Intervista a:
SAKAE MENDA, ex condannato a morte in Giappone. 
Roma - Giugno 2001

TOKYO : SILENZIO SI UCCIDE 2001
Pio d'Emilia

(gen02)

TOKYO - Come tutti i giapponesi, siano essi ministri, studenti o prostitute, Sakae Menda ti porge come prima cosa il suo bigliettino da visita. Accanto al nome e all'indirizzo, la dicitura: "Militante per la difesa dei diritti civili, politici e religiosi". "In realta' volevo aggiungerci: ex condannato a morte. Alcuni amici me l'hanno sconsigliato. Dicono che e' troppo diretto. Ma non e' detto che prima o poi non lo faccia. E bene mettere subito le carte in tavola, soprattutto in un paese dove l'ipocrisia regna incontrastata e la gente preferisce ignorare, per non essere costretta a reagire".

Sakae Menda ha 76 anni. Quasi meta' (34 anni e sei mesi, per la precisione) li ha passati nel braccio della morte del carcere di Fukuoka, uno dei sette attrezzati per l'impiccagione di Stato. Da quando, nel 1983, e' stato il primo ex condannato a morte ad essere assolto con formula piena (dopo di lui altri quattro hanno avuto la stessa fortuna, e altri stanno lottando per ottenere la revisione dei rispettivi processi) Sakae Menda ha un solo obiettivo: l'abolizione della pena di morte. In Giappone e' diventato un po' il simbolo di questa difficilissima battaglia, tutta in salita anche a causa di fastidiosi personalismi e scarsa capacita' di coordinamento da parte delle varie associazioni coinvolte. Basti pensare che lo stesso Menda, in procinto di viaggiare in Europa come testimonial, ha rifiutato la sponsorizzazione di Amnesty decidendo di pagarsi tutte le spese di tasca propria.

Dopo aver versato meta' dell'indennizzo (circa 120 mila lire al giorno, per un totale di un miliardo e mezzo di lire) al movimento abolizionista, Menda e sua moglie (sposata dopo la scarcerazione) girano per tutto l'arcipelago per sensibilizzare l'opinione pubblica, tutt'ora - stando almeno alle statitistiche ufficiali, decisamente a favore della pena di morte. La prossima settimana, dopo una breve sosta in Italia (conferenza stampa presso la sede di Nessuno Tocchi Caino e un'altra presso la Comunita di Sant'Egidio) e a Parigi, andra' a Strasburgo per il Forum Internazionale contro la pena di morte, dove e' stato invitato a prendere la parola. Prima della sua partenza, l'abbiamo intervistato.
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- Ci racconti il suo caso, innanzitutto:

"Era l'inverno del 1948, il Giappone era ancora in ginocchio. La gente si arrangiava come poteva. Una sera, dopo aver bevuto un po' troppo, sono andato in una stamberga con una prostituta. La mattina mi sono risvegliato con le manette ai polsi, con la polizia che mi urlava di confessare: era stata commessa una rapina, c'era un morto. Mi sembravano pazzi, all'inizio. Ma dopo due mesi di cella di sicurezza sono diventato pazzo io. Ho confessato. Si arriva ad un punto in cui si confessa tutto, pur di poter riposare....."

Sembra sia una pratica ricorrente: in Giappone il fermo di polizia e' tra i piu' lunghi al mondo, 23 giorni rinnovabili. E i diritti della difesa sono poco rispettati. Lei ha avuto la possibilita' di consultare un avvocato?

"Si', una volta. Ma ero talmente frastornato che non riuscii a spiaccicare nemmeno una parola. E neanche lui sembrava essere interessato. Non l'ho piu' rivisto, sino al processo. Ricordo solo che mi consigliava di cooperare, cioe' di confessare. Come il bonzo buddista che mi venne a trovare: e' giusto, diceva, pagare per i propri misfatti. Si vede che non ti sei comportato bene, nella tua vita passata. Avrei voluto strozzarlo."

E' stato torturato?

"Si'. La polizia non aveva lo straccio di una prova. Ma volevano una confessione. Alternavano le botte alle offerte di comprensione. Ma io stavo zitto, ero stanco, malato e terrorizzato. Questo li faceva imbestialire e sono passati a vere e proprie torture: mi hanno appeso a testa in giu' dal soffitto. Vuoi fumare? dicevano, e allora confessa. Mi hanno trascinato sul luogo del delitto, avevano gia' buttato giu' la sceneggiatura. Continuavano a scrivere sui fogliettini. Dovevo solo firmarla. L'ho fatto. Ed e' stata la mia condanna. In Giappone la confessione, anche evidentemente estorta e senza alcun riscontro oggettivo, viene ritenuta sufficente. Sono stato condannato a morte in primo grado e in appello, nonostante nel frattempo avessi ritrattato e negato ogni addebito. La Corte Suprema ha confermato la sentenza. Dopo la scarcerazione, sono andato a trovare i poliziotti che mi avevano incastrato ed il giudice che emise la prima sentenza. Il poliziotto, un tale di nome Fukuzaki, ha sostenuto di aver fatto solo il proprio dovere. Il giudice invece mi ha detto, sprezzantemente, "GOKURO", che in pratica significa "grazie per il suo impegno". E che potevo aspettarmi in un paese dove un giudice della corte suprema, Kotaro Tanaka, si e' permesso di sostenere che un paio di vite umane possono anche essere sacrificate, per mantenere l'ordine pubblico?"

