USA: Ombre di dubbio sulle esecuzioni:
 3 casi sotto esame…

Un lungo e dettagliato Dossier  su alcuni casi di innocenza.  Le problematiche legali.  I retroscena.

 Nel luglio del 1998 lo Stato dell’Arkansas ha giustiziato Wilburn Henderson per l’omicidio della proprietaria di un negozio di mobili avvenuto durante una rapina, nonostante una Corte d’Appello Federale avesse precedentemente decretato che ci si trovava davanti ad un “dubbio importante” in merito alla colpevolezza di Henderson e di prove significative che il killer fosse in realtà il marito della vittima.

 Nel luglio 1987 lo Stato della Louisiana ha giustiziato Alvin R. Moore per stupro ed omicidio, nonostante i suoi avvocati difensori non avessero condotto alcuna indagine sulle prove fornite dall’Accusa e nonostante il Presidente della Commissione Statale di Grazia e Perdono credesse nell’innocenza di Moore.

 Nel giugno scorso lo Stato della Florida ha giustiziato Bennie Demps per l’uccisione di un prigioniero, nonostante le prove prodotte dalla Difesa che l’unico testimone oculare non aveva in realtà mai assistito all’omicidio e nonostante le autorità non avessero consegnato un rapporto chiave che avrebbe smontato l’impianto accusatorio.

 I casi di questi tre uomini sono accomunati da un elemento: tutti e tre sono stati uccisi nonostante i dubbi circa la loro colpevolezza e in tutti e tre i casi le loro proteste e dichiarazioni d’innocenza hanno destato scarsissima attenzione nell’opinione pubblica.

 

Secondo un’analisi condotta da Tribune, dal 1976 ad oggi - cioè da quando è stata reintrodotta la pena capitale - 682 persone sono state giustiziate negli Stati Uniti d’America e la maggior parte di queste persone non ha lasciato dietro di sé alcun dubbio in merito alla propria colpevolezza, avendo confessato il crimine o essendoci prove schiaccianti. Ma alcuni casi mettono in discussione la premessa che il sistema di giustizia penale è talmente sicuro che nessuna persona innocente corre il rischio di essere uccisa.

 Sempre in base allo studio di cui sopra, almeno 120 persone si sono recate alla camera della morte proclamando la propria innocenza. In molti di questi casi, la colpevolezza era evidente. In altri, invece, restano preoccupanti interrogativi circa l’innocenza [dei condannati]. Alcune decisioni della giuria sono dipese dal tipo di prove ripetutamente usate per condannare persone innocenti, tipo la testimonianza di prigionieri/informatori, quella di testimoni ipnotizzati e risultati di tests forensi errati. In altri casi gli avvocati difensori si sono dimostrati del tutto impreparati. Alcune volte non sono venute alla luce, se non dopo il processo, prove importanti che mettevano in dubbio la credibilità dei testimoni chiave dell’Accusa o che implicavano altre persone. In almeno una dozzina di casi, uno o più giudici hanno votato in appello per fermare l’esecuzione esprimendo la propria preoccupazione circa il fatto che si stava mandando a morire un innocente. 

Il test DNA - e quindi la possibilità di stabilire l’innocenza o la colpevolezza [di un imputato] con precisione scientifica - ha fatto sì che si procedesse ad un esame critico sul sistema di giustizia penale. E lo stesso dicasi per il proscioglimento di circa 90 persone, prima condannate a morte, nel corso degli ultimi 30 anni.

 Nonostante il ritmo delle esecuzioni sia aumentato a causa dei cambiamenti nelle leggi che hanno ridotto gli appelli, la paura di giustiziare un imputato innocente è sempre più al centro del dibattito sulla pena capitale. Ed è stata proprio questa paura a spingere quest’anno il Governatore dell’Illinois George Ryan a dichiarare una moratoria sulle esecuzioni nel suo Stato.

 Il Tribune ha rivisto tutti i 682 casi, cercando di isolare i casi in cui l’imputato è stato condannato sulla base di prove dubbie. Sono saltati fuori dozzine di casi, 4 dei quali diventati oggetto di un profondo esame investigativo.

 I 3 casi qui menzionati mostrano come una persona possa essere giustiziata nonostante le prove tendano a mettere in luce un altro sospetto, come l’impianto accusatorio all’apparenza chiaro possa essere tutto fuorché tale e come una serie di testimoni inaffidabili appartenenti al mondo del crimine possa rendere così difficile far venire alla luce la verità.

 E’ probabile che altri detenuti giustiziati disponessero di prove della loro innocenza ancora più evidenti di quelle di Henderson, Moore e Demps. Ma questi 3 casi riflettono la maggior parte dei casi in cui gli imputati protestano la loro innocenza. I media hanno dedicato loro pochissima attenzione e non si è potuto far ricorso al test del DNA per determinare in modo conclusivo la [loro] colpevolezza o innocenza. I misteri in questi casi sono destinati a durare.

 Il Tribune non ha dimostrato l’innocenza di nessuna di queste 3 persone. Tuttavia, le indagini condotte [dal Tribune] mostrano come le prove sulle quali si basarono le giurie possano chiarirsi se oggetto di un esame più approfondito.

 Negli Stati Uniti d’America le autorità fanno poco o nulla per verificare se persone innocenti sono state giustiziate. In Inghilterra, dove la pena capitale è stata abolita negli anni ’60, un’agenzia investigativa fondata nel 1996 fa quello che qui le autorità si rifiutano di fare. La Commissione per l’Analisi dei Casi Penali cerca fra i vecchi casi per determinare se sono stati commessi errori giudiziari.

 Grazie al lavoro svolto dalla Commissione, una Corte di Appello inglese riuscì a provare che un marinaio somalo impiccato nel 1952 era innocente. E due mesi fa, in un diverso caso, una Corte di Appello ha ordinato la riesumazione del corpo di un uomo impiccato nel 1962 affinché venga effettuato il test del DNA.

 In Virginia, nel frattempo, le autorità hanno incenerito le prove del DNA relative al caso di una persona giustiziata e stanno contrastando gli sforzi per ottenere il test in un altro caso.

 “Sono un uomo innocente” 

Criminale di carriera con problemi di salute mentale, Wilburn Henderson venne condannato per l’omicidio, avvenuto il 26 novembre 1980, di Willa Dean O’Neal, proprietaria – insieme al marito Bob - di un negozio di mobili usati a Fort Smith, Arkansas. Secondo il rapporto della polizia, la signora O’Neal venne uccisa con un’arma da fuoco nel corso di una rapina che fruttò 41 dollari.

 Il caso contro Henderson non era certo schiacciante. Nel 1991 la Corte di Appello dell’Ottavo Circuito di Saint Louis menzionò altre 5 possibili persone sospette, fra le quali la più sospetta era il marito della vittima. A Henderson venne concesso un nuovo processo con la motivazione “le prove esistenti nei confronti di altri sospetti mettono in dubbio la colpevolezza di Henderson”. Tuttavia, una seconda giuria lo condannò.

 La polizia disponeva di poche prove che legavano direttamente Henderson all’omicidio. Al primo processo l’Accusa disse che un pezzo di carta gialla indicava che Henderson si trovava nel negozio. Sulla carta, trovata sul pavimento, erano scritti due numeri di telefono che erano stati dati a Henderson da un agente immobiliare. Henderson ammise che il biglietto era suo, ma disse che probabilmente gli era caduto quando egli si trovava in negozio giorni prima [dell’omicidio].

 Ai Giurati venne detto che, prima dell’omicidio, Henderson aveva preso una pistola da un negozio di pegni, che poi restituì dopo l’omicidio. Le perizie balistiche non riuscirono però a stabilire con certezza se quella pistola fosse stata o meno usata per l’omicidio.

 Ai Giurati venne detto di una lunga dichiarazione sconnessa fatta da Henderson alla polizia dopo il suo arresto, nella quale egli diceva che era stato un altro uomo a commettere l’omicidio e che lui si trovava nel negozio per caso. Successivamente Henderson ritrattò, dicendo di aver rilasciato la dichiarazione perché impaurito che la polizia gli facesse del male. Disse quindi che si trovava in un'altra parte dello Stato quando la signora O’Neal venne uccisa, alibi confermato da sua moglie.

 La prima condanna venne messa da parte quando la Corte di Appello decise che l’avvocato difensore non aveva svolto indagini sugli altri sospetti, soprattutto sull’indiziato numero uno, cioè Bob O’Neal.

 O’Neal, in base a quanto riportato nei documenti depositati, era una persona violenta ed instabile. Nel 1985, cinque anni dopo l’omicidio di sua moglie, fu ricoverato per circa un anno presso lo State Hospital dell’Arkansas per il trattamento di allucinazioni paranoidi. Morì nel 1992 per un attacco di cuore.

 O’Neal aveva il tipo di pistola usata nell’omicidio di sua moglie, cioè una calibro 22. Dopo l’omicidio egli disse alla polizia che la pistola gli era stata rubata, quindi quell’arma non venne mai testata.

