GIAPPONE:
Silenzio, si uccide!
di Pio d'Emilia - Corrispondente dal Giappone per il Manifesto


        Tra Amnesty International e il Ministero della Giustizia giapponese, si sa, non corre buon sangue. Amnesty denuncia, il Ministero reagisce, in genere, con stizziti "no comment". La pena di morte, in Giappone, e' tabù. Esiste, viene comminata ed eseguita (sette impiccagioni nel 1993, 4 nel 1994, 2 nel 1995, sei nel 1996, 5 nel 1997, 7 nel 1998, 4 finora nel 1999) ma tutto nel più assoluto segreto. Come dice un mio caro amico che da anni fa il missionario tra i "lumpen", i disoccupati di Nagoya, "in Giappone il condannato a morte e' già' morto. La sua esistenza e' solo biologica, dal punto di vista giuridico, anagrafico e soprattutto umano, invece, e' già' morto..."

II Ministero della Giustizia, in un sussulto di trasparenza, ha di recente fatto sapere che d'ora in poi, anziché rifiutare ogni commento, confermerà , bontà sua, ufficialmente, le esecuzioni (una volta avvenute). Va tuttavia riconosciuto che negli ultimi mesi, grazie soprattutto alla pubblicità data ad alcuni casi di errori giudiziari e alla "pressione" esercitata da movimenti interni come la LLADP (Lawyers League Against Death Penalty) il Ministero della Giustizia comincia a trattare l'argomento con più naturalezza, senza prendere le impronte - se mi si consente una battuta su un caso che anni fa mi coinvolse direttamente - a chiunque si azzardi di chiedere informazioni su un'attività che comunque esiste e che un governo che si rispetti avrebbe comunque il dovere di difendere con argomentazioni più dignitose rispetto ai famosi "no comment", 

E già questo sarebbe un buon argomento per il dibattito: meglio uccidere in diretta TV e tra gli applausi dei parenti delle vittime o in silenzio, all'improvviso, facendo al massimo recapitare, e dopo lunghe e defatiganti procedure, l'urna con le ceneri ai parenti? Se volete, ne possiamo parlare, durante il dibattito. Permettetemi inoltre di ricordare che, per la prima volta dal dopoguerra, sono stati di recente presentate due proposte di legge per l'abolizione della pena di morte. Una dai comunisti, forti ma isolati politicamente, e una dal Partito Democratico per il quale attualmente lavoro. 

Naoto Kan, il leader democratico, ha ufficialmente inserito l'abolizione della pena di morte nel suo programma di governo. Ciò premesso, vediamo alcuni dati. La pena di morte in Giappone è prevista per 17 reati: da quelli universalmente riconosciuti come i delitti più odiosi (omicidio doloso, strage, atti di terrorismo) alla "distruzione dolosa di pubblico demanio". Reato per il quale a mia scienza è stato condannato a morte solo un poveraccio (comunista) che negli anni '50, aveva incendiato dolosamente un bosco nel Tohoku, provocando ingentissimi danni ma nessuna vittima. 

Non mi risulta sia mai stata applicata in tutti i casi di contaminazione, inquinamento e avvelenamento doloso da parte dell'industria (ricordate i casi Minamata, Itai-ltai etc?), i cui amministratori sono stati sempre e solo condannati a pene pecuniarie. Vi è in più - ed è questo un principio portante del cpp giapponese - un articolo in base al quale il giudice, al quale si concede un enorme discrezionalità, può disporre la pena di morte ogniqualvolta consideri il condannato persona particolarmente ostinata e arrogante (cioè non abbia confessato.....) e, a suo giudizio "irrecuperabile". 

Lo avete visto e sentito dall'avv. Nakamichi, intervistato nel corso del documentario. Se a do aggiungete il fatto che in Giappone vige il principio di discrezionalità dell'azione penale, si possono verificare, e spesso si verificano, fattispecie che vedono l'archiviazione di un infanticida o di un terrorista pentito (figura molto ricorrente nella casistica penale giapponese: fa comodo al colpevole, anche di reati gravi, che se la cava con una strigliata, e alla polizia che migliora il suo record di risoluzione del casi senza far spendere tempo e denaro alla magistratura, il cui budget e' pubblico, mentre quello della polizia, come potete immaginare, e' riservato e fantasioso, inaccessibile e di fatto insindacabile persino dai parlamentari). 