E poi, in carcere? E' vero, come sostengono i rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch che il Giappone "tortura" i condannati a morte?

Non ci sono violenze fisiche, elmeno io non ne ho subite. Ma quelle psicologiche si'. La luce e' sempre accesa, si puo' dormire solo in certe posizioni, ed al condannato e' impedito qualsiasi contatto con l'esterno. Non puo' neanche lavorare. La corrispondenza viene sottoposta ad una rigorosissima, formale censura: a volte ti fanno riscrivere le lettere dieci volte, semplicemente perche' c'e' una sbavatura. Le visite sono difficili e osteggiate in ogni modo. I condannati che in genere sono poveracci, vengono rinchiusi in prigioni lontane, dove i familiari non possono permettersi di andare a trovarli. Il bello e' che le autorita' sostengono che tutto cio' viene fatto nell'interesse del condannato, per aiutarlo a prepararsi alla morte senza alimentare inutili speranze....

Cosa succede se si violano le regole?

Vi sono vari gradi di punizioni. La piu' grave e' quella del "chobatsu": cella d'isolamento, mani e piedi legati. Sei costretto a mangiare come i cani, succhiando dalla ciotola. Le mutande hanno una spaccatura, che ti consente di defecare direttamente nel bugliolo, senza doverti e poterti pulire. Io ci sono restato per 2 mesi, una volta, perche' avevo urlato di disperazione per l'uccisione di un compagno del braccio. Ho imparato la lezione e da allora mi sono comportato bene.

La condanna definitiva risale al 25 dicembre 1951, appena tre anni dopo il suo arresto. La legge dispone che la sentenza venga eseguita nel giro di sei mesi.....come mai e' restato nel braccio della morte 34 anni?

"La legge in Giappone non conta nulla. Tanto meno all'interno delle prigioni. Le esecuzioni avvengono all'improvviso. C'e' chi e' morto di malattia, dopo anni e anni passati nel braccio della morte, e chi invece e' stato giustiziato mentre attendeva l'esito del ricorso per la revisione o l'incontro con il suo avvocato. So di un caso di una madre che era andata a visitare il figlio. Le hanno detto di ripassare il giorno dopo. Nel frattempo, l'hanno giustiziato. Tutto questo fa parte di una strategia precisa. Uccidere l'anima, prima del corpo. I condannati vivono nel terrore piu' assoluto: nessuno sa quanto gli resta ancora da vivere. C'e stato un periodo in cui i condannati venivano avvertiti la sera prima. Poi uno si e' suicidato e allora le autorita' hanno deciso di eliminare ogni rischio. Oggi, tra l'annuncio dell'esecuzione e l'impiccagione passa meno di un'ora.

Come avvengono le esecuzioni?

Per impiccagione. Il condannato viene trascinato su una botola, gli mettono il cappio intorno al collo e poi tre guardie spingono ciascuno un pulsante. Uno e' quello che apre la botola.

E' vero che ci sono stati casi in cui l'esecuzione non ha funzionato?

Si, sembra che in piu' di un'occasione il condannato sia stato strozzato, per sicurezza. (L'informazione e' confermata dall'on. Nobuto Hosaka, segretario della Lega parlamentare per l'abolizione della pena di morte, e da un cappellano di Nagoya, testimone oculare, che di recente ha incontrato la delegazione del Consiglio d'Europa guidata dall'on. Jansson, n.d.r.)

Torniamo a lei, signor Menda. Secondo lei, perche' e' riuscito ad ottenere la liberazione?

Sono stato fortunato. Dopo il bonzo che mi consigliava di rassegnarmi ho conosciuto padre Deron, un missionario canadese. Era stato incarcerato come spia durante la guerra, poi, durante l'occupazione, si era dedicato alla difesa dei diritti umani. E' stato lui a darmi fiducia, a convincermi di tentare la strada della revisione. Insieme ad un gruppo di avvocato che ha preso a cuore il mio caso, abbiamo tentato ben 6 volte di ottenerla. Poi finalmente, il miracolo. Ma erano altri tempi. Oggi e' piu' difficile. I giudici sanno benissimo che la polizia viola i diritti della difesa, che molta gente e' in prigione innocente. Ottenere la revisione equivale all'assoluzione, per questo la Corte Suprema non la concede. Sono fermamente convinto che in Giappone vi siano dei condannato a morte completamente innocenti. E la situazione nelle carceri era forse migliore negli anni '50, quando c'era una certa sensibilita' per i diritti umani, piuttosto che oggi.

Che messaggio porta, in Europa?