 Subito dopo l’omicidio, la figlie di Willa Dean O’Neal, avute da matrimoni precedenti, dissero alla polizia di avere dei sospetti su Bob O’Neal. All’intervista rilasciata al Tribune le figlie hanno detto che Bob O’Neal insultava la loro madre e che lei aveva intenzione di divorziare. Willa Dean O’Neal aveva anche promosso un’azione giudiziaria nei confronti di una donna che aveva una relazione amorosa con suo marito.

 “Il mio primo pensiero è stato che era stato Bob” ha detto la figliastra Glenda Palmer. “Era un uomo volgare, verbalmente e mentalmente, un uomo cattivo d’animo”.

 In base a quanto risulta agli atti, il giorno prima dell’omicidio Bob O’Neal aveva chiesto alla figlia di Willa Dean O’Neal, Glenda Fleetwood, di lavorare con lui nella demolizione di una casa anziché al negozio con sua madre. Quel pomeriggio Bob O’Neal e la signora Fleetwood e suo marito si fermarono al negozio prima di andare a recuperare del materiale in una casa. Prima di andare, O’Neal entrò dal retro e rimase dentro per un po’, dopo aver detto alla figliastra e al marito di restare fuori ad aspettarlo. Una volta uscito, i tre partirono per il luogo di lavoro. Alcuni minuti più tardi, O’Neal mandò la figliastra al negozio [della moglie] a prendere una bibita. Quando ella ritornò dicendo che era aveva comperato la bibita in un negozio lì vicino e che non era andata al negozio della madre, O’Neal insistette affinché ella andasse al negozio della madre a prendere del nastro isolante. Fu allora che ella scoprì il corpo senza vita della madre, quindi chiamò la polizia e, insieme ad un ufficiale, andò ad informare O’Neal che sua moglie era morta.

 “Quando sono arrivata con la polizia, [Bob] ha detto ‘qualcuno l’ha uccisa, vero?’”, ha detto la signora Fleetwood al Tribune.

 Quel commento preoccupa ancora Ron Fields, l’ex Procuratore che per due volte si occupò del caso di Henderson.  “La cosa che mi preoccupa”, ha detto Fields “è questa sua dichiarazione su ciò che era accaduto – cioè, lui sapeva che lei era già morta. O’Neal non riuscì a fornire spiegazioni”. Ciononostante, Fields continua a dire di essere certo che fu Henderson ad uccidere Willa Dean O’Neal.

 “Se la polizia avesse potuto arrestare Bob O’Neal, l’avrebbe fatto. Tutti volevano che fosse incriminato lui”, ha detto Fields, chiamando O’Neal un “bruto” e dicendo che non piaceva a nessuno in città. “Mi sarebbe davvero piaciuto condannare O’Neal. E avrei potuto farlo senza pensarci troppo. Ma il problema era che non era stato lui”.

 In base a quanto risulta agli atti, gli altri sospetti dovettero sottoporsi al test della verità, ma a O’Neal non venne richiesto.

 Al processo, quando il medico legale testimoniò che riteneva che la vittima fosse stata uccisa con un colpo alla testa mentre era seduta in una sedia, Bob O’Neal sussurrò ad una donna seduta vicino a lui le seguenti parole, così come riportate dalla stessa: “No, non è andata così, si è buttata giù dalla sedia per scansare il proiettile”.

 Mentre Henderson si trovava già nel braccio della morte, O’Neal scrisse una lettera all’Accusa dicendo che [Henderson] era stato condannato ingiustamente.

 Fields ha detto di aver offerto ad Henderson, prima del secondo processo, diverse forme di patteggiamento e che, se si fosse dichiarato colpevole, avrebbe evitato la condanna a morte. Una di queste offerte avrebbe dato modo a Henderson di chiedere immediatamente la libertà condizionale. Ma Henderson, che continuava a proclamare la sua innocenza, “voleva essere processato e prosciolto”, ha detto il suo avvocato Gerald Coleman, aggiungendo “non è mai stato indeciso su questo”.

 La Difesa cercò di puntare il dito verso O’Neal al secondo processo, ma un testimone dell’Accusa dichiarò che O’Neal si trovava da un’altra parte al momento dell’omicidio. Questo testimone, Clarence Wilson, viveva poco lontano dal negozio di mobili, dove si era recato a trovare Willa Dean O’Neal il giorno dell’omicidio. Egli disse che Bob O’Neal aveva lasciato il negozio prima che lui arrivasse là e che Willa Dean O’Neal era ancora viva. Mentre in una precedente dichiarazione davanti ad una Corte Federale, lo stesso Wilson aveva rilasciato una diversa testimonianza, dicendo che aveva lasciato il negozio mentre Bob O’Neal era ancora dentro.

 Per far condannare Henderson l’Accusa si servì nuovamente della dichiarazione da lui stesso fornita, del pezzo di carta e delle informazioni circa la pistola. E infatti venne nuovamente condannato.

 Henderson, 56 anni, è stato giustiziato tramite iniezione letale l’8 luglio 1998. “Sono un uomo innocente”, ha detto al Direttore, “che Dio vi perdoni per ciò che state facendo”.

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 Incrinature in un caso solido

 L’8 giugno 1987, poche ore prima della sua esecuzione, il condannato Alvin R. Moore sedeva tranquillamente nella sua cella nella prigione di massima sicurezza di Angola (Louisiana) mentre il suo consigliere spirituale leggeva dalla Bibbia il Libro di Giovanni.

 Di lì a poco sarebbero arrivate le guardie per condurre Moore nella camera della morte. Il Rev. Roger Stintson, finita la lettura, chiuse il libro e disse a Moore “questo è il momento di chiedere perdono”. Ma come accaduto sempre in passato, Moore scosse il capo e disse “non sono stato io. Non ce l’ho con nessuno, però non sono stato io. Possono uccidere il mio corpo, ma non possono uccidere la mia anima”.

 Con le catene ai piedi e le manette, Moore, 27 anni, venne portato alla sedia elettrica poco dopo mezzanotte. Gli elettrodi vennero collegati alla sua gamba sinistra e alla testa rasata. Pochi minuti dopo, Moore venne dichiarato morto.

 Secondo l’ex Procuratore Distrettuale Henry Brown, il caso contro Moore era solido. La vittima, Jo Ann Wilson, 23 anni, moglie dell’ex collaboratore di Moore, lo identificò – secondo quanto riportato dalla polizia – in una dichiarazione prima di morire. Moore venne arrestato poco dopo l’omicidio, avvenuto nel 1980, e una goccia di sangue venne trovata sui suoi pantaloni. All’epoca non era disponibile il test del DNA, ma in base alle analisi fu possibile stabilire che si tratta di sangue appartenente al gruppo 0, lo stesso della vittima (Moore non aveva sangue del gruppo 0, il più comune di tutti). I pantaloni non si sa che fine abbiano fatto, secondo la polizia di Bossier City e le autorità locali.

 Uno stereo e un recipiente in plastica contenente 18 dollari in pennies, che appartenevano alla vittima, furono ritrovati nell’automobile di Moore. Due amici di Moore dichiararono che egli ammise di aver ucciso la donna. Ma le ricerche effettuate dal Tribune indicano che, nonostante il caso preparato dall’Accusa sembrasse così sicuro, ci sono alcune cose preoccupanti che al processo non saltarono fuori.

 I due amici, le cui dichiarazioni fecero sì che Moore venisse incriminato, ritrattarono in seguito e adesso dicono che era innocente. Inoltre, un testimone mai contatto dalla polizia ha detto al Tribune che l’automobile di Moore era parcheggiata vicino alla casa della vittima verso l’imbrunire, dichiarazione che corrisponde a quanto detto da Moore e cioè che si trovava a casa della signora Wilson prima che facesse buio. La chiamata di aiuto della signora Wilson alla polizia fu fatta alle 21:35, circa 40 minuti dopo l’imbrunire. Inoltre, il Tribune è riuscito ad ottenere i documenti della polizia mai consegnati prima agli avvocati di Moore, né al processo né in appello. Uno di questi documenti riporta la dichiarazione del marito della vittima nella quale si legge che la donna era ancora viva, a casa, alle 21:00. Questa dichiarazione è diversa da quella che il marito della vittima rilasciò al processo e avrebbe potuto essere usata dagli avvocati della difesa per supportare la dichiarazione di Moore che insisteva di aver lasciato la casa della vittima prima che ella venisse pugnalata, cosa che accadde – in base a quanto stabilito – fra le 21:00 e le 21:30. In base alla Legge vigente all’epoca in Louisiana, la Pubblica Accusa non aveva l’obbligo di far avere i documenti della polizia alla Difesa, a meno che tali documenti non riportassero informazioni utili all’imputato.

