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Nel
luglio del 1998 lo Stato dell’Arkansas ha giustiziato Wilburn
Henderson per l’omicidio della proprietaria di un negozio di
mobili avvenuto durante una rapina, nonostante una Corte
d’Appello Federale avesse precedentemente decretato che ci si
trovava davanti ad un “dubbio importante” in merito alla
colpevolezza di Henderson e di prove significative che il killer
fosse in realtà il marito della vittima.
Nel
luglio 1987 lo Stato della Louisiana ha giustiziato Alvin R. Moore
per stupro ed omicidio, nonostante i suoi avvocati difensori non
avessero condotto alcuna indagine sulle prove fornite
dall’Accusa e nonostante il Presidente della Commissione Statale
di Grazia e Perdono credesse nell’innocenza di Moore.
Nel
giugno scorso lo Stato della Florida ha giustiziato Bennie Demps
per l’uccisione di un prigioniero, nonostante le prove prodotte
dalla Difesa che l’unico testimone oculare non aveva in realtà
mai assistito all’omicidio e nonostante le autorità non
avessero consegnato un rapporto chiave che avrebbe smontato
l’impianto accusatorio.
I
casi di questi tre uomini sono accomunati da un elemento: tutti e
tre sono stati uccisi nonostante i dubbi circa la loro
colpevolezza e in tutti e tre i casi le loro proteste e
dichiarazioni d’innocenza hanno destato scarsissima attenzione
nell’opinione pubblica.
Secondo
un’analisi condotta da Tribune, dal 1976 ad oggi - cioè da
quando è stata reintrodotta la pena capitale - 682 persone sono
state giustiziate negli Stati Uniti d’America e la maggior parte
di queste persone non ha lasciato dietro di sé alcun dubbio in
merito alla propria colpevolezza, avendo confessato il crimine o
essendoci prove schiaccianti. Ma alcuni casi mettono in
discussione la premessa che il sistema di giustizia penale è
talmente sicuro che nessuna persona innocente corre il rischio di
essere uccisa.
Sempre
in base allo studio di cui sopra, almeno 120 persone si sono
recate alla camera della morte proclamando la propria innocenza.
In molti di questi casi, la colpevolezza era evidente. In altri,
invece, restano preoccupanti interrogativi circa l’innocenza
[dei condannati]. Alcune decisioni della giuria sono dipese dal
tipo di prove ripetutamente usate per condannare persone
innocenti, tipo la testimonianza di prigionieri/informatori,
quella di testimoni ipnotizzati e risultati di tests forensi
errati. In altri casi gli avvocati difensori si sono dimostrati
del tutto impreparati. Alcune volte non sono venute alla luce, se
non dopo il processo, prove importanti che mettevano in dubbio la
credibilità dei testimoni chiave dell’Accusa o che implicavano
altre persone. In almeno una dozzina di casi, uno o più giudici
hanno votato in appello per fermare l’esecuzione esprimendo la
propria preoccupazione circa il fatto che si stava mandando a
morire un innocente.
Il
test DNA - e quindi la possibilità di stabilire l’innocenza o
la colpevolezza [di un imputato] con precisione scientifica - ha
fatto sì che si procedesse ad un esame critico sul sistema di
giustizia penale. E lo stesso dicasi per il proscioglimento di
circa 90 persone, prima condannate a morte, nel corso degli ultimi
30 anni.
Nonostante
il ritmo delle esecuzioni sia aumentato a causa dei cambiamenti
nelle leggi che hanno ridotto gli appelli, la paura di giustiziare
un imputato innocente è sempre più al centro del dibattito sulla
pena capitale. Ed è stata proprio questa paura a spingere
quest’anno il Governatore dell’Illinois George Ryan a
dichiarare una moratoria sulle esecuzioni nel suo Stato.
Il
Tribune ha rivisto tutti i 682 casi, cercando di isolare i casi in
cui l’imputato è stato condannato sulla base di prove dubbie.
Sono saltati fuori dozzine di casi, 4 dei quali diventati oggetto
di un profondo esame investigativo.
I
3 casi qui menzionati mostrano come una persona possa essere
giustiziata nonostante le prove tendano a mettere in luce un altro
sospetto, come l’impianto accusatorio all’apparenza chiaro
possa essere tutto fuorché tale e come una serie di testimoni
inaffidabili appartenenti al mondo del crimine possa rendere così
difficile far venire alla luce la verità.
E’
probabile che altri detenuti giustiziati disponessero di prove
della loro innocenza ancora più evidenti di quelle di Henderson,
Moore e Demps. Ma questi 3 casi riflettono la maggior parte dei
casi in cui gli imputati protestano la loro innocenza. I media
hanno dedicato loro pochissima attenzione e non si è potuto far
ricorso al test del DNA per determinare in modo conclusivo la
[loro] colpevolezza o innocenza. I misteri in questi casi sono
destinati a durare.
Il
Tribune non ha dimostrato l’innocenza di nessuna di queste 3
persone. Tuttavia, le indagini condotte [dal Tribune] mostrano
come le prove sulle quali si basarono le giurie possano chiarirsi
se oggetto di un esame più approfondito.
Negli
Stati Uniti d’America le autorità fanno poco o nulla per
verificare se persone innocenti sono state giustiziate. In
Inghilterra, dove la pena capitale è stata abolita negli anni
’60, un’agenzia investigativa fondata nel 1996 fa quello che
qui le autorità si rifiutano di fare. La Commissione per
l’Analisi dei Casi Penali cerca fra i vecchi casi per
determinare se sono stati commessi errori giudiziari.
Grazie
al lavoro svolto dalla Commissione, una Corte di Appello inglese
riuscì a provare che un marinaio somalo impiccato nel 1952 era
innocente. E due mesi fa, in un diverso caso, una Corte di Appello
ha ordinato la riesumazione del corpo di un uomo impiccato nel
1962 affinché venga effettuato il test del DNA.
In
Virginia, nel frattempo, le autorità hanno incenerito le prove
del DNA relative al caso di una persona giustiziata e stanno
contrastando gli sforzi per ottenere il test in un altro caso.
“Sono
un uomo innocente”
Criminale
di carriera con problemi di salute mentale, Wilburn Henderson
venne condannato per l’omicidio, avvenuto il 26 novembre 1980,
di Willa Dean O’Neal, proprietaria – insieme al marito Bob -
di un negozio di mobili usati a Fort Smith, Arkansas. Secondo il
rapporto della polizia, la signora O’Neal venne uccisa con
un’arma da fuoco nel corso di una rapina che fruttò 41 dollari.
Il
caso contro Henderson non era certo schiacciante. Nel 1991 la
Corte di Appello dell’Ottavo Circuito di Saint Louis menzionò
altre 5 possibili persone sospette, fra le quali la più sospetta
era il marito della vittima. A Henderson venne concesso un nuovo
processo con la motivazione “le prove esistenti nei confronti di
altri sospetti mettono in dubbio la colpevolezza di Henderson”.
Tuttavia, una seconda giuria lo condannò.
La
polizia disponeva di poche prove che legavano direttamente
Henderson all’omicidio. Al primo processo l’Accusa disse che
un pezzo di carta gialla indicava che Henderson si trovava nel
negozio. Sulla carta, trovata sul pavimento, erano scritti due
numeri di telefono che erano stati dati a Henderson da un agente
immobiliare. Henderson ammise che il biglietto era suo, ma disse
che probabilmente gli era caduto quando egli si trovava in negozio
giorni prima [dell’omicidio].
Ai
Giurati venne detto che, prima dell’omicidio, Henderson aveva
preso una pistola da un negozio di pegni, che poi restituì dopo
l’omicidio. Le perizie balistiche non riuscirono però a
stabilire con certezza se quella pistola fosse stata o meno usata
per l’omicidio.
Ai
Giurati venne detto di una lunga dichiarazione sconnessa fatta da
Henderson alla polizia dopo il suo arresto, nella quale egli
diceva che era stato un altro uomo a commettere l’omicidio e che
lui si trovava nel negozio per caso. Successivamente Henderson
ritrattò, dicendo di aver rilasciato la dichiarazione perché
impaurito che la polizia gli facesse del male. Disse quindi che si
trovava in un'altra parte dello Stato quando la signora O’Neal
venne uccisa, alibi confermato da sua moglie.
La
prima condanna venne messa da parte quando la Corte di Appello
decise che l’avvocato difensore non aveva svolto indagini sugli
altri sospetti, soprattutto sull’indiziato numero uno, cioè Bob
O’Neal.
O’Neal,
in base a quanto riportato nei documenti depositati, era una
persona violenta ed instabile. Nel 1985, cinque anni dopo
l’omicidio di sua moglie, fu ricoverato per circa un anno presso
lo State Hospital dell’Arkansas per il trattamento di
allucinazioni paranoidi. Morì nel 1992 per un attacco di cuore.
O’Neal
aveva il tipo di pistola usata nell’omicidio di sua moglie, cioè
una calibro 22. Dopo l’omicidio egli disse alla polizia che la
pistola gli era stata rubata, quindi quell’arma non venne mai
testata.