Oltre all'appello per l'abolizione o quanto meno l'immediata moratoria sulle esecuzioni, denuncero' l'enorme numero di errori giudiziari e le violazioni dei diritti umani in Giappone. Giudici e polizia sono troppo potenti. La difesa troppo debole. Chiediamo che la comunita' internazionale costringa il Giappone a rispettare i diritti fondamentali non solo dei condannati, ma anche dei sospetti, degli indagati, degli imputati. Il Giappone e' come un bonsai. Che sembra un'opera d'arte, ma e' invece frutto di una lunga, interminabile violenza. Ha il tronco, i rami, le foglie. Ma non i fiori. I giapponesi sono eleganti, sono pieni di gadgets e vestono alla moda, ma la loro mentalita' e' ancora ferma al feudalesimo. E guai a chi si ribella. O a chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. L'occidente ha una buona parte di responsabilita', perche' anziche' distruggere il sistema imperiale e processare Hirohito, subito dopo la guerra, l'ha lasciato al suo posto. L'anomalia del Giappone e' tutta qui. L'impero, per quanto reso simbolico e giuridicamente annacquato, e' incompatibile con il pieno riconoscimento e rispetto della persona umana.

SCHEDA PENA DI MORTE IN GIAPPONE

"silenzio, si uccide"

In Giappone la pena di morte e' prevista per 16 tipi di reato. Vi sono attualmente oltre 90 condannati a morte nelle carceri giapponesi, 52 dei quali con sentenza definitiva passata in giudicato. Dal dopoguerra, oltre 700 persone sono state giustiziate. Dal 1993, anno in cui dopo una breve moratoria di fatto sono riprese le esecuzioni, 39 condannati sono stati giustiziati. Ad eccezione dei minori, il Giappone non fa troppe distinzioni: vengono giustiziati senza tanti complimenti anziani, malati di mente, persino persone che al momento del delitto erano moinorenni. Le esecuzioni, condotte nella piu' assoluta segretezza e senza alcun apparente ordine logico, avvengono per impiccagione.

 Ma non esiste alcuna legge di attuazione, che displini la materia: il che fa sostenere ad alcuni giuristi che le esecuzioni, in Giappone, sono illegali e che i boia siano assassini penalmente perseguibili. L'agonia del giustiziato sembra essere particolarmente lunga: dai 15 ai 20 minuti. Vi sono stati casi - secondo quanto sostiene l'on. Nobuto Hosaka - in cui agonie troppo lunghe sono state accelerate con l'intervento del personale del carcere. I condannati vengono avvertiti pochi minuti prima, mentre alle famiglie viene inviato un telegramma, ad esecuzione avvenuta, di questo tenore: "Oggi e' stata effettuata la separazione. Siete pregati di venire a recuperare la salma entro 24 ore". Solo in due casi, dal 1993, i familiari si sono fatti vivi. Ai condannati non e' consentito comunicare con l'esterno, per l'ultimo commiato. 

La pendenza di una domanda di revisione, o di grazia, non costituisce garanzia di sospensione dell'esecuzione. Secondo un rapporto del Consiglio d'Europa, che verra' discusso e presumibilmente adottato la prossima settimana a Strarsburgo, il Giappone viola gravemente i diritti umani dei condannati e non avendo dimostrato alcun impegno concreto verso l'abolizione o quantomeno la moratoria delle esecuzioni, rischia di perdere lo status di "osservatore" presso il Parlamento Europeo. Sara' infatti questa la raccomandazione che verra' adottata in occasione della presentazione ufficiale del rapporto. Particolarmente crudele e' il trattamento dei condannati a morte: costretti a rispettare una ferrea disciplina, a seguire orari innaturali (3 pasti in meno di nove ore), e completamente isolati dal mondo esterno.

 In occasione della visita in Giappone, il delegato del Consiglio d'Europa, Gunnar Jansson ha chiesto di incontrare un detenuto del braccio della morte, che aveva manifestato questo desiderio attraverso la moglie ed il suo legale. Non gli e' stato possibile: "l'incontro potrebbe turbare la stabilita' psicologica del condannato", e' stata la risposta ufficiale delle autorita'. Vale la pena ricordare che in Giappone neanche i deputati possono visitare il braccio della morte ne' incontrare i condannati. Numerose interrogazioni parlamentari sono rimaste senza esito. 

Le autorita' si trincerano dietro il fatto che l'opinione pubblica e' nettamente a favore della pena di morte. Il recente caso della setta AUM e di alcune stragi (ultima quella della scuola di Osaka) hanno ulteriormente rafforzato questa posizione. Anche se ufficialmente ha ribadito di non voler prendere in considerazione l'idea dell'abolizione, l'attuale ministro della Giustizia (una donna) Moriyama sembra che abbia gia' rifiutato di firmare un decreto di esecuzione e che stia di fatto valutando l'ipotesi di una moratoria di fatto. Ma le esecuzioni in genere avvengono a fine dicembre, quando il Parlamento e' in vacanza: occorre sunque aspettare ancora qualche mese per capire se il governo Koizumi, oltre alle riforme economiche, vuole anche dare un segnale importante di rottura con il passato nel settore dei diritti umani e della civilta'.

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