 La notte del 9 luglio 1980 a Bossier City, cittadina di 50.000 abitanti nel nord-ovest della Louisiana, era una notte caldissima, quasi 38°C, la terza di una serie lunga una settimana. La polizia ricevette una chiamata della signora Wilson: “qualcuno mi ha pugnalato”. Un ufficiale disse di aver buttato giù la porta e di aver trovato la signora Wilson morente. In base alla dichiarazione di questo ufficiale di polizia, la signora spirò dopo aver identificato Moore. Dopo che la vittima fu portata all’ospedale, arrivò suo marito Aron, all’epoca diciannovenne. In una intervista egli disse che la polizia gli chiese se conosceva qualcuno di nome Alvin e fu lui a dare loro il nome di Moore.

 Moore, che aveva socializzato con i Wilson, venne arrestato in meno di quattro ore. Interrogato dalla polizia, disse di aver conosciuto Jo Ann Wilson tramite suo marito, con il quale aveva lavorato presso l’ufficio amministrativo dell’ospedale per veterani di Bossier City e con il quale ogni tanto si recava insieme al lavoro.

 Moore aveva precedenti penali per illeciti di lieve entità (per essere venuto alle mani con il proprietario di un negozio nel corso di un litigio e per aver picchiato un bidello a scuola). Disse alla polizia che lui e la signora Wilson avevano una relazione amorosa e che lei gli aveva dato dei soldi prima che lui andasse via. Disse inoltre che Arthur Stewart e Dennis Sloan erano con lui a casa della vittima ed entrambi vennero arrestati la mattina successiva.

 In dichiarazioni registrate che i due rilasciarono alla polizia, dissero di aver visto Moore avere rapporti sessuali con la donna, ma non descrissero l’accaduto come uno stupro. Entrambi dissero di aver preso lo stereo e il contenitore con i pennies mentre Moore era in camera da letto, di essere poi usciti ed aver atteso Moore, che uscì 5 minuti dopo. I 3 andarono poi in auto a Shreveport e durante il tragitto – sempre in base alle loro dichiarazioni – Moore disse loro di aver pugnalato a morte la signora Wilson. Nel giro di pochi giorni tutti e 3 vennero messi in stato d’accusa per omicidio, stupro e furto aggravato. La Pubblica Accusa disse che avrebbe chiesto la pena capitale.

 Il padre di Moore, Alvin Sr., meccanico, incaricò l’avvocato difensore Stacey Freeman stabilendo un compenso di 10.000 dollari, equivalenti al suo stipendio di un anno. Freeman, avvocato fanfarone morto in un incidente stradale nel 1990, ero noto per l’utilizzo di espressioni retoriche in tribunale e per gli accordi che era solito fare fuori dall’aula. Si limitò a visitare il luogo del delitto, interrogò solo alcuni testimoni prima del processo e non indagò nel caso così come presentato dall’Accusa.

 Gli avvocati che in seguito rappresentarono Moore in appello criticarono Freeman per non aver chiesto perché nessuna traccia di sangue era stata trovata nella macchina di Moore, visto che a casa dei Wilson c’era sangue sparso sul pavimento e sulle pareti sia in camera da letto che nel soggiorno. Freeman non fece mai esaminare l’automobile di Moore. Gli avvocati pensavano fosse importante notare che soltanto una goccia di sangue era stata trovata sui pantaloni di Moore, ma nessuna traccia di sangue era nell’auto. Randall Fish, l’assistente dell’avvocato Freeman al processo, disse che sia lui che Freeman erano convinti della colpevolezza di Moore. “Stacey non fece ciò che doveva essere fatto in un caso capitale”, ha detto Fish in una intervista “io ero in imbarazzo all’epoca. Non aveva studiato alcuna strategia”.

 Il giorno in cui doveva iniziare la selezione della giuria, il Procuratore Distrettuale Brown annunciò che Stewart e Sloan avevano deciso di dichiararsi colpevoli di reati minori e di testimoniare contro Moore. Freeman venne colto di sorpresa. Nei suoi piani tutti e 3 gli uomini dovevano essere processati insieme, cosa che avrebbe impedito all’Accusa di utilizzare contro Moore le dichiarazioni di Stewart e Sloan alla polizia. Freeman a quel punto chiese una proroga, che il Giudice negò, quindi egli disse al Giudice: “Vostro Onore, non sono pronto per il processo. Non sono pronto. Non farò altro che starmene seduto e lasciar fare”.

 Al processo, sia Sloan che Stewart dissero che Moore aveva detto loro “ho pugnalato quella cagna 9 volte”. Stewart disse anche che mentre era fuori ad aspettare udì il grido di una donna proveniente dalla casa e che Moore uscì con un coltello in mano.

 L’ufficiale della polizia di Dossier City Bill Fields disse che lui e l’ufficiale Matthew Nycum furono i primi poliziotti ad arrivare e che trovarono la signora Wilson ansimante, con la voce strozzata e con tredici ferite sanguinanti.  “Le chiesi chi l’aveva pugnalata”, disse Fields al processo “ed ella rispose che era stato Elvin. Le chiesi di ripetere ed ella ripeté Elvin. Glielo chiesi una terza volta e di nuovo mi disse Elvin. Le chiesi se lo conosceva e mi disse che era di colore e viveva in fondo alla strada. Lo ripeté due volte”.

 Moore, nero, testimoniò di aver avuto rapporti sessuali consensuali con la Wilson, bianca, quella sera. Negò di averla uccisa.

 La giuria, composta di membri tutti di razza bianca, emise un verdetto di colpevolezza in soli 40 minuti. Nella fase di irrogazione della pena, Freeman non chiamò alcun testimone a favore di Moore. La sua arringa durò 2 minuti e 15 secondi e non chiese mai alla giuria di risparmiare la vista del suo cliente. Freeman disse poi che si sarebbe sentito “stupido” a chiedere alla giuria di risparmiare la vita di Moore.

 Steward e Sloan, dopo vent’anni in prigione, vivono e lavorano insieme a Shreveport. Entrambi gli uomini hanno detto al Tribune di aver testimoniato contro Moore poiché pensavano che la polizia avesse già abbastanza prove contro di lui e che mentirono per paura di essere condannati a morte. “Non volevo la condanna a morte”, ha detto Stewart. “Non era vero il fatto della donna che urlava. Non era vero nemmeno il fatto di Moore con il coltello in mano. Non sono orgoglioso di quanto ho fatto. Ma pensavo di dover dire quello che la polizia voleva [sentir dire] … allora ho inventato una storia”.

 In una udienza per la clemenza avvenuta nel 1986, Stewart e Sloan ritrattarono le precedenti dichiarazioni e dissero che la vittima era viva quando lasciarono la casa con Moore e che Moore non aveva detto loro di averla uccisa.

 “La vidi sulla porta e mi pareva stesse bene”, ha detto Sloan in una recente intervista. Mentre Stewart, intervistato dal Tribune, ha cambiato nuovamente il suo racconto. Ha detto di non aver visto Moore con il coltello in mano e che non sentì la donna urlare, ma che la dichiarazione rilasciata all’udienza per clemenza era falsa in merito al fatto che Moore non disse di aver pugnalato la donna. “L’ha detto”, ha detto Stewart “ma io non ci ho creduto. L’ho vista chiudere la porta e non mi pareva ci fosse qualcosa che non andava”. Stewart ha anche detto che a quell’udienza avrebbe detto qualsiasi cosa pur di salvare la vita a Moore. “Ho mentito su alcune cose, ma non credo sia stato lui”.

 Nycum, ora direttore generale in una concessionaria di automobili, ha detto che nel 1980, quando accompagnò l’ufficiale Fields alla casa dei Wilson, era un ufficiale ausiliario. Ha aggiunto di non aver sentito la signora Wilson fare la dichiarazione che invece Fields disse di aver sentito. “Diceva cose senza senso e parlava con un forte accento del sud. Disse qualcosa che a me sembrò ‘elefante’”, ha detto Nycum. “Non la sentii dire ‘è stato Alvin’ o ‘è stato Elvin’”. Fields, in una recente intervista, ha dichiarato “so quello che ho sentito. Non voglio sapere altro”.

L’ex Procuratore Distrettuale Brown, ora Giudice di appello, ha detto che la versione dei fatti fornita da Moore era “ridicola” e che anche le ritrattazioni di Stewart e Sloan non erano credibili.

Il discorso dell’orario non fu rilevante al processo di Moore, ma le analisi dei rapporti della polizia, le trascrizioni del tribunale, i documenti dei vigili del fuoco e le interviste suggeriscono che avrebbe potuto esserlo se gli avvocati della difesa avessero avuto prima la documentazione ottenuta successivamente dal Tribune.

Non c’è alcun verbale ufficiale che indichi l’orario in cui Jo Ann Wilson chiamò la polizia quella notte, ma un centralinista testimoniò al processo di aver ricevuto la chiamata alle 21:35. Dopo essere stato arrestato, Stewart disse alla polizia che lui, Sloan e Moore arrivarono alla casa dei Wilson “verso il crepuscolo”. Sloan disse che erano “circa le 19:00 o le 20:30”. Mentre al Tribune Stewart ha detto che “era quasi il tramonto. Non era buio. Si poteva vedere bene. C’era ancora la luce quando ce ne andammo”.