Subito
dopo l’omicidio, la figlie di Willa Dean O’Neal, avute da
matrimoni precedenti, dissero alla polizia di avere dei sospetti
su Bob O’Neal. All’intervista rilasciata al Tribune le figlie
hanno detto che Bob O’Neal insultava la loro madre e che lei
aveva intenzione di divorziare. Willa Dean O’Neal aveva anche
promosso un’azione giudiziaria nei confronti di una donna che
aveva una relazione amorosa con suo marito.
“Il
mio primo pensiero è stato che era stato Bob” ha detto la
figliastra Glenda Palmer. “Era un uomo volgare, verbalmente e
mentalmente, un uomo cattivo d’animo”.
In
base a quanto risulta agli atti, il giorno prima dell’omicidio
Bob O’Neal aveva chiesto alla figlia di Willa Dean O’Neal,
Glenda Fleetwood, di lavorare con lui nella demolizione di una
casa anziché al negozio con sua madre. Quel pomeriggio Bob O’Neal
e la signora Fleetwood e suo marito si fermarono al negozio prima
di andare a recuperare del materiale in una casa. Prima di andare,
O’Neal entrò dal retro e rimase dentro per un po’, dopo aver
detto alla figliastra e al marito di restare fuori ad aspettarlo.
Una volta uscito, i tre partirono per il luogo di lavoro. Alcuni
minuti più tardi, O’Neal mandò la figliastra al negozio [della
moglie] a prendere una bibita. Quando ella ritornò dicendo che
era aveva comperato la bibita in un negozio lì vicino e che non
era andata al negozio della madre, O’Neal insistette affinché
ella andasse al negozio della madre a prendere del nastro
isolante. Fu allora che ella scoprì il corpo senza vita della
madre, quindi chiamò la polizia e, insieme ad un ufficiale, andò
ad informare O’Neal che sua moglie era morta.
“Quando
sono arrivata con la polizia, [Bob] ha detto ‘qualcuno l’ha
uccisa, vero?’”, ha detto la signora Fleetwood al Tribune.
Quel
commento preoccupa ancora Ron Fields, l’ex Procuratore che per
due volte si occupò del caso di Henderson.
“La cosa che mi preoccupa”, ha detto Fields “è
questa sua dichiarazione su ciò che era accaduto – cioè, lui
sapeva che lei era già morta. O’Neal non riuscì a fornire
spiegazioni”. Ciononostante, Fields continua a dire di essere
certo che fu Henderson ad uccidere Willa Dean O’Neal.
“Se
la polizia avesse potuto arrestare Bob O’Neal, l’avrebbe
fatto. Tutti volevano che fosse incriminato lui”, ha detto
Fields, chiamando O’Neal un “bruto” e dicendo che non
piaceva a nessuno in città. “Mi sarebbe davvero piaciuto
condannare O’Neal. E avrei potuto farlo senza pensarci troppo.
Ma il problema era che non era stato lui”.
In
base a quanto risulta agli atti, gli altri sospetti dovettero
sottoporsi al test della verità, ma a O’Neal non venne
richiesto.
Al
processo, quando il medico legale testimoniò che riteneva che la
vittima fosse stata uccisa con un colpo alla testa mentre era
seduta in una sedia, Bob O’Neal sussurrò ad una donna seduta
vicino a lui le seguenti parole, così come riportate dalla
stessa: “No, non è andata così, si è buttata giù dalla sedia
per scansare il proiettile”.
Mentre
Henderson si trovava già nel braccio della morte, O’Neal
scrisse una lettera all’Accusa dicendo che [Henderson] era stato
condannato ingiustamente.
Fields
ha detto di aver offerto ad Henderson, prima del secondo processo,
diverse forme di patteggiamento e che, se si fosse dichiarato
colpevole, avrebbe evitato la condanna a morte. Una di queste
offerte avrebbe dato modo a Henderson di chiedere immediatamente
la libertà condizionale. Ma Henderson, che continuava a
proclamare la sua innocenza, “voleva essere processato e
prosciolto”, ha detto il suo avvocato Gerald Coleman,
aggiungendo “non è mai stato indeciso su questo”.
La
Difesa cercò di puntare il dito verso O’Neal al secondo
processo, ma un testimone dell’Accusa dichiarò che O’Neal si
trovava da un’altra parte al momento dell’omicidio. Questo
testimone, Clarence Wilson, viveva poco lontano dal negozio di
mobili, dove si era recato a trovare Willa Dean O’Neal il giorno
dell’omicidio. Egli disse che Bob O’Neal aveva lasciato il
negozio prima che lui arrivasse là e che Willa Dean O’Neal era
ancora viva. Mentre in una precedente dichiarazione davanti ad una
Corte Federale, lo stesso Wilson aveva rilasciato una diversa
testimonianza, dicendo che aveva lasciato il negozio mentre Bob
O’Neal era ancora dentro.
Per
far condannare Henderson l’Accusa si servì nuovamente della
dichiarazione da lui stesso fornita, del pezzo di carta e delle
informazioni circa la pistola. E infatti venne nuovamente
condannato.
Henderson,
56 anni, è stato giustiziato tramite iniezione letale l’8
luglio 1998. “Sono un uomo innocente”, ha detto al Direttore,
“che Dio vi perdoni per ciò che state facendo”.
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Incrinature
in un caso solido
L’8
giugno 1987, poche ore prima della sua esecuzione, il condannato
Alvin R. Moore sedeva tranquillamente nella sua cella nella
prigione di massima sicurezza di Angola (Louisiana) mentre il suo
consigliere spirituale leggeva dalla Bibbia il Libro di Giovanni.
Di
lì a poco sarebbero arrivate le guardie per condurre Moore nella
camera della morte. Il Rev. Roger Stintson, finita la lettura,
chiuse il libro e disse a Moore “questo è il momento di
chiedere perdono”. Ma come accaduto sempre in passato, Moore
scosse il capo e disse “non sono stato io. Non ce l’ho con
nessuno, però non sono stato io. Possono uccidere il mio corpo,
ma non possono uccidere la mia anima”.
Con
le catene ai piedi e le manette, Moore, 27 anni, venne portato
alla sedia elettrica poco dopo mezzanotte. Gli elettrodi vennero
collegati alla sua gamba sinistra e alla testa rasata. Pochi
minuti dopo, Moore venne dichiarato morto.
Secondo
l’ex Procuratore Distrettuale Henry Brown, il caso contro Moore
era solido. La vittima, Jo Ann Wilson, 23 anni, moglie dell’ex
collaboratore di Moore, lo identificò – secondo quanto
riportato dalla polizia – in una dichiarazione prima di morire.
Moore venne arrestato poco dopo l’omicidio, avvenuto nel 1980, e
una goccia di sangue venne trovata sui suoi pantaloni. All’epoca
non era disponibile il test del DNA, ma in base alle analisi fu
possibile stabilire che si tratta di sangue appartenente al gruppo
0, lo stesso della vittima (Moore non aveva sangue del gruppo 0,
il più comune di tutti). I pantaloni non si sa che fine abbiano
fatto, secondo la polizia di Bossier City e le autorità locali.
Uno
stereo e un recipiente in plastica contenente 18 dollari in
pennies, che appartenevano alla vittima, furono ritrovati
nell’automobile di Moore. Due amici di Moore dichiararono che
egli ammise di aver ucciso la donna. Ma le ricerche effettuate dal
Tribune indicano che, nonostante il caso preparato dall’Accusa
sembrasse così sicuro, ci sono alcune cose preoccupanti che al
processo non saltarono fuori.
I
due amici, le cui dichiarazioni fecero sì che Moore venisse
incriminato, ritrattarono in seguito e adesso dicono che era
innocente. Inoltre, un testimone mai contatto dalla polizia ha
detto al Tribune che l’automobile di Moore era parcheggiata
vicino alla casa della vittima verso l’imbrunire, dichiarazione
che corrisponde a quanto detto da Moore e cioè che si trovava a
casa della signora Wilson prima che facesse buio. La chiamata di
aiuto della signora Wilson alla polizia fu fatta alle 21:35, circa
40 minuti dopo l’imbrunire. Inoltre, il Tribune è riuscito ad
ottenere i documenti della polizia mai consegnati prima agli
avvocati di Moore, né al processo né in appello. Uno di questi
documenti riporta la dichiarazione del marito della vittima nella
quale si legge che la donna era ancora viva, a casa, alle 21:00.
Questa dichiarazione è diversa da quella che il marito della
vittima rilasciò al processo e avrebbe potuto essere usata dagli
avvocati della difesa per supportare la dichiarazione di Moore che
insisteva di aver lasciato la casa della vittima prima che ella
venisse pugnalata, cosa che accadde – in base a quanto stabilito
– fra le 21:00 e le 21:30. In base alla Legge vigente
all’epoca in Louisiana, la Pubblica Accusa non aveva l’obbligo
di far avere i documenti della polizia alla Difesa, a meno che
tali documenti non riportassero informazioni utili all’imputato.
