed inusuale”, essendo in contrasto con “gli standard evolutivi di decenza che segnano il progresso di una società progredita”. Se non fosse per questa decisione, alcuni stati giustizierebbero imputati anche più giovani. L’ex Governatore della California, Pete Wilson, l’ideatore della Proposta di Legge 21 recentemente approvata, ha suggerito di abbassare questo limite di età a 14 anni. Inoltre, in seguito alla sparatoria avvenuta in una scuola di Jonesboro (Arkansas) due anni fa, il legislatore texano Jim Pitts ha proposto di abbassare l’età a 11 anni.

I BAMBINI SONO DIVERSI

L’atteggiamento implacabile che il sistema giudiziario americano ha nei confronti dei giovani è una sbalorditiva indicazione di quanto il nostro Paese si sia allontanato dal ruolo primario che ricopriva un tempo relativamente alla cura dei ragazzi problematici. Oltre un secolo fa l’America era all’avanguardia rispetto al resto del mondo con le proprie idee sul modo in cui dovevano essere trattati i giovani in difficoltà con la legge, tant’è vero che fu il primo Paese al mondo a costituire un tribunale dei minorenni.

Offesi dal trattamento che veniva riservato ai giovani nelle prigioni degli adulti […], i riformatori crearono un sistema e delle leggi che riconoscevano la diversità dei bambini e degli adolescenti rispetto agli adulti. Coloro che all’epoca prendevano le decisioni politiche riconobbero che l’infanzia, e soprattutto l’adolescenza, costituiscono un periodo di transizione nella vita di ognuno durante il quale sono ancora in fase di sviluppo le capacità cognitive, di giudizio, quelle di controllare i propri impulsi, la propria identità e le proprie emozioni. Si riconobbe che la trattabilità e la capacità di essere influenzati dei giovani contiene in sé la possibilità intrinseca dei giovani stessi di essere riabilitati.

Con la creazione dei tribunali dei minorenni gli Americani compresero anche la verità basilare che gli adolescenti sono semplicemente meno responsabili degli adulti delle loro cattive azioni. Gli adulti si presume siano formati moralmente e quindi in grado di distinguere il bene dal male, di scegliere l’uno o l’altro, e di conformare le proprie azioni a quanto previsto dalla legge. Mentre per quanto concerne gli adolescenti, essendo ancora in fase di maturazione e non possedendo quindi le stesse capacità critiche, ed essendo spesso oggetto di abusi e traumi, in genere non sono stati puniti come gli adulti a parità di crimine.

Tuttavia, le ultime due decadi hanno visto un grande cambiamento nel modo in cui il nostro sistema giudiziario tratta i trasgressori, prima gli adulti e, più recentemente, i minorenni. Come risultato delle misure punitive tipo le leggi dei “tre colpi”, quelle sui “predatori sessuali”, l’abolizione della libertà condizionale e l’obbligo di scontare le sentenze in carcere, attualmente oltre due milioni di americani si trovano dietro le sbarre. Il sistema che amministra i trasgressori adulti è ora focalizzato sulla punizione e sull’inabilitazione dei detenuti, non facendo nulla per riabilitarli.

Negli ultimi 10 anni, con la mentalità del “bisogna essere duri coi criminali”, si è cominciato ad adottare queste misure anche nei confronti dei minorenni, distruggendo così molte delle storiche differenze fra i due sistemi e mettendo a rischio il carattere particolare della riabilitazione fino a prima presente nei tribunali dei minorenni. Fra il 1992 e il 1997 in 47 stati sono state approvate leggi che rendono più facile processare i bambini alla stregua degli adulti.

IL MITO DEL SUPERPREDATORE

Cosa ha stimolato questi cambiamenti? Alla fine degli ’80 e all’inizio degli anni ’90 si è avuto un allarmante incremento nel numero di giovani accusati di omicidio. Con l’arrivo del crack nelle strade delle città americane, i capi adulti delle bande di strada e gli spacciatori di droga hanno reclutato e armato molti giovani che li aiutassero nella loro battaglia per il controllo del lucrativo commercio di droga. Il picco negli arresti per omicidio è rimasto perlopiù confinato nei centri cittadini e tutti i reati erano correlati al possesso di armi.

L’aumento della violenza fra i teen-ager in città divenne causa di preoccupazione, ma non tale da giustificare l’enorme demonizzazione dei giovani americani che ne scaturì di lì a poco. Verso la fine del 1995 il professore di Pricenton John DiIulio coniò il termine “superpredatore” per descrivere una nuova stirpe di giovani “senza rimorsi e moralmente impoveriti” che presto si sarebbero riversati sulle strade d’America […].

I politici si appigliarono a questa retorica, infiammarono la paura dell’opinione pubblica e sfruttarono il gap fra la percezione del pubblico e la realtà del crimine giovanile. Anche l’aumento delle notizie sui crimini giovanili pubblicate sempre più frequentemente dalla stampa, facendo sembrare il tutto la norma piuttosto che l’aberrazione, contribuirono ad aumentare l’isterismo dell’opinione pubblica.