Attualmente vi sono 52 condannati a morte in attesa dell'esecuzione della sentenza, 3 delle quali sono donne. II condannato più vecchio ha quasi 80 anni, il più giovane 37. Le esecuzioni, attuate all'improvviso senza avvertire ne' il condannato, ne' i familiari (subirebbero uno stress inutile, e' la giustificazione ufficiale del Ministero) ne' i legali (che già servono a poco, e nel caso di un condannato a morte diventano decisamente inutili) avvengono per impiccagione, all'alba. II legale di Testuo Kawanaka, il caso affrontato dai documentario che avete visto, stava lavorando alla revisione del processo e aveva informato le autorità del carcere del suoi ricorsi. Si recava spesso a trovare il condannato, a volte ci riusciva, altre no. Era comunque in contatto epistolare. Ha appreso dell'avvenuta esecuzione del suo assistito in modo indiretto: un giorno, alla richiesta di incontrarlo, le autorità del carcere gli hanno detto che il condannato "non era presente".

II caso Kawanaka fece scalpore: il legale sosteneva l'infermità di mente (figura rarissimamente riconosciuta in Giappone: basta pensare al caso Sagawa, il cannibale che uccise e mangio la sua amica olandese a Parigi: oggi e' un libero cittadino, partecipa ai talkshow televisivi e ha addirittura ottenuto un incarico per insegnare "Antropofagia nell'era contemporanea" presso una università privata) e dichiaro' alla stampa, a sentenza eseguita, che il suo cliente riferiva di dolori alla testa, di ''visioni", di incubi che ne agitavano il sonno. "In qualsiasi altro Paese del mondo - dichiaro' all'epoca l'avv. Nakamichi - il mio cliente sarebbe stato affidato alle cure di un ospedale psichiatrico".

Le autorità erano a conoscenza del suo stato di salute, tant'è che lo imbottivano di psicofarmaci e non lo punivano per la violazione delle regole.
Non vi sono usanze tipo l'ultima cena, l'ultimo desiderio. Semplicemente, un giorno qualsiasi (l'ordine, impartito dai Ministero in base a meccanismi di politica interna, che sfuggono a qualsiasi logica giuridica e spesso la violano) al condannato viene ordinato di uscire dalla cella e, invece di dirigersi verso destra, ammanettato, per l'ora d'aria (nei carceri dove e' prevista) viene lasciato con le mani libere e invitato a girare verso sinistra. Non ho dati esaustivi, ma in dodici carceri del quali sono riuscito ad ottenere informazioni attendibili sul cosiddetto "braccio della morte", che in Giappone assume sempre la forma di un semicerchio (schizzo allegato in cartella) , la "sala della botola" si trova posta sempre "a sinistra" rispetto alle celle dei condannati, mentre il cortile, cioè l'illusione di libertà, a destra. Sono sicuro che gli architetti che disegnano le carceri giapponesi non ci pensano nemmeno, ma per noi malfidati, dietristi italiani il sospetto che esista anche nell'arte di disporre le pietre una semantica politica resta. A sinistra si crepa, a destra si respira, quantomeno.
Vi sono condannati che restano net braccio della morte per oltre trent'anni, altri che vengono giustiziati dopo pochi mesi dalla condanna.

Ripeto, nessuna logica, nessuna informazione accessibile, anche se qualcuno avanza la terrificante ipotesi che le esecuzioni siano rigorosamente programmate (una sorta di piano triennale, o quinquennale) e che la norma, la quota prestabilita vada comunque raggiunta, costi quel che costi. Dirigenti della LLADP mi hanno confermato che non esiste alcuna priority rispetto, ad esempio, al tempo trascorso in carcere, alle condizioni fisiche, all'ipotesi più o meno verosimile che II caso possa subire una richiesta di riapertura, di revisione. Anzi. Sempre dagli amici delta LLADP ho appreso che le autorità applicano con grande efficienza e noncuranza gli ordini del ministero. II quale, di solito, ordina l'esecuzione del "primo" della lista in un certo carcere. Poiché tuttavia la consuetudine (sancita al massimo da circolari interne tanto minuziose quanto inaccessibili) vuole che non si possa giustiziare un condannato febbricitante o comunque malato (a meno che la sua malattia non sia cronica) può capitare ed e' capitato che al posto suo il direttore del carcere decida in piena autonomia di giustiziarne un altro. 

Si ricorda un caso in cui gli avvocati dopo anni di battaglie - erano riusciti ad ottenere la revisione del processo di un condannato a morte che, nel frattempo, era stato giustiziato. In questa situazione, e' facile immaginare che siano ricorrenti gli "errori giudiziari". In un Paese - l'unico del mondo giuridicamente avanzato - dove e' prevista la possibilità di condannare un imputato sulla base della sola confessione iniziale (cioè davanti alla polizia) e nonostante una ritrattazione in aula (il 98% dei processi penali si conclude con la condanna dell'imputato) e' ovvio che il cosiddetto "tasso di credibilità"' delle indagini e soprattutto del dibattimento sia notevolmente ridotto rispetto, pur tra gli enormi problemi che tutti i sistemi giuridici hanno, a quello americano e persino a quello italiano.
Negli ultimi 7 anni, ben 4 condannati a morte sono stati liberati, dopo la revisione dei processi. Uno aveva passato 37 anni in carcere, più di 20 in assoluto isolamento. Un altro condannato, giustiziato, e' stato riabilitato dopo la morte, in un processo "storico" ed inquietante che la Corte Suprema ha per anni negate e alla fine si e' trovata costretta ad ordinare.