La
notte del 9 luglio 1980 a Bossier City, cittadina di 50.000
abitanti nel nord-ovest della Louisiana, era una notte caldissima,
quasi 38°C, la terza di una serie lunga una settimana. La polizia
ricevette una chiamata della signora Wilson: “qualcuno mi ha
pugnalato”. Un ufficiale disse di aver buttato giù la porta e
di aver trovato la signora Wilson morente. In base alla
dichiarazione di questo ufficiale di polizia, la signora spirò
dopo aver identificato Moore. Dopo che la vittima fu portata
all’ospedale, arrivò suo marito Aron, all’epoca
diciannovenne. In una intervista egli disse che la polizia gli
chiese se conosceva qualcuno di nome Alvin e fu lui a dare loro il
nome di Moore.
Moore,
che aveva socializzato con i Wilson, venne arrestato in meno di
quattro ore. Interrogato dalla polizia, disse di aver conosciuto
Jo Ann Wilson tramite suo marito, con il quale aveva lavorato
presso l’ufficio amministrativo dell’ospedale per veterani di
Bossier City e con il quale ogni tanto si recava insieme al
lavoro.
Moore
aveva precedenti penali per illeciti di lieve entità (per essere
venuto alle mani con il proprietario di un negozio nel corso di un
litigio e per aver picchiato un bidello a scuola). Disse alla
polizia che lui e la signora Wilson avevano una relazione amorosa
e che lei gli aveva dato dei soldi prima che lui andasse via.
Disse inoltre che Arthur Stewart e Dennis Sloan erano con lui a
casa della vittima ed entrambi vennero arrestati la mattina
successiva.
In
dichiarazioni registrate che i due rilasciarono alla polizia,
dissero di aver visto Moore avere rapporti sessuali con la donna,
ma non descrissero l’accaduto come uno stupro. Entrambi dissero
di aver preso lo stereo e il contenitore con i pennies mentre
Moore era in camera da letto, di essere poi usciti ed aver atteso
Moore, che uscì 5 minuti dopo. I 3 andarono poi in auto a
Shreveport e durante il tragitto – sempre in base alle loro
dichiarazioni – Moore disse loro di aver pugnalato a morte la
signora Wilson. Nel giro di pochi giorni tutti e 3 vennero messi
in stato d’accusa per omicidio, stupro e furto aggravato. La
Pubblica Accusa disse che avrebbe chiesto la pena capitale.
Il
padre di Moore, Alvin Sr., meccanico, incaricò l’avvocato
difensore Stacey Freeman stabilendo un compenso di 10.000 dollari,
equivalenti al suo stipendio di un anno. Freeman, avvocato
fanfarone morto in un incidente stradale nel 1990, ero noto per
l’utilizzo di espressioni retoriche in tribunale e per gli
accordi che era solito fare fuori dall’aula. Si limitò a
visitare il luogo del delitto, interrogò solo alcuni testimoni
prima del processo e non indagò nel caso così come presentato
dall’Accusa.
Gli
avvocati che in seguito rappresentarono Moore in appello
criticarono Freeman per non aver chiesto perché nessuna traccia
di sangue era stata trovata nella macchina di Moore, visto che a
casa dei Wilson c’era sangue sparso sul pavimento e sulle pareti
sia in camera da letto che nel soggiorno. Freeman non fece mai
esaminare l’automobile di Moore. Gli avvocati pensavano fosse
importante notare che soltanto una goccia di sangue era stata
trovata sui pantaloni di Moore, ma nessuna traccia di sangue era
nell’auto. Randall Fish, l’assistente dell’avvocato Freeman
al processo, disse che sia lui che Freeman erano convinti della
colpevolezza di Moore. “Stacey non fece ciò che doveva essere
fatto in un caso capitale”, ha detto Fish in una intervista
“io ero in imbarazzo all’epoca. Non aveva studiato alcuna
strategia”.
Il
giorno in cui doveva iniziare la selezione della giuria, il
Procuratore Distrettuale Brown annunciò che Stewart e Sloan
avevano deciso di dichiararsi colpevoli di reati minori e di
testimoniare contro Moore. Freeman venne colto di sorpresa. Nei
suoi piani tutti e 3 gli uomini dovevano essere processati
insieme, cosa che avrebbe impedito all’Accusa di utilizzare
contro Moore le dichiarazioni di Stewart e Sloan alla polizia.
Freeman a quel punto chiese una proroga, che il Giudice negò,
quindi egli disse al Giudice: “Vostro Onore, non sono pronto per
il processo. Non sono pronto. Non farò altro che starmene seduto
e lasciar fare”.
Al
processo, sia Sloan che Stewart dissero che Moore aveva detto loro
“ho pugnalato quella cagna 9 volte”. Stewart disse anche che
mentre era fuori ad aspettare udì il grido di una donna
proveniente dalla casa e che Moore uscì con un coltello in mano.
L’ufficiale
della polizia di Dossier City Bill Fields disse che lui e
l’ufficiale Matthew Nycum furono i primi poliziotti ad arrivare
e che trovarono la signora Wilson ansimante, con la voce strozzata
e con tredici ferite sanguinanti.
“Le chiesi chi l’aveva pugnalata”, disse Fields al
processo “ed ella rispose che era stato Elvin. Le chiesi di
ripetere ed ella ripeté Elvin. Glielo chiesi una terza volta e di
nuovo mi disse Elvin. Le chiesi se lo conosceva e mi disse che era
di colore e viveva in fondo alla strada. Lo ripeté due volte”.
Moore,
nero, testimoniò di aver avuto rapporti sessuali consensuali con
la Wilson, bianca, quella sera. Negò di averla uccisa.
La
giuria, composta di membri tutti di razza bianca, emise un
verdetto di colpevolezza in soli 40 minuti. Nella fase di
irrogazione della pena, Freeman non chiamò alcun testimone a
favore di Moore. La sua arringa durò 2 minuti e 15 secondi e non
chiese mai alla giuria di risparmiare la vista del suo cliente.
Freeman disse poi che si sarebbe sentito “stupido” a chiedere
alla giuria di risparmiare la vita di Moore.
Steward
e Sloan, dopo vent’anni in prigione, vivono e lavorano insieme a
Shreveport. Entrambi gli uomini hanno detto al Tribune di aver
testimoniato contro Moore poiché pensavano che la polizia avesse
già abbastanza prove contro di lui e che mentirono per paura di
essere condannati a morte. “Non volevo la condanna a morte”,
ha detto Stewart. “Non era vero il fatto della donna che urlava.
Non era vero nemmeno il fatto di Moore con il coltello in mano.
Non sono orgoglioso di quanto ho fatto. Ma pensavo di dover dire
quello che la polizia voleva [sentir dire] … allora ho inventato
una storia”.
In
una udienza per la clemenza avvenuta nel 1986, Stewart e Sloan
ritrattarono le precedenti dichiarazioni e dissero che la vittima
era viva quando lasciarono la casa con Moore e che Moore non aveva
detto loro di averla uccisa.
“La
vidi sulla porta e mi pareva stesse bene”, ha detto Sloan in una
recente intervista. Mentre Stewart, intervistato dal Tribune, ha
cambiato nuovamente il suo racconto. Ha detto di non aver visto
Moore con il coltello in mano e che non sentì la donna urlare, ma
che la dichiarazione rilasciata all’udienza per clemenza era
falsa in merito al fatto che Moore non disse di aver pugnalato la
donna. “L’ha detto”, ha detto Stewart “ma io non ci ho
creduto. L’ho vista chiudere la porta e non mi pareva ci fosse
qualcosa che non andava”. Stewart ha anche detto che a
quell’udienza avrebbe detto qualsiasi cosa pur di salvare la
vita a Moore. “Ho mentito su alcune cose, ma non credo sia stato
lui”.
Nycum,
ora direttore generale in una concessionaria di automobili, ha
detto che nel 1980, quando accompagnò l’ufficiale Fields alla
casa dei Wilson, era un ufficiale ausiliario. Ha aggiunto di non
aver sentito la signora Wilson fare la dichiarazione che invece
Fields disse di aver sentito. “Diceva cose senza senso e parlava
con un forte accento del sud. Disse qualcosa che a me sembrò ‘elefante’”,
ha detto Nycum. “Non la sentii dire ‘è stato Alvin’ o ‘è
stato Elvin’”. Fields, in una recente intervista, ha
dichiarato “so quello che ho sentito. Non voglio sapere
altro”.
L’ex
Procuratore Distrettuale Brown, ora Giudice di appello, ha detto
che la versione dei fatti fornita da Moore era “ridicola” e
che anche le ritrattazioni di Stewart e Sloan non erano credibili.
Il
discorso dell’orario non fu rilevante al processo di Moore, ma
le analisi dei rapporti della polizia, le trascrizioni del
tribunale, i documenti dei vigili del fuoco e le interviste
suggeriscono che avrebbe potuto esserlo se gli avvocati della
difesa avessero avuto prima la documentazione ottenuta
successivamente dal Tribune.
Non
c’è alcun verbale ufficiale che indichi l’orario in cui Jo
Ann Wilson chiamò la polizia quella notte, ma un centralinista
testimoniò al processo di aver ricevuto la chiamata alle 21:35.
Dopo essere stato arrestato, Stewart disse alla polizia che lui,
Sloan e Moore arrivarono alla casa dei Wilson “verso il
crepuscolo”. Sloan disse che erano “circa le 19:00 o le
20:30”. Mentre al Tribune Stewart ha detto che “era quasi il
tramonto. Non era buio. Si poteva vedere bene. C’era ancora la
luce quando ce ne andammo”.