Robert Temple, padrone di casa dei Wilson, ha detto al Tribune che la sera dell’omicidio stava lavorando nella zona e passò in auto davanti alla casa dei Wilson. “Vidi la macchina di Alvin Moore davanti alla casa. Era ancora giorno, verso l’imbrunire”, ha detto Temple.

I verbali dell’Osservatorio Navale degli Stati Uniti indicano che quella sera il sole tramontò alle 20:25. Il periodo fra il momento in cui l’ultimo pezzetto di sole scompare dalla linea dell’orizzonte e il buio è chiamato “crepuscolo civile” e termina quando il sole è sei gradi sotto l’orizzonte. Quella notte il buio iniziò alle 20:53.

I rapporti dei detectives di Bossier City indicano che Aron Wilson non era a casa quando la polizia arrivò, ma giunse in auto quando sua moglie era già stata trasportata all’ospedale. Disse alla polizia di essere uscito da casa presto quella sera per lavorare sull’auto di Perry Goodwin, che abitava a circa un miglio dalla casa. In base ai rapporti, il sig. Wilson disse di essere tornato a casa verso le 21:00 per prendere un attrezzo e che sua moglie era viva. Goodwin confermò l’orario e disse che Wilson tornò dopo una decina di minuti. Tuttavia, al processo Wilson non disse di essere tornato brevemente a casa alle 21:00. In una intervista in un ristorante vicino alla sua attuale abitazione a Flint (Michigan), nel corso della quale gli è stato mostrato il verbale di polizia, Aron Wilson ha detto “tornai a casa alle 19:30 quella sera. Il rapporto è sbagliato”.  Gli è stato chiesto di chiarire la dichiarazione di Goodwin ed egli ha risposto che anche Goodwin era in errore.

Dopo la condanna di Moore il dubbio sulla sua innocenza venne messo da parte. La Corte Suprema della Louisiana riconfermò la condanna in appello. Quando gli avvocati Rebecca Hudsmith e Wellborn Jack Jr. accettarono di rappresentare volontariamente Moore per l’appello federale nel 1983, focalizzarono il caso sull’inadeguata assistenza legale anziché mettere in dubbio la sua colpevolezza. “Sembrava che avessimo buone possibilità di vincere con questa argomentazione”, ha detto l’avvocato Jack, “e se fossimo riusciti ad ottenere un nuovo processo, allora avremmo rivolto l’attenzione alle prove”.

Quella strategia salvò quasi la vita a Moore. Il Giudice Tom Stagg della Corte Distrettuale degli USA nel 1984 annullò la condanna a morte, citando Freeman per il lavoro inadeguato, e ordinò una nuova udienza. Ma prima che tale udienza potesse aver luogo, la Corte del 5^ Circuito di New Orleans annullò la precedente decisione presa dalla Corte inferiore e riconfermò la condanna a morte.

La questione delle prove dell’Accusa non saltò fuori fino al momento di un appello per ottenere la grazia presentato alla Commissione di Grazia e Perdono, quando Stewart e Sloan rilasciarono le loro dichiarazioni giurate.

Howard Marsellus, Presidente della Commissione all’udienza, disse di credere nell’innocenza di Moore. Marsellus, in seguito incarcerato per aver intascato una bustarella affinché votasse per la clemenza in un altro caso, disse che – secondo lui – Moore non aveva avuto alcuna possibilità. “Ci ritirammo per deliberare”, ha detto, “e io dissi che il ragazzo era già morto dal momento in cui i poliziotti arrivarono sul luogo del delitto. ‘Non ho intenzione di votare per uccidere quel ragazzo’, dissi”.

A Moore non venne concessa la grazia, che avrebbe commutato la sua condanna a morte in ergastolo, per 3 voti a 2.

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Morte in una prigione della Florida

Bennie Demps, 49 anni, è stato giustiziato nel giugno scorso per aver ucciso, nel 1976, un suo compagno di prigionia in un carcere statale in Florida. Ma basta chiedere all’investigatore informazioni sul caso in merito a come avvenne l’omicidio e a chi era coinvolto, e vi dirà di non esserne sicuro. “Quando viene commesso un omicidio all’interno di una prigione, nessuno sa mai come sono andate le cose”, ha detto Wiley Clark, investigatore incaricato dall’ufficio del Procuratore Distrettuale della Contea di Bradford, “non è possibile farsi un’idea della verità”.

 Come la maggior parte degli omicidi dietro le sbarre, anche quello di Alfred Sturgis avvenne in circostanze abbastanza squallide da rendere difficile trovare compassione e soprattutto scoprire la verità. Quando Demps venne accusato, sia lui che la vittima e il testimone chiave, erano tutti in carcere per omicidio. Anni prima Demps era stato condannato a morte per un duplice omicidio, ma riuscì a sfuggire al boia quando, nel 1972, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la pena capitale in quanto applicata in modo arbitrario. La sentenza di Demps venne quindi tramutata in ergastolo.

 Fino al giorno della sua morte Demps ha sostenuto che erano state le guardie del carcere a far ricadere la colpa su di lui per l’omicidio di Sturgis, poiché non sopportavano l’idea che l’avesse fatta franca e gli fosse stata commutata la sentenza di morte in ergastolo.

C’erano prove che avrebbero potuto aiutare Demps, ma le autorità non le diedero ai suoi avvocati. Tali prove includevano un rapporto – venuto alla luce soltanto 20 anni dopo l’omicidio – nel quale il detenuto morente descriveva i suoi assassini. In quel rapporto Demps non viene menzionato.

Al processo la Pubblica Accusa disse che Sturgis fece il nome di Demps prima di morire, insieme ai nomi di James Jackson e Harry Mungin. Larry Hathaway, un detenuto condannato a 99 anni per omicidio, diventò il testimone chiave dell’Accusa e disse di aver visto Jackson pugnalare Sturgis con un coltello rudimentale, mentre Demps lo teneva fermo e Mungin faceva il palo.

Clark, ex ufficiale di polizia, disse di essere restio nel credere a questa testimonianza ed aveva particolari sospetti su Hathaway, che nei registri medici del carcere veniva descritta come persona “estremamente capace di influenzare gli altri” e affetta da “disturbi della personalità”.

Prima del processo Hathaway disse ad un avvocato che si occupava di diritti dei prigionieri di non aver assistito all’omicidio Sturgis, mentre al processo disse di aver visto tutto. Dopo il processo tre detenuti dissero che Hathaway non era neanche vicino al luogo dove Sturgis venne ucciso. Infine, nel 1994 Hathaway disse ad un investigatore che stava lavorando per conto degli avvocati di Demps che al processo aveva mentito.

Non c’era alcuna prova fisica che collegava Demps all’omicidio, quindi la Pubblica Accusa si basò largamente sulla testimonianza di Hathaway e di due guardie carcerarie, A.V. Rhoden e Hershel Wilson. Le guardie testimoniarono che Sturgis fece il nome di Demps come uno dei suoi aggressori. “Dissi né più né meno quanto detto da Sturgis”, ha detto Rhoden al Tribune.

I 3 detenuti vennero giudicati colpevoli nel 1978 e l’Accusa chiese la pena capitale per tutti e tre. La Giuria raccomandò la pena di morte per Demps e Jackson e l’ergastolo per Mungin.

Nonostante Demps non fosse il presunto aggressore materiale, il Giudice lo condannò a morte, citando le sue condanne precedenti per omicidio, mentre condannò Jackson e Mungin al carcere a vita. Non è stato possibile intervistare Jackson e Mungin.

Gli avvocati di Demps non vennero mai in possesso di una lettera scritta prima del processo da Bill Beardsley, l’ufficiale del carcere che sovrintendeva alle indagini. La lettera parlava di Hathaway e di come aveva inventato cose in un altro caso e sarebbe stata utile agli avvocati di Demps per mettere in dubbio la credibilità di Hathaway.

Inoltre, gli avvocati non vennero in possesso del rapporto stilato dal Capo Ispettore Cecil Swell il giorno dopo la morte di Sturgis e inviato a Louie Wainwright alla segreteria del Dipartimento di Correzione. Nel rapporto era scritto che “prima di morire Sturgis nominò James Jackson (#029667), anch’egli detenuto, come il suo aggressore”. Non viene fatto il nome di Demps in questo rapporto, venuto alla luce 20 anni dopo l’omicidio, né quello di Mungin.

In una intervista rilasciata al Tribune, Wainwright – andato in pensione nel 1986 dopo 24 anni di lavoro come segretario – ha detto che lo scopo del rapporto era quello di metterlo al corrente – nei dettagli - degli incidenti avvenuti all’interno delle carceri di Stato. “Avrebbe dovuto essere abbastanza dettagliato”, ha detto Wainwright “avrebbe dovuto parlare di tutti e 3 i detenuti”.