La verità è che meno della metà dell’1% dei giovani americani sono stati arrestati per crimini violenti nel corso dello scorso anno. E, nonostante negli ultimi sette anni la criminalità giovanile sia continuamente diminuita in un periodo di tempo in cui è aumentata la popolazione giovanile in tutto il Paese (dati che screditano completamente il mito del superpredatore), il crimine giovanile continua ad essere una scottante questione politica. La Proposta 21 della California è l’esempio più recente di questo trend e indica che potrebbe non esserci un’inversione di tendenza entro breve.

L’effetto di questi cambiamenti ha alterato il panorama della giustizia giovanile. 23 stati attualmente non hanno alcun limite di età come limite fissato per processare come adulti dei giovani trasgressori. Lo scorso anno Nathaniel Abraham, un ragazzo del Michigan che aveva soltanto 11 anni al momento dell’incriminazione per omicidio, è stata la persona più giovane ad essere processata come un adulto nella storia moderna americana. Nathaniel non è stato che uno degli oltre 200.000 ragazzi sotto i 18 anni di età processati come adulti nel corso dello scorso anno.

Forse la cosa più preoccupante di questi cambiamenti è l’aumento del numero dei ragazzi che vengono detenuti nelle carceri per adulti. Proprio questo mese, l’Ufficio di Statistica sulla Giustizia ha reso noto che il numero di giovani sotto i 17 anni affidati ad istituti di pena per adulti è più che raddoppiato, passando dai 3.400 del 1995 ai 7.400 del 1997. Oltre ¼ di questi giovani detenuti in carceri per adulti ha un’età compresa fra i 13 e i 16 anni.

La distruzione del sistema di giustizia giovanile dimostra che, contrariamente a un tempo, non si presta più attenzione alle necessità individuali di un bambino, ai suoi problemi, alle sue forze, allo stadio di sviluppo, al potenziale e alla colpevolezza. Ora ci si focalizza semplicemente sulla gravità del crimine e su quale deve essere un’adeguata punizione. Non ci importa più dell’età del trasgressore, di quale era la sua intenzione, del perché ha dei problemi, di cosa potrebbe diventare, o quali attenuanti possono aver contribuito a far sì che egli commettesse il reato.

La singolare ossessione per la punizione è ciò che ci porta anche all’esecuzione dei delinquenti minorenni. Ecco perché, nonostante il fatto che Chris Thomas fosse un adolescente estremamente sofferente, con gravi problemi di depressione e dedito all’uso di sostanze proibite, il Governatore della Virginia Jim Gilmore si è focalizzato unicamente sul discorso della “totale responsabilità” quando ha respinto la richiesta finale di grazia. Allo stesso modo, il fatto che Glenn McGinnis fosse stato violentato dal suo patrigno quando aveva appena 9 anni e fosse stato successivamente picchiato con una mazza da baseball e bruciato con olio bollente da sua madre e dal suo patrigno, non ha smosso minimamente il Governtaore Bush. Al contrario, Bush ha insistito sul fatto che bisognava “lanciare un forte messaggio che le conseguenze dei crimini violenti si pagano certamente e velocemente …”. Il fatto che Thomas e McGinnis avessero soltanto 17 anni al momento del crimine è stato del tutto irrilevante.

GLI STATI UNITI NON TENGONO CONTO DEGLI STANDARD INTERNAZIONALI

I cambiamenti nel modo di considerare la punizione e l’infanzia negli Stati Uniti – drammaticamente evidenti nella pratica dell’esecuzione dei minorenni all’epoca del reato – sono sempre più in contrasto con quelli che sono gli standard internazionali di decenza e le leggi internazionali. Tutti i Paesi del mondo, tranne gli Stati Uniti d’America e la distrutta Somalia, hanno ratificato la Convezione ONU sui Diritti del Fanciullo, vecchia di 10 anni, che proibisce l’imposizione della pena capitale su persone con meno di 18 anni di età.

Allo stesso modo, anche la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, sottoscritta da oltre 144 Paesi, proibisce l’esecuzione di persone che hanno commesso crimini quando avevano meno di 18 anni, e gli Stati Uniti – rimettendosi al diritto individuale di ogni singolo Paese – si sono chiaramente riservati il diritto di ignorare quanto previsto dalla Convenzione in merito all’esecuzione di minorenni all’epoca del reato.

Nel corso degli ultimi 10 anni, soltanto altri 6 Paesi nel mondo [oltre agli USA] hanno giustiziato dei minorenni all’epoca del reato: Yemen, Cina, Iran, Nigeria, Pakistan ed Arabia Saudita. La Cina e lo Yemen hanno recentemente dichiarato illegale questa pratica. Negli anni ’90, sono stati documentati i casi di 19 esecuzioni di minorenni all’epoca del reato, di cui 10 avvenute negli Stati Uniti, cioè più di quelle effettuate negli altri Paesi insieme. In quest’area fondamentale dei diritti umani, gli Stati Uniti d’America sono passati da leader a fuorilegge.