Robert
Temple, padrone di casa dei Wilson, ha detto al Tribune che la
sera dell’omicidio stava lavorando nella zona e passò in auto
davanti alla casa dei Wilson. “Vidi la macchina di Alvin Moore
davanti alla casa. Era ancora giorno, verso l’imbrunire”, ha
detto Temple.
I
verbali dell’Osservatorio Navale degli Stati Uniti indicano che
quella sera il sole tramontò alle 20:25. Il periodo fra il
momento in cui l’ultimo pezzetto di sole scompare dalla linea
dell’orizzonte e il buio è chiamato “crepuscolo civile” e
termina quando il sole è sei gradi sotto l’orizzonte. Quella
notte il buio iniziò alle 20:53.
I
rapporti dei detectives di Bossier City indicano che Aron Wilson
non era a casa quando la polizia arrivò, ma giunse in auto quando
sua moglie era già stata trasportata all’ospedale. Disse alla
polizia di essere uscito da casa presto quella sera per lavorare
sull’auto di Perry Goodwin, che abitava a circa un miglio dalla
casa. In base ai rapporti, il sig. Wilson disse di essere tornato
a casa verso le 21:00 per prendere un attrezzo e che sua moglie
era viva. Goodwin confermò l’orario e disse che Wilson tornò
dopo una decina di minuti. Tuttavia, al processo Wilson non disse
di essere tornato brevemente a casa alle 21:00. In una intervista
in un ristorante vicino alla sua attuale abitazione a Flint
(Michigan), nel corso della quale gli è stato mostrato il verbale
di polizia, Aron Wilson ha detto “tornai a casa alle 19:30
quella sera. Il rapporto è sbagliato”.
Gli è stato chiesto di chiarire la dichiarazione di
Goodwin ed egli ha risposto che anche Goodwin era in errore.
Dopo
la condanna di Moore il dubbio sulla sua innocenza venne messo da
parte. La Corte Suprema della Louisiana riconfermò la condanna in
appello. Quando gli avvocati Rebecca Hudsmith e Wellborn Jack Jr.
accettarono di rappresentare volontariamente Moore per l’appello
federale nel 1983, focalizzarono il caso sull’inadeguata
assistenza legale anziché mettere in dubbio la sua colpevolezza.
“Sembrava che avessimo buone possibilità di vincere con questa
argomentazione”, ha detto l’avvocato Jack, “e se fossimo
riusciti ad ottenere un nuovo processo, allora avremmo rivolto
l’attenzione alle prove”.
Quella
strategia salvò quasi la vita a Moore. Il Giudice Tom Stagg della
Corte Distrettuale degli USA nel 1984 annullò la condanna a
morte, citando Freeman per il lavoro inadeguato, e ordinò una
nuova udienza. Ma prima che tale udienza potesse aver luogo, la
Corte del 5^ Circuito di New Orleans annullò la precedente
decisione presa dalla Corte inferiore e riconfermò la condanna a
morte.
La
questione delle prove dell’Accusa non saltò fuori fino al
momento di un appello per ottenere la grazia presentato alla
Commissione di Grazia e Perdono, quando Stewart e Sloan
rilasciarono le loro dichiarazioni giurate.
Howard
Marsellus, Presidente della Commissione all’udienza, disse di
credere nell’innocenza di Moore. Marsellus, in seguito
incarcerato per aver intascato una bustarella affinché votasse
per la clemenza in un altro caso, disse che – secondo lui –
Moore non aveva avuto alcuna possibilità. “Ci ritirammo per
deliberare”, ha detto, “e io dissi che il ragazzo era già
morto dal momento in cui i poliziotti arrivarono sul luogo del
delitto. ‘Non ho intenzione di votare per uccidere quel
ragazzo’, dissi”.
A
Moore non venne concessa la grazia, che avrebbe commutato la sua
condanna a morte in ergastolo, per 3 voti a 2.
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Morte
in una prigione della Florida
Bennie
Demps, 49 anni, è stato giustiziato nel giugno scorso per aver
ucciso, nel 1976, un suo compagno di prigionia in un carcere
statale in Florida. Ma basta chiedere all’investigatore
informazioni sul caso in merito a come avvenne l’omicidio e a
chi era coinvolto, e vi dirà di non esserne sicuro. “Quando
viene commesso un omicidio all’interno di una prigione, nessuno
sa mai come sono andate le cose”, ha detto Wiley Clark,
investigatore incaricato dall’ufficio del Procuratore
Distrettuale della Contea di Bradford, “non è possibile farsi
un’idea della verità”.
Come
la maggior parte degli omicidi dietro le sbarre, anche quello di
Alfred Sturgis avvenne in circostanze abbastanza squallide da
rendere difficile trovare compassione e soprattutto scoprire la
verità. Quando Demps venne accusato, sia lui che la vittima e il
testimone chiave, erano tutti in carcere per omicidio. Anni prima
Demps era stato condannato a morte per un duplice omicidio, ma
riuscì a sfuggire al boia quando, nel 1972, la Corte Suprema
degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la pena capitale in
quanto applicata in modo arbitrario. La sentenza di Demps venne
quindi tramutata in ergastolo.
Fino
al giorno della sua morte Demps ha sostenuto che erano state le
guardie del carcere a far ricadere la colpa su di lui per
l’omicidio di Sturgis, poiché non sopportavano l’idea che
l’avesse fatta franca e gli fosse stata commutata la sentenza di
morte in ergastolo.
C’erano
prove che avrebbero potuto aiutare Demps, ma le autorità non le
diedero ai suoi avvocati. Tali prove includevano un rapporto –
venuto alla luce soltanto 20 anni dopo l’omicidio – nel quale
il detenuto morente descriveva i suoi assassini. In quel rapporto
Demps non viene menzionato.
Al
processo la Pubblica Accusa disse che Sturgis fece il nome di
Demps prima di morire, insieme ai nomi di James Jackson e Harry
Mungin. Larry Hathaway, un detenuto condannato a 99 anni per
omicidio, diventò il testimone chiave dell’Accusa e disse di
aver visto Jackson pugnalare Sturgis con un coltello rudimentale,
mentre Demps lo teneva fermo e Mungin faceva il palo.
Clark,
ex ufficiale di polizia, disse di essere restio nel credere a
questa testimonianza ed aveva particolari sospetti su Hathaway,
che nei registri medici del carcere veniva descritta come persona
“estremamente capace di influenzare gli altri” e affetta da
“disturbi della personalità”.
Prima
del processo Hathaway disse ad un avvocato che si occupava di
diritti dei prigionieri di non aver assistito all’omicidio
Sturgis, mentre al processo disse di aver visto tutto. Dopo il
processo tre detenuti dissero che Hathaway non era neanche vicino
al luogo dove Sturgis venne ucciso. Infine, nel 1994 Hathaway
disse ad un investigatore che stava lavorando per conto degli
avvocati di Demps che al processo aveva mentito.
Non
c’era alcuna prova fisica che collegava Demps all’omicidio,
quindi la Pubblica Accusa si basò largamente sulla testimonianza
di Hathaway e di due guardie carcerarie, A.V. Rhoden e Hershel
Wilson. Le guardie testimoniarono che Sturgis fece il nome di
Demps come uno dei suoi aggressori. “Dissi né più né meno
quanto detto da Sturgis”, ha detto Rhoden al Tribune.
I
3 detenuti vennero giudicati colpevoli nel 1978 e l’Accusa
chiese la pena capitale per tutti e tre. La Giuria raccomandò la
pena di morte per Demps e Jackson e l’ergastolo per Mungin.
Nonostante
Demps non fosse il presunto aggressore materiale, il Giudice lo
condannò a morte, citando le sue condanne precedenti per
omicidio, mentre condannò Jackson e Mungin al carcere a vita. Non
è stato possibile intervistare Jackson e Mungin.
Gli
avvocati di Demps non vennero mai in possesso di una lettera
scritta prima del processo da Bill Beardsley, l’ufficiale del
carcere che sovrintendeva alle indagini. La lettera parlava di
Hathaway e di come aveva inventato cose in un altro caso e sarebbe
stata utile agli avvocati di Demps per mettere in dubbio la
credibilità di Hathaway.
Inoltre,
gli avvocati non vennero in possesso del rapporto stilato dal Capo
Ispettore Cecil Swell il giorno dopo la morte di Sturgis e inviato
a Louie Wainwright alla segreteria del Dipartimento di Correzione.
Nel rapporto era scritto che “prima di morire Sturgis nominò
James Jackson (#029667), anch’egli detenuto, come il suo
aggressore”. Non viene fatto il nome di Demps in questo
rapporto, venuto alla luce 20 anni dopo l’omicidio, né quello
di Mungin.
In
una intervista rilasciata al Tribune, Wainwright – andato in
pensione nel 1986 dopo 24 anni di lavoro come segretario – ha
detto che lo scopo del rapporto era quello di metterlo al corrente
– nei dettagli - degli incidenti avvenuti all’interno delle
carceri di Stato. “Avrebbe dovuto essere abbastanza
dettagliato”, ha detto Wainwright “avrebbe dovuto parlare di
tutti e 3 i detenuti”.