Gli avvocati di Demps in appello sollevarono obiezioni anche in merito al fatto che Hathaway, in cambio della sua testimonianza, ricevette benefici (tenuti nascosti) che costituivano per lui un incentivo a mentire. A sostegno della loro tesi [gli avvocati] citarono una lettera scritta da Beardsley un anno dopo l’emissione della condanna a morte nei confronti di Demps. Nella lettera si chiedeva di “considerare con attenzione la [possibilità di] rilascio condizionale” per Hathaway, nonostante egli avesse scontato soltanto 4 anni dei 99 cui era stato condannato. Beardsley, che descriveva Hathaway come un informatore ed un testimone critico, chiese nuovamente il rilascio condizionale di Hathaway nel 1983. Beardsley, ora in pensione, ha detto che quelle lettere non aveva niente a che fare con la testimonianza di Hathaway e non erano parte di un accordo.

Anche le indagini sull’omicidio del detenuto Leroy Colbroth, 7 mesi dopo l’omicidio Sturgis, portarono alla luce delle informazioni che avrebbero potuto aiutare Demps. Anche queste informazioni non vennero date agli avvocati di Demps.

Colbroth, noto come “99” poiché stava scontando una condanna a 99 anni per rapina a mano armata, in base ai documenti del carcere gestiva – all’interno del carcere - un giro di gioco d’azzardo, strozzinaggio e commercio di droga. Prima che venisse ucciso, gli investigatori lo identificarono come il principale sospetto in due aggressioni con coltello avvenute all’interno del carcere, una delle quali fatale.

Nel corso delle indagini per l’omicidio Colbroth, diversi detenuti rilasciarono una testimonianza giurata nella quale dichiararono che Colbroth era stato ucciso perché aveva ucciso Sturgis. Altri detenuti in seguito dissero anche di aver visto Colbroth che pugnalava Sturgis o che Colbroth aveva ammesso di averlo ucciso. Alcuni di quei detenuti volevano aiutare Demps, ma non lo fecero, dichiarando sotto giuramento di aver ricevuto, da parte degli ufficiali del carcere, minacce di violenza nel caso in cui avessero testimoniato, oppure offerte di benefici, come trasferimenti o sentenze più corte, nel caso in cui si fossero rifiutati di farlo.

I due detenuti accusati di aver ucciso Colbroth vennero prosciolti.

Thomas Elwell, il P.M. nei 2 casi contro gli aggressori di Demps e Colbroth, rifiutò di essere intervistato, se non dietro compenso in denaro. Diventato Giudice a Gainsville, si dimise nel 1992 in seguito alle indagini in merito alla presunta sostituzione di targhette con il prezzo in un magazzino Pic’n Save [avrebbe sostituito le targhette in alcuni capi mettendo targhette con prezzi inferiori].Non venne mai formalmente accusato. Da quando lavora come libero professionista, [Elwell] è già stato sospeso 4 volte dall’Albo per aver violato le norme che regolano il conflitto di interessi e per irregolarità finanziarie.

L’avvocato Bill Salmon, che si occupò dell’appello di Demps, chiese un nuovo processo alla Corte Suprema della Florida, ma la richiesta venne respinta dalla Corte, che sostenne che nonostante forse il P.M. avrebbe dovuto consegnare [alla Difesa] il rapporto dell’Ispettore Capo, questo comunque non avrebbe scagionato Demps. La Corte disse che “Aggressore” avrebbe potuto riferirsi soltanto a Jackson, poiché identificato come il detenuto che teneva in mano il coltello.

Il giorno dell’esecuzione, quando la tenda venne aperta sulla camera della morte, Demps apparve steso sul lettino con un benda bianca sul torace e sulle gambe. Era visibilmente arrabbiato e disse che le guardie gli avevano fatto un taglio profondo in una gamba per trovare una vena adatta all’iniezione letale. “Si sono comportati da macellai”, disse Demps ai testimoni, “questa non è un’esecuzione, questo è un omicidio. Sono un uomo innocente”.

Gerald Kogan, il Primo Giudice dalla Corte Suprema della Florida, riconobbe che il caso era preoccupante, tuttavia non votò a favore di un nuovo processo per Demps. “Avevo seri dubbi su Demps”, disse Kogan, ora in pensione. Il caso “continua a saltar fuori e non c’è niente di nuovo. Ma dopo un po’, non ci si può far nulla”.

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Innocenza: blocchi legali ostacolano la presentazione di prove in appello

Quando Leo Jones venne giustiziato sulla sedia elettrica della Florida nel marzo del 1998 per aver ucciso a mo’ di cecchino un ufficiale di polizia, il “caso” che 16 anni prima l’aveva fatto finire nel braccio della morte era completamente diverso. Il principale accusatore aveva già ritrattato. Due officiali di polizia avevano già lasciato, oggetto di sospetti, il Dipartimento di Polizia e si stava cominciando a dar credito alle asserzioni che uno dei due avesse picchiato Jones prima della sua supposta confessione. Oltre una dozzina di persone avevano detto che l’assassino era un altro uomo, che l’avevano visto con un fucile in mano mentre scappava dal luogo del delitto, o che l’avevano sentito dire di aver sparato all’ufficiale. Persino il Giudice della Corte Suprema della Florida Leander Shaw, ex capo della Divisione Casi Capitali dell’ufficio del Procuratore Distrettuale a Jacksonville, scrisse che il caso di Jones era diventato “un cavallo di un altro colore”. Dopo essere venuto a conoscenza di nuove prove, Shaw scrisse: “[queste prove] fanno venire seri dubbi in merito alla colpevolezza di Jones”. Shaw ed un altro Giudice votarono a favore di un nuovo processo, ma la maggioranza dei Giudici decise il contrario. Una settimana più tardi Jones, 47 anni, venne messo a morte.

Nel sistema penale americano la presunzione di innocenza svanisce una volta che l’imputato è stato giudicato colpevole e dimostrarne – con prove - l’innocenza diventa compito della Difesa. Nonostante ai condannati a morte vengano date diverse opportunità di appello – e qualcuno riesce a ritornare in libertà – può diventare enormemente difficile convincere le Corti di Appello ad accettare nuove prove di innocenza. Le prove a favore di un imputato hanno più efficacia al processo iniziale anziché in appello, dove dominano questioni di leggi e procedure, anziché questioni riguardanti l’innocenza.

Questi ostacoli esistono anche se alcuni verdetti di colpevolezza vengono emessi su basi molto deboli. Un’indagine del Tribune sulle esecuzioni negli Stati Uniti d’America ha portato alla luce dozzine di casi nei quali la Pubblica Accusa si basò su prove dubbie o gli avvocati non difesero adeguatamente i propri clienti. […]

Sono passati oltre due anni dall’esecuzione di Jones e dubbi continuano a persistere sulla sua colpevolezza. Ci si continua a domandare anche se il sistema di appello nei casi capitali tiene in debita considerazione le dichiarazioni di innocenza.

Grazie alle indagini del Tribune sono emerse nuove prove a sostegno della tesi sempre sostenuta da Jones e cioè che la confessione gli venne estorta con la forza dalla polizia di Jacksonsville.

In una intervista rilasciata al Tribune, il capo detective che all’epoca si occupò del caso ha detto che vide un ufficiale di pulizia aggredire Jones mentre era in custodia e che fu proprio lui a staccarglielo di dosso. L’ammissione del detective è in contraddizione con la testimonianza che egli rilasciò al processo e in successive udienze.

L’assistente del P.M. che si occupò del caso, pur dicendosi ancora convinto della colpevolezza di Jones, ha detto di avere avuto sospetti che gli ufficiali di polizia, arrabbiati per l’omicidio di un collega, avessero fisicamente maltrattato Jones. “Per me la parte più preoccupante del caso è sempre stata la sua confessione e gli eventi che portarono alla sua confessione”, ha detto Ralph N. Greene III, ora avvocato libero professionista, “quella serie di fatti mi ha sempre causato preoccupazioni come Procuratore Distrettuale”.

Due ex membri della Giuria [al processo di Jones] hanno detto al Tribune di avere dubbi circa il verdetto di colpevolezza a suo tempo emesso, poiché in seguito a ciò di cui sono venuti a conoscenza in tempi recenti, appare chiaro che al processo non vennero presentate tutte le prove. “Credo che il verdetto che raggiungemmo avesse un senso in base a ciò che sapevamo allora”, ha detto Robert Manley, redattore di testi pubblicitari, che votò per l’ergastolo. “Ma poi le prove sono cambiate, e questo ha cambiato il mio modo di vedere le cose”.

Nadine Appleby, segretaria in pensione che votò per la condanna a morte, ha detto: “Se fossimo stati a conoscenza prima di alcune delle cose saltate fuori in seguito, forse il risultato sarebbe stato diverso”.