Cosa serve per far sì che gli anche gli altri 23 Stati smettano di giustiziare dei minori? Appellarsi al cuore e alle menti dei legislatori e governatori pare non funzionare in un periodo in cui giocare con le paure della gente e dimostrare di “essere duri coi criminali” dà ottimi risultati politici e in cui concedere una grazia è considerato un gesto di debolezza anziché di forza. Gli sforzi fatti in questo senso non hanno dato alcun risultato e le esecuzioni di bambini e minorati mentali sono avvenute in passato e continueranno ad avvenire se non si trova un’altra soluzione.

SANZIONI E PRESSIONI ECONOMICHE

Forse, l’unica via che porta al cambiamento è prendere a prestito una pagina del manuale utilizzato dagli stessi Stati Uniti quando si parla di violazione dei diritti umani: esercitare pressioni e sanzioni economiche. Le società nazionali ed internazionali potrebbero voler riconsiderare la possibilità di effettuare investimenti negli Stati dove vengono giustiziati dei minorenni all’epoca del reato.

Gli investitori ed i consumatori potrebbero tenere conto di questo fattore al momento di prendere una decisione. Infatti, un boicottaggio economico nella Carolina del Sud sta forzando questo Stato a riconsiderare seriamente [il fatto] di far sventolare la bandiera della Confederazione sul suo Campidoglio. Simili boicottaggi messi in atto dalla Lega Nazionale Football e da altre società sono stati utili affinché i cittadini dell’Arizona riconoscessero la ricorrenza della nascita di Martin Luther King Jr. come festività.

Già 15 Stati dell’Unione Europea, dove è stata ovunque abolita la pena capitale per ogni tipo di reato e circostanza, hanno iniziato ad esercitare pressioni diplomatiche ed economiche. Nel luglio del 1998, in una lettera indirizzata al Governatore del Texas George Bush Jr., il Presidente della Delegazione Parlamentare Europea lo informava che molte società europee, dietro pressione dei propri azionisti, stavano considerando di limitare i propri investimenti in quegli Stati dove ancora è in vigore la pena capitale.

Il Parlamento Europeo, che ratifica gli accordi per il commercio estero ed ha l’autorità finale sul budget dell’Unione Europea, controlla miliardi di dollari di investimenti stranieri. Gli investimenti europei in Texas, ad esempio, sostengono imprese che danno lavoro a 184.500 persone, e di queste il 39% è rappresentato da lavoro manifatturiero ad alto rendimento. Dei 67,5 miliardi di dollari investiti nell’economia texana da imprese di tutto il mondo, il 56% - pari a 38,1 miliardi – proviene dall’Europa. L’Europa è anche il secondo Paese in ordine di importanza dove vengono esportati i prodotti texani, con 8,8 miliardi di prodotti comprati nel 1996.

Gli Europei significano affari. E’ probabile che aumentino la pressione tramite i canali diplomatici ed economici. Proprio il mese scorso, il Presidente francese Jacques Chirac, il Primo Ministro francese Lionel Jospin e l’ex Ministro francese per la Cultura Jack Lang, si sono attivati direttamente nel tentativo di far sospendere l’esecuzione di Odell Barnes, un condannato a morte (adulto) in Texas. Lang ha reso visita a Barnes [nel braccio della morte] e ha presentato il suo caso alla stampa internazionale, mentre Chirac ha personalmente telefonato all’ex Presidente degli USA Bush chiedendogli di esercitare la propria influenza su suo figlio. Nonostante questi sforzi siano stati vani, si è dimostrato che gli Europei sono profondamente impegnati in questa causa e non hanno intenzione di lasciar perdere.

Nella nuova economia mondiale, dove le relazioni economiche sono fondamentali, gli Stati Uniti e i suoi Stati individuali avranno bisogno di competere in modo più aggressivo per ottenere gli investimenti e sviluppare il commercio sia all’interno del Paese che con l’estero. Questa conoscenza potrebbe dare ai consumatori, agli investitori, alle società e ai governi stranieri più potere al fine di influenzare le politiche connesse ai diritti umani all’interno degli Stati Uniti. Non ci viene in mente luogo migliore da dove iniziare ad esercitare questa pressione economica nel tentativo di persuadere gli Stati a smetterla con le esecuzioni dei minorenni all’epoca del reato.

Il grande filosofo e romanziere russo Fyodor Dostoevsky scrisse una volta che una società dovrebbe essere giudicata “non dal modo in cui tratta i propri cittadini in vista, bensì da come tratta i propri criminali”. Noi crediamo che esista un metodo di misurazione ancora migliore, cioè il modo in cui una società tratta i propri ragazzi in difficoltà. Uccidendo dei ragazzi, l’America è caduta in disgrazia.

Fermando questa pratica vergognosa l’America può fare un significativo passo in avanti e ridiventare un faro per il mondo nel campo dei diritti dei fanciulli e dei diritti umani. Fino a quando ciò non accadrà, non ci resterà che guardare al Colosseo con speranza ed ammirazione.

Steven A. Drizin
Stephen K. Harper
Traduzione: Arianna Ballotta
Aggiornamenti: Coalit

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