Gli
avvocati di Demps in appello sollevarono obiezioni anche in merito
al fatto che Hathaway, in cambio della sua testimonianza,
ricevette benefici (tenuti nascosti) che costituivano per lui un
incentivo a mentire. A sostegno della loro tesi [gli avvocati]
citarono una lettera scritta da Beardsley un anno dopo
l’emissione della condanna a morte nei confronti di Demps. Nella
lettera si chiedeva di “considerare con attenzione la
[possibilità di] rilascio condizionale” per Hathaway,
nonostante egli avesse scontato soltanto 4 anni dei 99 cui era
stato condannato. Beardsley, che descriveva Hathaway come un
informatore ed un testimone critico, chiese nuovamente il rilascio
condizionale di Hathaway nel 1983. Beardsley, ora in pensione, ha
detto che quelle lettere non aveva niente a che fare con la
testimonianza di Hathaway e non erano parte di un accordo.
Anche
le indagini sull’omicidio del detenuto Leroy Colbroth, 7 mesi
dopo l’omicidio Sturgis, portarono alla luce delle informazioni
che avrebbero potuto aiutare Demps. Anche queste informazioni non
vennero date agli avvocati di Demps.
Colbroth,
noto come “99” poiché stava scontando una condanna a 99 anni
per rapina a mano armata, in base ai documenti del carcere gestiva
– all’interno del carcere - un giro di gioco d’azzardo,
strozzinaggio e commercio di droga. Prima che venisse ucciso, gli
investigatori lo identificarono come il principale sospetto in due
aggressioni con coltello avvenute all’interno del carcere, una
delle quali fatale.
Nel
corso delle indagini per l’omicidio Colbroth, diversi detenuti
rilasciarono una testimonianza giurata nella quale dichiararono
che Colbroth era stato ucciso perché aveva ucciso Sturgis. Altri
detenuti in seguito dissero anche di aver visto Colbroth che
pugnalava Sturgis o che Colbroth aveva ammesso di averlo ucciso.
Alcuni di quei detenuti volevano aiutare Demps, ma non lo fecero,
dichiarando sotto giuramento di aver ricevuto, da parte degli
ufficiali del carcere, minacce di violenza nel caso in cui
avessero testimoniato, oppure offerte di benefici, come
trasferimenti o sentenze più corte, nel caso in cui si fossero
rifiutati di farlo.
I
due detenuti accusati di aver ucciso Colbroth vennero prosciolti.
Thomas
Elwell, il P.M. nei 2 casi contro gli aggressori di Demps e
Colbroth, rifiutò di essere intervistato, se non dietro compenso
in denaro. Diventato Giudice a Gainsville, si dimise nel 1992 in
seguito alle indagini in merito alla presunta sostituzione di
targhette con il prezzo in un magazzino Pic’n Save [avrebbe
sostituito le targhette in alcuni capi mettendo targhette con
prezzi inferiori].Non venne mai formalmente accusato. Da quando
lavora come libero professionista, [Elwell] è già stato sospeso
4 volte dall’Albo per aver violato le norme che regolano il
conflitto di interessi e per irregolarità finanziarie.
L’avvocato
Bill Salmon, che si occupò dell’appello di Demps, chiese un
nuovo processo alla Corte Suprema della Florida, ma la richiesta
venne respinta dalla Corte, che sostenne che nonostante forse il
P.M. avrebbe dovuto consegnare [alla Difesa] il rapporto
dell’Ispettore Capo, questo comunque non avrebbe scagionato
Demps. La Corte disse che “Aggressore” avrebbe potuto
riferirsi soltanto a Jackson, poiché identificato come il
detenuto che teneva in mano il coltello.
Il
giorno dell’esecuzione, quando la tenda venne aperta sulla
camera della morte, Demps apparve steso sul lettino con un benda
bianca sul torace e sulle gambe. Era visibilmente arrabbiato e
disse che le guardie gli avevano fatto un taglio profondo in una
gamba per trovare una vena adatta all’iniezione letale. “Si
sono comportati da macellai”, disse Demps ai testimoni,
“questa non è un’esecuzione, questo è un omicidio. Sono un
uomo innocente”.
Gerald
Kogan, il Primo Giudice dalla Corte Suprema della Florida,
riconobbe che il caso era preoccupante, tuttavia non votò a
favore di un nuovo processo per Demps. “Avevo seri dubbi su
Demps”, disse Kogan, ora in pensione. Il caso “continua a
saltar fuori e non c’è niente di nuovo. Ma dopo un po’, non
ci si può far nulla”.
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Innocenza:
blocchi legali ostacolano la presentazione di prove in appello
Quando
Leo Jones venne giustiziato sulla sedia elettrica della Florida
nel marzo del 1998 per aver ucciso a mo’ di cecchino un
ufficiale di polizia, il “caso” che 16 anni prima l’aveva
fatto finire nel braccio della morte era completamente diverso. Il
principale accusatore aveva già ritrattato. Due officiali di
polizia avevano già lasciato, oggetto di sospetti, il
Dipartimento di Polizia e si stava cominciando a dar credito alle
asserzioni che uno dei due avesse picchiato Jones prima della sua
supposta confessione. Oltre una dozzina di persone avevano detto
che l’assassino era un altro uomo, che l’avevano visto con un
fucile in mano mentre scappava dal luogo del delitto, o che
l’avevano sentito dire di aver sparato all’ufficiale. Persino
il Giudice della Corte Suprema della Florida Leander Shaw, ex capo
della Divisione Casi Capitali dell’ufficio del Procuratore
Distrettuale a Jacksonville, scrisse che il caso di Jones era
diventato “un cavallo di un altro colore”. Dopo essere venuto
a conoscenza di nuove prove, Shaw scrisse: “[queste prove] fanno
venire seri dubbi in merito alla colpevolezza di Jones”. Shaw ed
un altro Giudice votarono a favore di un nuovo processo, ma la
maggioranza dei Giudici decise il contrario. Una settimana più
tardi Jones, 47 anni, venne messo a morte.
Nel
sistema penale americano la presunzione di innocenza svanisce una
volta che l’imputato è stato giudicato colpevole e dimostrarne
– con prove - l’innocenza diventa compito della Difesa.
Nonostante ai condannati a morte vengano date diverse opportunità
di appello – e qualcuno riesce a ritornare in libertà – può
diventare enormemente difficile convincere le Corti di Appello ad
accettare nuove prove di innocenza. Le prove a favore di un
imputato hanno più efficacia al processo iniziale anziché in
appello, dove dominano questioni di leggi e procedure, anziché
questioni riguardanti l’innocenza.
Questi
ostacoli esistono anche se alcuni verdetti di colpevolezza vengono
emessi su basi molto deboli. Un’indagine del Tribune sulle
esecuzioni negli Stati Uniti d’America ha portato alla luce
dozzine di casi nei quali la Pubblica Accusa si basò su prove
dubbie o gli avvocati non difesero adeguatamente i propri clienti.
[…]
Sono
passati oltre due anni dall’esecuzione di Jones e dubbi
continuano a persistere sulla sua colpevolezza. Ci si continua a
domandare anche se il sistema di appello nei casi capitali tiene
in debita considerazione le dichiarazioni di innocenza.
Grazie
alle indagini del Tribune sono emerse nuove prove a sostegno della
tesi sempre sostenuta da Jones e cioè che la confessione gli
venne estorta con la forza dalla polizia di Jacksonsville.
In
una intervista rilasciata al Tribune, il capo detective che
all’epoca si occupò del caso ha detto che vide un ufficiale di
pulizia aggredire Jones mentre era in custodia e che fu proprio
lui a staccarglielo di dosso. L’ammissione del detective è in
contraddizione con la testimonianza che egli rilasciò al processo
e in successive udienze.
L’assistente
del P.M. che si occupò del caso, pur dicendosi ancora convinto
della colpevolezza di Jones, ha detto di avere avuto sospetti che
gli ufficiali di polizia, arrabbiati per l’omicidio di un
collega, avessero fisicamente maltrattato Jones. “Per me la
parte più preoccupante del caso è sempre stata la sua
confessione e gli eventi che portarono alla sua confessione”, ha
detto Ralph N. Greene III, ora avvocato libero professionista,
“quella serie di fatti mi ha sempre causato preoccupazioni come
Procuratore Distrettuale”.
Due
ex membri della Giuria [al processo di Jones] hanno detto al
Tribune di avere dubbi circa il verdetto di colpevolezza a suo
tempo emesso, poiché in seguito a ciò di cui sono venuti a
conoscenza in tempi recenti, appare chiaro che al processo non
vennero presentate tutte le prove. “Credo che il verdetto che
raggiungemmo avesse un senso in base a ciò che sapevamo
allora”, ha detto Robert Manley, redattore di testi
pubblicitari, che votò per l’ergastolo. “Ma poi le prove sono
cambiate, e questo ha cambiato il mio modo di vedere le cose”.
Nadine
Appleby, segretaria in pensione che votò per la condanna a morte,
ha detto: “Se fossimo stati a conoscenza prima di alcune delle
cose saltate fuori in seguito, forse il risultato sarebbe stato
diverso”.