Onere della prova più pesante

Nel sistema di Giustizia Penale americano le Corti di Appello solitamente si rimettono alle decisioni prese dai Giudici al processo originario. Dopo tutto, le Giurie e i Giudici di prima istanza osservano il comportamento dei testimoni e pertanto si crede siano i più indicati a giudicarne la credibilità. Le ritrattazioni (quando i testimoni cambiano la versione dei fatti fornita precedentemente per una nuova versione della verità) vengono viste in modo scettico e c’è poca fiducia nei nuovi testimoni, soprattutto se questi hanno aspettato anni, a volte decenni, a farsi avanti, anziché fornire immediatamente dopo il crimine la loro testimonianza. Inoltre, le regole sono state scritte affinché gli appelli siano conclusivi – in sostanza, per bilanciare la richiesta di giustizia con una necessità di efficienza. Le date di scadenza sono in uso per rendere gestibile il sistema giudiziario e per evitare che gli imputati si appellino all’infinito, anche se è vero che [i termini di scadenza] possono ostacolare quegli imputati che presentano delle istanze legittime, ma fuori tempo.

A causa di tutte queste circostanze, è molto difficile per un prigioniero provare di essere stato condannato ingiustamente. “Si può arrivare a dire che l’innocenza è l’argomento peggiore da presentare per chi è già nel braccio della morte”, ha detto Michael Mello, ex avvocato di appello in Florida, che attualmente insegna legge alla Vermont Law School. “Si nega che certe cose accadono a persone innocenti”.

Forse nessuna sentenza incarna questo concetto come quella emessa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso di Leonel Torres Herrera, condannato per l’omicidio, avvenuto nel 1981, di 2 ufficiali di polizia e giustiziato in Texas nel 1993 tramite iniezione letale. Gli avvocati di Herrera presentarono appello alla Corte Federale sostenendo di avere prove circa l’innocenza del loro assistito e chiedendo che venisse concesso un nuovo processo, poiché l’esecuzione di una persona innocente è in violazione con quanto previsto dalla Costituzione in merito alla protezione degli innocenti e alla “punizione crudele ed insolita”.

Il Primo Giudice della Corte Suprema William Rehnquist, respingendo l’appello, disse che il processo rappresenta “l’evento di somma importanza” di un caso e che la “presunzione di innocenza” sparisce una volta che un imputato è stato giudicato colpevole in seguito ad un processo equo.

Il Giudice Harry Blackmun, dissentendo, scrisse le seguenti pungenti parole: “Così come è inaccettabile un’esecuzione senza le dovute protezioni [a difesa del condannato], altrettanto è inaccettabile l’esecuzione di un prigioniero in grado di provare la propria innocenza. L’esecuzione di una persona che può dimostrare di essere innocente è pericolosamente vicina all’omicidio”.

Così come i termini massimi di scadenza vengono fatti rispettare, la necessità che il sistema funzioni in modo efficiente deve prevedere la possibilità di considerare più la sostanza che la procedura in certi casi.

Ecco quanto accaduto a Roger Coleman in Virginia

L’impianto accusatorio che portò alla condanna di Coleman per stupro ed omicidio (avvenuto nel 1981) si basò sulla testimonianza di un prigioniero informatore e di prove scientifiche imprecisate. Coleman aveva un alibi che, se vero, non gli avrebbe dato il tempo di commettere l’omicidio.

A metà degli anni ’80 Coleman perse un’udienza a livello di Stato e i suoi avvocati mancarono il termine di 30 giorni, di un solo giorno, per presentare il “preavviso di intendimento di ricorso in appello”. Successivamente, quando si presentarono alla Corte Federale sostenendo che Coleman meritava un nuovo processo poiché lo Stato rifiutò di consegnare delle prove e la Pubblica Accusa presentò falsa testimonianza, l’istanza venne respinta. Anche la Corte Suprema degli USA, con 6 voti a 3, respinse l’istanza, perché non era stato rispettato il termine dei 30 giorni. Nonostante il caso fosse forte e gli argomenti a favore dell’innocenza di Coleman importanti, la Corte rigettò l’istanza di appello per motivi procedurali. “Questo è un caso di Federalismo”, disse la maggioranza [dei Giudici] nell’opinione scritta dal Giudice Sandra Day O’Connor. “La Corte”, scrisse, “è tenuta a rispettare le regole stabilite dagli Stati”. Dopo meno di un anno, nel 1992, Coleman – che continuava a proclamare la sua innocenza – venne giustiziato.

In almeno sei casi, uno o più Giudici in appello hanno votato per fermare un’esecuzione per i dubbi sulla colpevolezza del condannato. La maggior parte di queste obiezioni sono state espresse come pareri di minoranza. All’inizio di quest’anno, alla vigilia dell’esecuzione di Freddie Lee Wright, due Giudici della Corte Suprema dell’Alabama espressero opinioni fortemente discordanti dalla decisione presa dalla Corte che dava il via all’esecuzione di Wright sulla sedia elettrica.

Wright, nero condannato per l’omicidio di una coppia bianca, ebbe 2 processi. Al primo, per un solo voto non riebbe la libertà, in seguito ad una situazione di stallo creatasi nella Giuria, che votò 11 a 1 per il proscioglimento. Al secondo, la Pubblica Accusa fece in modo che i neri venissero esclusi dalla Giuria e una Giuria di soli bianchi condannò nuovamente Wright.

Il Giudice Douglas Johnstone della Corte Suprema dell’Alabama votò per fermare l’esecuzione, dicendo che la Pubblica Accusa non aveva divulgato prove cruciali che avrebbero censurato le deposizioni di due testimoni chiave. La Pubblica Accusa, inoltre, non aveva informato gli avvocati di Wright del fatto che inizialmente era stato messo in stato di accusa un altro uomo - anche se le accuse nei confronti di quest’uomo vennero poi lasciate cadere, nonostante l’identificazione di un testimone oculare, nonostante un rapporto balistico nel quale si riferiva che l’arma dell’uomo era uguale a quella usata nell’omicidio e nonostante una dichiarazione incriminante emessa dalla sua ragazza.

Il 3 marzo in un appello dell’ultimo minuto prima dell’esecuzione di Wright, i suoi avvocati chiesero la sospensione dell’esecuzione argomentando sulla crudeltà della sedia elettrica. In risposta, Johnstone scrisse: “Che Wright sia giustiziato tramite iniezione letale o sedia elettrica mi sembra irrilevante rispetto alla probabilità che stiamo mandando a morire un uomo innocente”.

La morte di un ufficiale di polizia

Il mattino presto del 23 maggio 1981, Leo Jones e suo cugino Bobby Hammonds si trovavano a Jacksonville nel loro appartamento all’incrocio fra la sesta e Davis Street, appena un isolato dal costante frastuono dell’autostrada 95.

Jones, trafficante di droga, aveva alle spalle diversi arresti e alcune condanne, inclusa una per aver sparato ad un adolescente quando aveva 15 anni. “Tutti sapevano che Jones vendeva droga”, ha detto un investigatore che lavorava per gli avvocati che seguirono il suo caso in appello, “vendeva droga, questo era ciò che faceva”.

All’una e dieci echeggiarono due spari. Uno dei proiettili, sparato da un fucile 30-30, bucò il parabrezza dell’auto di un poliziotto ventottenne fermo all’incrocio, Thomas Szafranski, e lo uccise. Nel giro di pochi minuti la polizia iniziò a perquisire lo stabile dove abitava Jones e - dopo aver fatto irruzione in un appartamento al secondo piano – trovò Jones e Hammond. Entrambi gli uomini furono portati alla stazione di polizia per l’interrogatorio, poi Jones venne accusato di omicidio, in quanto – secondo gli agenti – “aveva confessato”. Hammonds dichiarò di aver visto Jones lasciare l’appartamento con un fucile e [di averlo visto] rientrare dopo che erano stati sparati i colpi, che lui disse di aver udito.

Prima del processo gli avvocati di Jones cercarono di non far considerare come prova la confessione di Jones, in quanto sostenevano fosse stata estorta con la forza, poiché Jones dichiarò di essere stato picchiato dagli agenti, i quali – sempre in base alla sua dichiarazione – gli puntarono anche un’arma alla tempia. Disse di credere di non avere altra scelta. E’ comunque un fatto che Jones fu portato in ospedale per ferite di non grave entità. Un avvocato dell’ufficio pubblico dei difensori che vide Jones poco dopo il suo arresto all’udienza per la cauzione, disse che [Jones] aveva tagli e contusioni sul viso e sul collo.

Nel corso di un’udienza prima del processo in merito alla validità della sua confessione, Hammonds disse che la dichiarazione da lui rilasciata in precedenza non corrispondeva a verità e che era stato costretto dagli agenti, dietro minaccia, ad accusare Jones.

Gli agenti di polizia dichiararono che Jones e Hammonds si ferirono durante l’arresto, poiché facevano resistenza. Negarono qualsiasi atto di violenza  o mezzi di coercizione. Il detective Hugh Eason ha detto al Tribune di aver semplicemente “parlato con Jones fino a che Jones non ha deciso di confessare”.

Successivamente gli avvocati di Jones contestarono anche il fatto che la confessione, scritta da Eason e firmata da Jones, era sospetta a causa della descrizione vaga dell’arma (pistola o fucile). Eason testimoniò che fu Jones a dire cosa scrivere.