Toshiaki Masunaga, un condannato che continua a sostenere la sua innocenza, ha ripetutamente cercato di inviare lettere ai mass media e all'ONU, senza peraltro riuscirci. Le regole impongono che il detenuto prepari una bozza. Se qualcosa non va, le autorità gli impongono di riscrivere il tutto, trattenendo la vecchia bozza. Nel caso di Masunaga, evidentemente, non si supera mai il primo stadio. "Questo solo fatto - spiega l'avvocato Kaido - rappresenta una violazione dei trattati internazionali, che prevedono il diritto di qualsiasi detenuto di poter denunciare ad autorità superiori o sovranazionali eventuali abusi dei quali si sente vittima". Il condannato a morte, ho detto prima, e' già morto. Costretto a passare la giornata seduto al centro della sua cella, non pu6 nemmeno lavorare, salvo permessi speciali. Vietato fumare, sdraiarsi, fare ginnastica, se non durante l'ora d'aria, che viene goduta a turno, sempre da soli. I "morti", si sa, non parlano: un ex condannato a morte ha raccontato dell'allucinante "cerimonia del te", concessa in qualche caso speciale dal suo direttore.
"Sedevamo in sei o sette, in circolo, non potevamo ne' parlare tra noi, ne' guardarci negli occhi. Uno l'ha fatto ed e' stato subito portato via".


Persino la posizione nella quale dormire e' stabilita; solo quella supina e' ammessa, con lenzuolo e coperta che non debbono superare la linea delle spalle. La cella e' sempre illuminata da una lampada al neon, il cui interruttore e' situato all'esterno. E una videocamera tiene costantemente sotto controllo il condannato. In teoria II condannato può ricevere una visita al mese di non più di mezz'ora, e senza alcun contatto fisico, da parte di un familiare stretto, ma in pratica questo "diritto" subisce limitazioni progressive, sino a scomparire. Innanzitutto perché in genere I condannati a morte vengono trasferiti lontano dal luogo di residenza, rendendo cosi' particolarmente difficile ai parenti andarlo a visitare. Spesso poi vengono "rigettati" dalla famiglia d'origine. Un condannato che era stato in seguito adottato, non ha mai potuto conoscere la madre adottiva. Essendo quest'ultima una militante del movimento per l'abolizione della pena di morte, un contatto diretto tra i due si sarebbe trasformato, secondo il direttore del carcere (ai quali e' concessa enorme discrezionalità in materia) "in un pericoloso turbamento dell'equilibrio psichico del detenuto, oramai rassegnato alla sua fine".
Persino il conforto della fede viene, di fatto, negate: eventuali religiosi vengono ammessi solo se dichiarano di non avere nulla da obiettare alla pena di morte. 

Un pastore protestante, tempo fa, ha firmato il documento, rivendicando poi durante una conferenza stampa il "diritto di mentire", di fronte alla crudeltà delle autorità carcerarie giapponesi. E' scoppiato un putiferio e da allora nessun prete cristiano ha avuto il permesso di visitare un condannato a morte.
Persino i colloqui con gli avvocati sono sottoposti ad assurde limitazioni. Non più di mezz'ora per volta, conversazione monitorata, divieto di affrontare argomenti che non siano attinenti al processo e comunque che non siano stati preventivamente indicati nella domanda per ottenere il colloquio. Sul bollettino di un gruppo di volontari che si batte contro la pena di morte (LLOCC) e' stato di recente pubblicato un foglietto con un disperato messaggio, uscito chissà come dal carcere di Osaka: "Ai miei figli. Siate forti, sopravvivete alla vergogna che vi ho inflitto....".

Ma la colpa, e dunque la vergogna che ne deriva, sia estingue con l'espiazione. Ciò vale per la religione cristiana e anche per quella buddista.
La vergogna resta appiccicata, invece, su coloro che uccidono istituzionalmente, a sangue freddo, riducendo il problema della giustizia umana ad un meccanismo di produttività ed efficienza del sistema. In Giappone, forse, più che in altri Paesi, e' motto forte la sensazione che la vita di un uomo, per lo Stato, valga meno di un chip.

(apr 99)

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