Onere
della prova più pesante
Nel
sistema di Giustizia Penale americano le Corti di Appello
solitamente si rimettono alle decisioni prese dai Giudici al
processo originario. Dopo tutto, le Giurie e i Giudici di prima
istanza osservano il comportamento dei testimoni e pertanto si
crede siano i più indicati a giudicarne la credibilità. Le
ritrattazioni (quando i testimoni cambiano la versione dei fatti
fornita precedentemente per una nuova versione della verità)
vengono viste in modo scettico e c’è poca fiducia nei nuovi
testimoni, soprattutto se questi hanno aspettato anni, a volte
decenni, a farsi avanti, anziché fornire immediatamente dopo il
crimine la loro testimonianza. Inoltre, le regole sono state
scritte affinché gli appelli siano conclusivi – in sostanza,
per bilanciare la richiesta di giustizia con una necessità di
efficienza. Le date di scadenza sono in uso per rendere gestibile
il sistema giudiziario e per evitare che gli imputati si appellino
all’infinito, anche se è vero che [i termini di scadenza]
possono ostacolare quegli imputati che presentano delle istanze
legittime, ma fuori tempo.
A
causa di tutte queste circostanze, è molto difficile per un
prigioniero provare di essere stato condannato ingiustamente.
“Si può arrivare a dire che l’innocenza è l’argomento
peggiore da presentare per chi è già nel braccio della morte”,
ha detto Michael Mello, ex avvocato di appello in Florida, che
attualmente insegna legge alla Vermont Law School. “Si nega che
certe cose accadono a persone innocenti”.
Forse
nessuna sentenza incarna questo concetto come quella emessa dalla
Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso di Leonel Torres Herrera,
condannato per l’omicidio, avvenuto nel 1981, di 2 ufficiali di
polizia e giustiziato in Texas nel 1993 tramite iniezione letale.
Gli avvocati di Herrera presentarono appello alla Corte Federale
sostenendo di avere prove circa l’innocenza del loro assistito e
chiedendo che venisse concesso un nuovo processo, poiché
l’esecuzione di una persona innocente è in violazione con
quanto previsto dalla Costituzione in merito alla protezione degli
innocenti e alla “punizione crudele ed insolita”.
Il
Primo Giudice della Corte Suprema William Rehnquist, respingendo
l’appello, disse che il processo rappresenta “l’evento di
somma importanza” di un caso e che la “presunzione di
innocenza” sparisce una volta che un imputato è stato giudicato
colpevole in seguito ad un processo equo.
Il
Giudice Harry Blackmun, dissentendo, scrisse le seguenti pungenti
parole: “Così come è inaccettabile un’esecuzione senza le
dovute protezioni [a difesa del condannato], altrettanto è
inaccettabile l’esecuzione di un prigioniero in grado di provare
la propria innocenza. L’esecuzione di una persona che può
dimostrare di essere innocente è pericolosamente vicina
all’omicidio”.
Così
come i termini massimi di scadenza vengono fatti rispettare, la
necessità che il sistema funzioni in modo efficiente deve
prevedere la possibilità di considerare più la sostanza che la
procedura in certi casi.
Ecco
quanto accaduto a Roger Coleman in Virginia
L’impianto
accusatorio che portò alla condanna di Coleman per stupro ed
omicidio (avvenuto nel 1981) si basò sulla testimonianza di un
prigioniero informatore e di prove scientifiche imprecisate.
Coleman aveva un alibi che, se vero, non gli avrebbe dato il tempo
di commettere l’omicidio.
A
metà degli anni ’80 Coleman perse un’udienza a livello di
Stato e i suoi avvocati mancarono il termine di 30 giorni, di un
solo giorno, per presentare il “preavviso di intendimento di
ricorso in appello”. Successivamente, quando si presentarono
alla Corte Federale sostenendo che Coleman meritava un nuovo
processo poiché lo Stato rifiutò di consegnare delle prove e la
Pubblica Accusa presentò falsa testimonianza, l’istanza venne
respinta. Anche la Corte Suprema degli USA, con 6 voti a 3,
respinse l’istanza, perché non era stato rispettato il termine
dei 30 giorni. Nonostante il caso fosse forte e gli argomenti a
favore dell’innocenza di Coleman importanti, la Corte rigettò
l’istanza di appello per motivi procedurali. “Questo è un
caso di Federalismo”, disse la maggioranza [dei Giudici]
nell’opinione scritta dal Giudice Sandra Day O’Connor. “La
Corte”, scrisse, “è tenuta a rispettare le regole stabilite
dagli Stati”. Dopo meno di un anno, nel 1992, Coleman – che
continuava a proclamare la sua innocenza – venne giustiziato.
In
almeno sei casi, uno o più Giudici in appello hanno votato per
fermare un’esecuzione per i dubbi sulla colpevolezza del
condannato. La maggior parte di queste obiezioni sono state
espresse come pareri di minoranza. All’inizio di quest’anno,
alla vigilia dell’esecuzione di Freddie Lee Wright, due Giudici
della Corte Suprema dell’Alabama espressero opinioni fortemente
discordanti dalla decisione presa dalla Corte che dava il via
all’esecuzione di Wright sulla sedia elettrica.
Wright,
nero condannato per l’omicidio di una coppia bianca, ebbe 2
processi. Al primo, per un solo voto non riebbe la libertà, in
seguito ad una situazione di stallo creatasi nella Giuria, che votò
11 a 1 per il proscioglimento. Al secondo, la Pubblica Accusa fece
in modo che i neri venissero esclusi dalla Giuria e una Giuria di
soli bianchi condannò nuovamente Wright.
Il
Giudice Douglas Johnstone della Corte Suprema dell’Alabama votò
per fermare l’esecuzione, dicendo che la Pubblica Accusa non
aveva divulgato prove cruciali che avrebbero censurato le
deposizioni di due testimoni chiave. La Pubblica Accusa, inoltre,
non aveva informato gli avvocati di Wright del fatto che
inizialmente era stato messo in stato di accusa un altro uomo -
anche se le accuse nei confronti di quest’uomo vennero poi
lasciate cadere, nonostante l’identificazione di un testimone
oculare, nonostante un rapporto balistico nel quale si riferiva
che l’arma dell’uomo era uguale a quella usata nell’omicidio
e nonostante una dichiarazione incriminante emessa dalla sua
ragazza.
Il
3 marzo in un appello dell’ultimo minuto prima dell’esecuzione
di Wright, i suoi avvocati chiesero la sospensione
dell’esecuzione argomentando sulla crudeltà della sedia
elettrica. In risposta, Johnstone scrisse: “Che Wright sia
giustiziato tramite iniezione letale o sedia elettrica mi sembra
irrilevante rispetto alla probabilità che stiamo mandando a
morire un uomo innocente”.
La
morte di un ufficiale di polizia
Il
mattino presto del 23 maggio 1981, Leo Jones e suo cugino Bobby
Hammonds si trovavano a Jacksonville nel loro appartamento
all’incrocio fra la sesta e Davis Street, appena un isolato dal
costante frastuono dell’autostrada 95.
Jones,
trafficante di droga, aveva alle spalle diversi arresti e alcune
condanne, inclusa una per aver sparato ad un adolescente quando
aveva 15 anni. “Tutti sapevano che Jones vendeva droga”, ha
detto un investigatore che lavorava per gli avvocati che seguirono
il suo caso in appello, “vendeva droga, questo era ciò che
faceva”.
All’una
e dieci echeggiarono due spari. Uno dei proiettili, sparato da un
fucile 30-30, bucò il parabrezza dell’auto di un poliziotto
ventottenne fermo all’incrocio, Thomas Szafranski, e lo uccise.
Nel giro di pochi minuti la polizia iniziò a perquisire lo
stabile dove abitava Jones e - dopo aver fatto irruzione in un
appartamento al secondo piano – trovò Jones e Hammond. Entrambi
gli uomini furono portati alla stazione di polizia per
l’interrogatorio, poi Jones venne accusato di omicidio, in
quanto – secondo gli agenti – “aveva confessato”. Hammonds
dichiarò di aver visto Jones lasciare l’appartamento con un
fucile e [di averlo visto] rientrare dopo che erano stati sparati
i colpi, che lui disse di aver udito.
Prima
del processo gli avvocati di Jones cercarono di non far
considerare come prova la confessione di Jones, in quanto
sostenevano fosse stata estorta con la forza, poiché Jones
dichiarò di essere stato picchiato dagli agenti, i quali –
sempre in base alla sua dichiarazione – gli puntarono anche
un’arma alla tempia. Disse di credere di non avere altra scelta.
E’ comunque un fatto che Jones fu portato in ospedale per ferite
di non grave entità. Un avvocato dell’ufficio pubblico dei
difensori che vide Jones poco dopo il suo arresto all’udienza
per la cauzione, disse che [Jones] aveva tagli e contusioni sul
viso e sul collo.
Nel
corso di un’udienza prima del processo in merito alla validità
della sua confessione, Hammonds disse che la dichiarazione da lui
rilasciata in precedenza non corrispondeva a verità e che era
stato costretto dagli agenti, dietro minaccia, ad accusare Jones.