Il Giudice A.C. Soud respinse l’istanza e la confessione venne ammessa come prova. Al processo, Hammonds cambiò nuovamente la sua versione dei fatti e testimoniò contro Jones, che – dal canto suo – proclamò la propria innocenza e disse di trovarsi a letto quando furono sparati i colpi di arma da fuoco.

Per quanto concerne il movente, il P.M. Greene disse che Jones odiava la polizia e voleva vendicarsi uccidendo Szafranski. Jones era stato fermato una settimana prima dell’omicidio e, secondo quanto detto dall’agente che l’aveva fermato, Jones aveva minacciato di uccidere un agente. Tuttavia, nel suo rapporto non era menzionata alcuna minaccia e Jones negò di averlo mai minacciato.

Nell’appartamento di Jones vennero trovati due fucili 30-30. Nonostante le prove balistiche non fossero decisive, uno dei fucili venne considerata l’arma dell’omicidio.

Le impronte di Jones vennero rinvenute su uno dei fucili. Jones disse che l’arma apparteneva a Glenn Schoefield, un conoscente cui [Jones] aveva venduto cocaina quella sera.

Jones, nero, venne giudicato e condannato da una giuria interamente composta da membri di razza bianca. Anche Szafranski era bianco.

Secondo i giurati le prove nei confronti di Jones erano decisive: la testimonianza di Hammonds, il ritrovamento dei fucili e la confessione. “La confessione era [una prova] decisiva”, ha detto il giurato Raymond Kitchens. Nove giurati contro tre raccomandarono la condanna a morte e il Giudice condannò Jones alla pena capitale.

L’innocenza non è una questione su cui discutere

Nella prima serie di appelli gli avvocati di Jones misero in discussione la decisione del Giudice di lasciare che la presunta confessione venisse ascoltata dai giurati. Per legge, gli avvocati dovevano attenersi esclusivamente a quanto accaduto al processo, ad esempio le decisioni del Giudice. Non poterono presentare nuove prove e l’appello venne respinto.

Nel corso dei seguenti cinque anni, quando finì una fase di appelli e ne iniziò una successiva, il nuovo team di difensori di Jones – con a capo Robert Link, dell’ufficio pubblico di difesa – fu in grado di presentare le nuove prove scoperte. Ma il compito per far sì che un tribunale riconsiderasse la condanna irrogata era arduo. In base alla legge vigente all’epoca in Florida, era necessario non soltanto mettere in dubbio il verdetto della Giuria, ma anche presentare prove veramente schiaccianti.

[…]

Nel tempo, Link e i suoi investigatori furono in grado di trovare alcune prove che potevano far pensare all’innocenza di Jones e alla colpevolezza di un altro uomo. Link trovò dei testimoni che dissero che lo sparo che uccise Szafranski proveniva dai cespugli vicini al fabbricato dove abitava Jones e non dall’edificio stesso, come detto invece dalla polizia e come riportato sulla confessione. Nessuno di quelle persone venne chiamata a testimoniare al processo dagli avvocati di Jones. “E si sapeva dove fossero [quelle persone]”, ha detto Link “non era difficile trovarle, perché erano elencate nei rapporti della polizia”.

Link iniziò anche a “costruire” un caso contro Glenn Schofield, l’uomo a cui Jones disse di aver venduto cocaina a casa sua quella sera. Schofield ha detto recentemente al Tribune di non aver niente a che fare con l’omicidio.

La fedina penale di Schofield, adesso 43enne, riporta una lunga serie di reati che l’hanno tenuto in carcere per quasi tutti gli ultimi 26 anni della sua vita. Nel 1974, all’età di 17 anni, si dichiarò colpevole di omicidio colposo e restò in carcere 5 anni, fino al 1979. L’anno dopo venne accusato di omicidio, ma le accuse vennero poi ritirate.

Nove giorni dopo l’uccisione di Szafranski, in base a quanto riportato negli archivi della polizia, Schoefiled sparò ad un agente di polizia in seguito ad una rapina in banca. Evase poi due volte di prigione, si dichiarò colpevole di possesso di armi da fuoco e venne rilasciato sulla parola nel 1989. Nuovamente condannato per lo stesso reato, è stato rilasciato all’inizio di quest’anno.

In un rapporto di polizia si legge che Schofield inizialmente venne menzionato nella lista dei sospetti per l’omicidio Szafranski, insieme a Jones e Hammonds, ma evidentemente il suo nome venne cancellato dopo l’accusa nei confronti di Jones.

Anthony Hickson, detective in pensione compagno di Eason per un certo periodo, ha detto al Tribune che uno dei suoi informatori gli aveva riferito che era stato Schofield, e non Jones, ad uccidere Szafranski. Hickson ha detto anche di aver dato questa informazione ad un investigatore o un avvocato che si occupava della difesa di Jones dopo il processo, senza però fornire il nome dell’informatore.

Link iniziò così a mettere insieme dei documenti che provavano che Schofield aveva detto ad altri di aver ucciso Szafranski e che era stato visto sul luogo del delitto poco dopo l’omicidio.

Paul Allen Marr disse agli avvocati di Jones di aver conosciuto Schofield verso la metà degli anni ’80, quando entrambi stavano scontando una pena nello stesso carcere. Marr, condannato per aggressione a sfondo sessuale, disse che Schofield gli aveva confidato che l’assassino di Szafranski era lui, e non Jones.

Marr, che è stato rilasciato sulla parola all’inizio di quest’anno e lavora attualmente in un’impresa di costruzioni,  ha detto al Tribune: “Più ascoltavo e più lui parlava. E mi disse che era stato lui ad uccidere l’agente di polizia. …. Disse di avercela con tutti gli sbirri”.

Marion Manning, la ragazza di Schofield, disse che [Schofield] si trovava sul luogo del delitto. In una dichiarazione giurata disse che pochi minuti dopo gli spari Schofield le fece cenno di fermarsi, saltò di corsa sull’auto e le disse di andar via.

Link usò le nuove prove per sostenere la sua tesi in merito all’inadeguata assistenza legale che Jones ebbe al processo. Infatti, l’avvocato di allora, H. Randolph Fallin, non aveva trovato i testimoni trovati invece da Link. Ma non era un argomento facile da presentare. Fallin, avvocato con una buona reputazione, disse al processo di aver cercato delle prove recandosi sul luogo dell’omicidio e cercando testimoni con l’aiuto della famiglia Jones.

[…]

L’appello venne respinto dal Giudice Soud e a Jones non venne concesso un nuovo processo. Nel 1988, anche la Corte Suprema della Florida decise di non riaprire [il caso] per insufficienza di prove.

Trovati altri testimoni

Lo Stato non ha mai avuto dubbi in merito all’equità del processo di Jones, in merito al fatto che egli fosse colpevole e che Schoefield non c’entrasse niente con l’omicidio.

Curtis French, assistente del Procuratore Generale che si è occupato di diversi casi capitali, ha detto che non si parlò mai delle presunte confessioni di Schoefield o [si pensò che] fossero parole senza senso. “La nostra posizione in merito alla scoperta di nuove prove era semplicemente questa: Jones non ne aveva, o quelle che aveva non erano attendibili”, ha detto French.

Nel 1991 gli avvocati di Jones ritornarono in tribunale con altre prove a favore di Jones. Questa volta presentarono anche la dichiarazione di un’altra amica di Schofield la quale disse che poco dopo l’omicidio [Schofield] le disse di dire alla polizia che erano insieme al momento dell’uccisione di Szafranski. La ragazza disse anche che diversi anni dopo l’omicidio [Schofield] si vantò di aver ucciso Szafranski.

Inoltre, un’amica di Jones dichiarò che la sera dell’omicidio [ella] si trovava nell’edificio e vide Schofield salire le scale con un fucile. Disse di avergli chiesto perché stava correndo e che lui rispose: “quelli mi stanno dietro”.

Altri due testimoni dichiararono che mentre stavano camminando vicino all’edificio, sentirono uno sparo e poi videro Schoefield lasciare di corsa l’edificio con un fucile in mano.

Gli avvocati presentarono anche la dichiarazione giurata di 3 detenuti che affermavano che Schofield si era vantato di essere stato lui, e non Jones, ad uccidere Szafranski.

Infine, venne presentata una nuova dichiarazione giurata di Hammonds, nella quale egli ritrattava la precedente testimonianza e sosteneva di non aver mai visto Jones con un fucile.

Visto che l’esecuzione di Jones doveva aver luogo nel giro di qualche settimana, Soud fissò un’udienza per la domenica pomeriggio. Il caso venne nuovamente respinto.

Nel lungo documento dove motivava la sua decisione, Soud scrisse che le prove presentate dagli avvocati di Jones non erano convincenti. “Era un caso di colpevolezza convincente”, ha dichiarato Soud in una intervista.