Gli
agenti di polizia dichiararono che Jones e Hammonds si ferirono
durante l’arresto, poiché facevano resistenza. Negarono
qualsiasi atto di violenza o
mezzi di coercizione. Il detective Hugh Eason ha detto al Tribune
di aver semplicemente “parlato con Jones fino a che Jones non ha
deciso di confessare”.
Successivamente
gli avvocati di Jones contestarono anche il fatto che la
confessione, scritta da Eason e firmata da Jones, era sospetta a
causa della descrizione vaga dell’arma (pistola o fucile). Eason
testimoniò che fu Jones a dire cosa scrivere.
Il
Giudice A.C. Soud respinse l’istanza e la confessione venne
ammessa come prova. Al processo, Hammonds cambiò nuovamente la
sua versione dei fatti e testimoniò contro Jones, che – dal
canto suo – proclamò la propria innocenza e disse di trovarsi a
letto quando furono sparati i colpi di arma da fuoco.
Per
quanto concerne il movente, il P.M. Greene disse che Jones odiava
la polizia e voleva vendicarsi uccidendo Szafranski. Jones era
stato fermato una settimana prima dell’omicidio e, secondo
quanto detto dall’agente che l’aveva fermato, Jones aveva
minacciato di uccidere un agente. Tuttavia, nel suo rapporto non
era menzionata alcuna minaccia e Jones negò di averlo mai
minacciato.
Nell’appartamento
di Jones vennero trovati due fucili 30-30. Nonostante le prove
balistiche non fossero decisive, uno dei fucili venne considerata
l’arma dell’omicidio.
Le
impronte di Jones vennero rinvenute su uno dei fucili. Jones disse
che l’arma apparteneva a Glenn Schoefield, un conoscente cui [Jones]
aveva venduto cocaina quella sera.
Jones,
nero, venne giudicato e condannato da una giuria interamente
composta da membri di razza bianca. Anche Szafranski era bianco.
Secondo
i giurati le prove nei confronti di Jones erano decisive: la
testimonianza di Hammonds, il ritrovamento dei fucili e la
confessione. “La confessione era [una prova] decisiva”, ha
detto il giurato Raymond Kitchens. Nove giurati contro tre
raccomandarono la condanna a morte e il Giudice condannò Jones
alla pena capitale.
L’innocenza
non è una questione su cui discutere
Nella
prima serie di appelli gli avvocati di Jones misero in discussione
la decisione del Giudice di lasciare che la presunta confessione
venisse ascoltata dai giurati. Per legge, gli avvocati dovevano
attenersi esclusivamente a quanto accaduto al processo, ad esempio
le decisioni del Giudice. Non poterono presentare nuove prove e
l’appello venne respinto.
Nel
corso dei seguenti cinque anni, quando finì una fase di appelli e
ne iniziò una successiva, il nuovo team di difensori di Jones –
con a capo Robert Link, dell’ufficio pubblico di difesa – fu
in grado di presentare le nuove prove scoperte. Ma il compito per
far sì che un tribunale riconsiderasse la condanna irrogata era
arduo. In base alla legge vigente all’epoca in Florida, era
necessario non soltanto mettere in dubbio il verdetto della
Giuria, ma anche presentare prove veramente schiaccianti.
[…]
Nel
tempo, Link e i suoi investigatori furono in grado di trovare
alcune prove che potevano far pensare all’innocenza di Jones e
alla colpevolezza di un altro uomo. Link trovò dei testimoni che
dissero che lo sparo che uccise Szafranski proveniva dai cespugli
vicini al fabbricato dove abitava Jones e non dall’edificio
stesso, come detto invece dalla polizia e come riportato sulla
confessione. Nessuno di quelle persone venne chiamata a
testimoniare al processo dagli avvocati di Jones. “E si sapeva
dove fossero [quelle persone]”, ha detto Link “non era
difficile trovarle, perché erano elencate nei rapporti della
polizia”.
Link
iniziò anche a “costruire” un caso contro Glenn Schofield,
l’uomo a cui Jones disse di aver venduto cocaina a casa sua
quella sera. Schofield ha detto recentemente al Tribune di non
aver niente a che fare con l’omicidio.
La
fedina penale di Schofield, adesso 43enne, riporta una lunga serie
di reati che l’hanno tenuto in carcere per quasi tutti gli
ultimi 26 anni della sua vita. Nel 1974, all’età di 17 anni, si
dichiarò colpevole di omicidio colposo e restò in carcere 5
anni, fino al 1979. L’anno dopo venne accusato di omicidio, ma
le accuse vennero poi ritirate.
Nove
giorni dopo l’uccisione di Szafranski, in base a quanto
riportato negli archivi della polizia, Schoefiled sparò ad un
agente di polizia in seguito ad una rapina in banca. Evase poi due
volte di prigione, si dichiarò colpevole di possesso di armi da
fuoco e venne rilasciato sulla parola nel 1989. Nuovamente
condannato per lo stesso reato, è stato rilasciato all’inizio
di quest’anno.
In
un rapporto di polizia si legge che Schofield inizialmente venne
menzionato nella lista dei sospetti per l’omicidio Szafranski,
insieme a Jones e Hammonds, ma evidentemente il suo nome venne
cancellato dopo l’accusa nei confronti di Jones.
Anthony
Hickson, detective in pensione compagno di Eason per un certo
periodo, ha detto al Tribune che uno dei suoi informatori gli
aveva riferito che era stato Schofield, e non Jones, ad uccidere
Szafranski. Hickson ha detto anche di aver dato questa
informazione ad un investigatore o un avvocato che si occupava
della difesa di Jones dopo il processo, senza però fornire il
nome dell’informatore.
Link
iniziò così a mettere insieme dei documenti che provavano che
Schofield aveva detto ad altri di aver ucciso Szafranski e che era
stato visto sul luogo del delitto poco dopo l’omicidio.
Paul
Allen Marr disse agli avvocati di Jones di aver conosciuto
Schofield verso la metà degli anni ’80, quando entrambi stavano
scontando una pena nello stesso carcere. Marr, condannato per
aggressione a sfondo sessuale, disse che Schofield gli aveva
confidato che l’assassino di Szafranski era lui, e non Jones.
Marr,
che è stato rilasciato sulla parola all’inizio di quest’anno
e lavora attualmente in un’impresa di costruzioni,
ha detto al Tribune: “Più ascoltavo e più lui parlava.
E mi disse che era stato lui ad uccidere l’agente di polizia.
…. Disse di avercela con tutti gli sbirri”.
Marion
Manning, la ragazza di Schofield, disse che [Schofield] si trovava
sul luogo del delitto. In una dichiarazione giurata disse che
pochi minuti dopo gli spari Schofield le fece cenno di fermarsi,
saltò di corsa sull’auto e le disse di andar via.
Link
usò le nuove prove per sostenere la sua tesi in merito
all’inadeguata assistenza legale che Jones ebbe al processo.
Infatti, l’avvocato di allora, H. Randolph Fallin, non aveva
trovato i testimoni trovati invece da Link. Ma non era un
argomento facile da presentare. Fallin, avvocato con una buona
reputazione, disse al processo di aver cercato delle prove
recandosi sul luogo dell’omicidio e cercando testimoni con
l’aiuto della famiglia Jones.
[…]
L’appello
venne respinto dal Giudice Soud e a Jones non venne concesso un
nuovo processo. Nel 1988, anche la Corte Suprema della Florida
decise di non riaprire [il caso] per insufficienza di prove.
Trovati
altri testimoni
Lo
Stato non ha mai avuto dubbi in merito all’equità del processo
di Jones, in merito al fatto che egli fosse colpevole e che
Schoefield non c’entrasse niente con l’omicidio.
Curtis
French, assistente del Procuratore Generale che si è occupato di
diversi casi capitali, ha detto che non si parlò mai delle
presunte confessioni di Schoefield o [si pensò che] fossero
parole senza senso. “La nostra posizione in merito alla scoperta
di nuove prove era semplicemente questa: Jones non ne aveva, o
quelle che aveva non erano attendibili”, ha detto French.
Nel
1991 gli avvocati di Jones ritornarono in tribunale con altre
prove a favore di Jones. Questa volta presentarono anche la
dichiarazione di un’altra amica di Schofield la quale disse che
poco dopo l’omicidio [Schofield] le disse di dire alla polizia
che erano insieme al momento dell’uccisione di Szafranski. La
ragazza disse anche che diversi anni dopo l’omicidio [Schofield]
si vantò di aver ucciso Szafranski.
Inoltre,
un’amica di Jones dichiarò che la sera dell’omicidio [ella]
si trovava nell’edificio e vide Schofield salire le scale con un
fucile. Disse di avergli chiesto perché stava correndo e che lui
rispose: “quelli mi stanno dietro”.
Altri
due testimoni dichiararono che mentre stavano camminando vicino
all’edificio, sentirono uno sparo e poi videro Schoefield
lasciare di corsa l’edificio con un fucile in mano.
Gli
avvocati presentarono anche la dichiarazione giurata di 3 detenuti
che affermavano che Schofield si era vantato di essere stato lui,
e non Jones, ad uccidere Szafranski.