[Soud] disse anche che le presunte dichiarazioni fatte da Schofield ad altri detenuti erano “meno che affidabili”, in quanto non c’erano prove che fossero state realmente fatte, che si trattava comunque di “sentito dire” e che il fatto che queste dichiarazioni non fossero state fatte subito dopo l’omicidio, contribuiva a renderle poco credibili.

E’ vero che le dichiarazioni rilasciate dai detenuti sono spesso poco credibili, perché solitamente i detenuti ricevono qualcosa in cambio [dall’Accusa] per rilasciare una testimonianza. Ma nel caso di Jones i detenuti che rilasciarono le dichiarazioni non avevano nulla da guadagnare. La Difesa, infatti, non poteva offrire loro nulla in cambio, né uno sconto di pena né il trasferimento in un altro penitenziario, cioè ciò che solitamente viene offerto dal P.M. ai detenuti per indurli a testimoniare.

Soud citò la presunta confessione di Jones come documento chiave del caso costruito dall’Accusa e disse che tale confessione non si conciliava con la dichiarazione di innocenza di Jones.

Quando il caso venne presentato alla Corte Suprema della Florida, gli avvocati di Jones ebbero una magra consolazione. La Corte riconobbe che gli standard di riferimento per le “nuove prove” erano troppo alti e quindi “praticamente impossibili da soddisfare”.  […] La Corte disse anche che da quel momento in poi le prove dovevano essere talmente forti da rendere certo un verdetto di non colpevolezza ad un nuovo processo.

Con riferimento al caso in questione, la Corte disse che alcune delle prove presentate non erano nuove. Infatti, alcune persone sarebbe stato possibile localizzarle e farle testimoniare al processo, mentre altre (tipo Paul Marr) avevano già rilasciato una dichiarazione in un appello precedente, quindi non potevano essere considerate come “nuove prove”.

L’appello di Jones venne così privato di quasi tutte le prove a suo favore e in questo modo, secondo la Corte, non raggiungeva nemmeno lo standard più basso di riferimento.

Gli avvocati e gli investigatori di Jones, nel corso degli anni, hanno presentato le prove scoperte un po’ alla volta, anziché in una sola volta, cosa che invece avrebbe potuto avere un impatto più forte sulla Corte di Appello. “E’ incredibilmente frustrante”, ha detto Martin McClain, uno degli avvocati di Jones. “Pensavamo di essere quasi riusciti a risolvere il caso. Pensavamo di agire nel modo corretto”.

Nell’appello successivo gli avvocati offrirono la testimonianza di altre 3 persone che dicevano di aver visto Schofield sul luogo del delitto. Una di queste disse anche di averlo visto sparare dai cespugli vicino all’appartamento di Jones. Venne offerta anche la testimonianza di altri 4 detenuti ai quali Schofield aveva confessato. Ma la Corte Suprema della Florida disse che queste prove, presentate dagli avvocati allo scopo di rafforzare quanto detto in precedenza, erano ridondanti e per niente convincenti. Secondo la Corte, Schofield probabilmente voleva “solo farsi bello”.

Le prove tendono a mettere in luce il pestaggio

Gli avvocati che Jones ebbe in appello riuscirono ad avere le prime vere prove contro gli agenti di polizia che avevano sempre negato di aver picchiato Jones.

Un agente in pensione, Cleveland Smith, si fece avanti e disse che l’ufficiale Lynwood Mundy si era vantato di aver picchiato Jones dopo il suo arresto. Smith disse di aver visto una volta Mundy mentre strizzava con forza i genitali di un sospetto per farlo confessare. Smith disse che Mundy raccontò, imperturbabile, come aveva picchiato Jones. “Ogni volta che chiedevi a Lynwood come aveva picchiato Jones, ti raccontava tutta la storia”, ha detto Smith recentemente al Tribune, “devo aver sentito la stessa storia 10 o 12 volte”.

Smith, che ha servito come agente di polizia per 24 anni prima di andare in pensione nel 1997, ha detto di aver aspettato così tanto a farsi avanti per assicurarsi la pensione. Ha detto che temeva rappresaglie da parte della polizia di Jacksonville, se avesse parlato prima.

Il Pubblico Ministero non contestò la credibilità di Smith

In una intervista recente, Hugh Eason, che era a capo delle indagini, ha detto che dovette separare Mundy da Jones di fronte all’appartamento di Jones. “[Mundy] lo picchiò senza ferirlo, ma lo picchiò forte”, ha detto Eason. Mundy, in una recente intervista a casa sua, ha negato. “Ho soltanto arrestato quell’uomo. Non ho fatto del male a nessuno. Ho fatto soltanto il mio lavoro”.

Quando Mundy lasciò il Dipartimento nel 1985 diversi sospetti pesavano su di lui. Nel 1982, circa un anno dopo il processo di Jones, nel corso di un’indagine interna due agenti testimoniarono che Mundy aveva portato delle accuse ingiuste nei confronti di alcuni sospetti e che a volte in tribunale aveva testimoniato il falso. “L’agente Mundy”, disse uno dei due, “non è altro che un bugiardo”. Quando venne accusato di aver maltrattato un sospetto, nel corso di un’indagine interna nel 1985, Mundy definì l’incidente “motivo di disagio” per il Dipartimento e diede le dimissioni.

Anche Eason fu indagato. Nel marzo del 1987, il P.M. iniziò delle indagini sull’accusa che Eason fosse coinvolto nell’omicidio del proprietario di una rivendita di auto usate. Le prove di cui il P.M. disponeva vennero presentate al Grand Jurì, ma [Eason] non venne incriminato. Dopo che Eason decise di andare in pensione in luglio, l’inchiesta interna venne chiusa. Eason ha detto recentemente che tutte le accuse contro di lui erano false, ma si è rifiutato di discutere i dettagli.

Anche la Pubblica Accusa ebbe dei problemi. Nel 1985, Greene venne messo formalmente in stato di accusa da un Grand Jurì federale in quanto sospettato di essersi accordato con un Giudice di contea affinché intervenisse in una dozzina di casi in cui erano coinvolti degli amici. Greene diede le dimissioni durante le indagini e al processo venne prosciolto.

Corte Suprema divisa

Il 17 marzo del 1998 la Corte Suprema della Florida emise la decisione finale in merito alle dichiarazioni di innocenza di Jones. La maggioranza disse che le prove suggerivano che Schoefield “al massimo” aveva preso parte all’omicidio insieme a Jones, una teoria mai suggerita dall’Accusa. Ma due giudici, Leander Shaw e Harry Anstead, espressero un’opinione del tutto diversa. Anstead elencò persino i nominativi dei testimoni – 20 in totale – che accusavano Schofield o che comunque avevano rilasciato una dichiarazione che supportava la versione di Jones, disse che le prove erano “moltissime” e che la Corte era oltremodo restrittiva in merito a come considerava tali prove.

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Shaw disse che le Corti di Appello dovevano rappresentare “una rete di salvataggio costituzionale” per prevenire l’esecuzione di persone innocenti. “Il caso in questione è il classico esempio di come quella rete deve funzionare”, scrisse Shaw. “Nonostante Jones sia stato processato e condannato nel 1981, molte delle prove non sono venute alla luce che ora, dopo oltre dieci anni, dopo che gli accusatori di Smith e Schofield hanno deciso di farsi avanti. Le prove di cui adesso disponiamo implicano Schofield e fanno sorgere dei dubbi sull’innocenza di Jones”.

Thomas Crapp, assistente consigliere dell’ufficio del Procuratore, ricorda che il Governatore Lawton Chiles ebbe difficoltà con il caso di Jones, in quanto quando si trovò a dover firmare l’ordine di esecuzione, i pareri espressi dai Giudici Shaw e Anstead gli diedero da pensare. “Quando inizi ad esaminare a fondo questi casi, ti accorgi di come le cose cambiano nel tempo”, ha detto Crapp, ora libero professionista.

Jones è stato giustiziato il 24 marzo 1998.

“Ciò che mi chiedo continuamente è se sono stato io a tradire Leo o se è stato il sistema”, ha detto McClain, uno degli avvocati di appello di Jones. “Credo che sia stato il sistema. A loro non piace ammettere di aver fatto un errore”.

Robert Manley, uno dei giurati che in quel periodo viveva in Texas, ha detto di aver sentito alla radio, mentre andava a lavorare, la notizia dell’esecuzione di Jones. Ha detto che quando udì la notizia fermò l’auto sul bordo della strada e cominciò a pensare al suo dovere di giurato. Ricordò di essere certo della colpevolezza di Jones al processo, che le prove l’avevano impressionato, che l’Accusa gli aveva tolto ogni dubbio. Poi cominciò a pensare a come la certezza che aveva fosse stata a poco a poco messa in discussione a mano a mano che veniva a sapere qualcosa di più sul caso nel corso degli anni. “Mi fece male sapere che quella cosa, cui io ero partecipe, era stata portata a termine”, ha detto Manley. “Mi sentii in un modo orribile”.

(The Chicago Tribune -Coalit)
(gen 01)

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