Infine,
venne presentata una nuova dichiarazione giurata di Hammonds,
nella quale egli ritrattava la precedente testimonianza e
sosteneva di non aver mai visto Jones con un fucile.
Visto
che l’esecuzione di Jones doveva aver luogo nel giro di qualche
settimana, Soud fissò un’udienza per la domenica pomeriggio. Il
caso venne nuovamente respinto.
Nel
lungo documento dove motivava la sua decisione, Soud scrisse che
le prove presentate dagli avvocati di Jones non erano convincenti.
“Era un caso di colpevolezza convincente”, ha dichiarato Soud
in una intervista.
[Soud]
disse anche che le presunte dichiarazioni fatte da Schofield ad
altri detenuti erano “meno che affidabili”, in quanto non
c’erano prove che fossero state realmente fatte, che si trattava
comunque di “sentito dire” e che il fatto che queste
dichiarazioni non fossero state fatte subito dopo l’omicidio,
contribuiva a renderle poco credibili.
E’
vero che le dichiarazioni rilasciate dai detenuti sono spesso poco
credibili, perché solitamente i detenuti ricevono qualcosa in
cambio [dall’Accusa] per rilasciare una testimonianza. Ma nel
caso di Jones i detenuti che rilasciarono le dichiarazioni non
avevano nulla da guadagnare. La Difesa, infatti, non poteva
offrire loro nulla in cambio, né uno sconto di pena né il
trasferimento in un altro penitenziario, cioè ciò che
solitamente viene offerto dal P.M. ai detenuti per indurli a
testimoniare.
Soud
citò la presunta confessione di Jones come documento chiave del
caso costruito dall’Accusa e disse che tale confessione non si
conciliava con la dichiarazione di innocenza di Jones.
Quando
il caso venne presentato alla Corte Suprema della Florida, gli
avvocati di Jones ebbero una magra consolazione. La Corte
riconobbe che gli standard di riferimento per le “nuove prove”
erano troppo alti e quindi “praticamente impossibili da
soddisfare”. […]
La Corte disse anche che da quel momento in poi le prove dovevano
essere talmente forti da rendere certo un verdetto di non
colpevolezza ad un nuovo processo.
Con
riferimento al caso in questione, la Corte disse che alcune delle
prove presentate non erano nuove. Infatti, alcune persone sarebbe
stato possibile localizzarle e farle testimoniare al processo,
mentre altre (tipo Paul Marr) avevano già rilasciato una
dichiarazione in un appello precedente, quindi non potevano essere
considerate come “nuove prove”.
L’appello
di Jones venne così privato di quasi tutte le prove a suo favore
e in questo modo, secondo la Corte, non raggiungeva nemmeno lo
standard più basso di riferimento.
Gli
avvocati e gli investigatori di Jones, nel corso degli anni, hanno
presentato le prove scoperte un po’ alla volta, anziché in una
sola volta, cosa che invece avrebbe potuto avere un impatto più
forte sulla Corte di Appello. “E’ incredibilmente
frustrante”, ha detto Martin McClain, uno degli avvocati di
Jones. “Pensavamo di essere quasi riusciti a risolvere il caso.
Pensavamo di agire nel modo corretto”.
Nell’appello
successivo gli avvocati offrirono la testimonianza di altre 3
persone che dicevano di aver visto Schofield sul luogo del
delitto. Una di queste disse anche di averlo visto sparare dai
cespugli vicino all’appartamento di Jones. Venne offerta anche
la testimonianza di altri 4 detenuti ai quali Schofield aveva
confessato. Ma la Corte Suprema della Florida disse che queste
prove, presentate dagli avvocati allo scopo di rafforzare quanto
detto in precedenza, erano ridondanti e per niente convincenti.
Secondo la Corte, Schofield probabilmente voleva “solo farsi
bello”.
Le
prove tendono a mettere in luce il pestaggio
Gli
avvocati che Jones ebbe in appello riuscirono ad avere le prime
vere prove contro gli agenti di polizia che avevano sempre negato
di aver picchiato Jones.
Un
agente in pensione, Cleveland Smith, si fece avanti e disse che
l’ufficiale Lynwood Mundy si era vantato di aver picchiato Jones
dopo il suo arresto. Smith disse di aver visto una volta Mundy
mentre strizzava con forza i genitali di un sospetto per farlo
confessare. Smith disse che Mundy raccontò, imperturbabile, come
aveva picchiato Jones. “Ogni volta che chiedevi a Lynwood come
aveva picchiato Jones, ti raccontava tutta la storia”, ha detto
Smith recentemente al Tribune, “devo aver sentito la stessa
storia 10 o 12 volte”.
Smith,
che ha servito come agente di polizia per 24 anni prima di andare
in pensione nel 1997, ha detto di aver aspettato così tanto a
farsi avanti per assicurarsi la pensione. Ha detto che temeva
rappresaglie da parte della polizia di Jacksonville, se avesse
parlato prima.
Il
Pubblico Ministero non contestò la credibilità di Smith
In
una intervista recente, Hugh Eason, che era a capo delle indagini,
ha detto che dovette separare Mundy da Jones di fronte
all’appartamento di Jones. “[Mundy] lo picchiò senza ferirlo,
ma lo picchiò forte”, ha detto Eason. Mundy, in una recente
intervista a casa sua, ha negato. “Ho soltanto arrestato
quell’uomo. Non ho fatto del male a nessuno. Ho fatto soltanto
il mio lavoro”.
Quando
Mundy lasciò il Dipartimento nel 1985 diversi sospetti pesavano
su di lui. Nel 1982, circa un anno dopo il processo di Jones, nel
corso di un’indagine interna due agenti testimoniarono che Mundy
aveva portato delle accuse ingiuste nei confronti di alcuni
sospetti e che a volte in tribunale aveva testimoniato il falso.
“L’agente Mundy”, disse uno dei due, “non è altro che un
bugiardo”. Quando venne accusato di aver maltrattato un
sospetto, nel corso di un’indagine interna nel 1985, Mundy definì
l’incidente “motivo di disagio” per il Dipartimento e diede
le dimissioni.
Anche
Eason fu indagato. Nel marzo del 1987, il P.M. iniziò delle
indagini sull’accusa che Eason fosse coinvolto nell’omicidio
del proprietario di una rivendita di auto usate. Le prove di cui
il P.M. disponeva vennero presentate al Grand Jurì, ma [Eason]
non venne incriminato. Dopo che Eason decise di andare in pensione
in luglio, l’inchiesta interna venne chiusa. Eason ha detto
recentemente che tutte le accuse contro di lui erano false, ma si
è rifiutato di discutere i dettagli.
Anche
la Pubblica Accusa ebbe dei problemi. Nel 1985, Greene venne messo
formalmente in stato di accusa da un Grand Jurì federale in
quanto sospettato di essersi accordato con un Giudice di contea
affinché intervenisse in una dozzina di casi in cui erano
coinvolti degli amici. Greene diede le dimissioni durante le
indagini e al processo venne prosciolto.
Corte
Suprema divisa
Il
17 marzo del 1998 la Corte Suprema della Florida emise la
decisione finale in merito alle dichiarazioni di innocenza di
Jones. La maggioranza disse che le prove suggerivano che
Schoefield “al massimo” aveva preso parte all’omicidio
insieme a Jones, una teoria mai suggerita dall’Accusa. Ma due
giudici, Leander Shaw e Harry Anstead, espressero un’opinione
del tutto diversa. Anstead elencò persino i nominativi dei
testimoni – 20 in totale – che accusavano Schofield o che
comunque avevano rilasciato una dichiarazione che supportava la
versione di Jones, disse che le prove erano “moltissime” e che
la Corte era oltremodo restrittiva in merito a come considerava
tali prove.
[…]
Shaw
disse che le Corti di Appello dovevano rappresentare “una rete
di salvataggio costituzionale” per prevenire l’esecuzione di
persone innocenti. “Il caso in questione è il classico esempio
di come quella rete deve funzionare”, scrisse Shaw.
“Nonostante Jones sia stato processato e condannato nel 1981,
molte delle prove non sono venute alla luce che ora, dopo oltre
dieci anni, dopo che gli accusatori di Smith e Schofield hanno
deciso di farsi avanti. Le prove di cui adesso disponiamo
implicano Schofield e fanno sorgere dei dubbi sull’innocenza di
Jones”.
Thomas
Crapp, assistente consigliere dell’ufficio del Procuratore,
ricorda che il Governatore Lawton Chiles ebbe difficoltà con il
caso di Jones, in quanto quando si trovò a dover firmare
l’ordine di esecuzione, i pareri espressi dai Giudici Shaw e
Anstead gli diedero da pensare. “Quando inizi ad esaminare a
fondo questi casi, ti accorgi di come le cose cambiano nel
tempo”, ha detto Crapp, ora libero professionista.
Jones
è stato giustiziato il 24 marzo 1998.
“Ciò
che mi chiedo continuamente è se sono stato io a tradire Leo o se
è stato il sistema”, ha detto McClain, uno degli avvocati di
appello di Jones. “Credo che sia stato il sistema. A loro non
piace ammettere di aver fatto un errore”.
Robert
Manley, uno dei giurati che in quel periodo viveva in Texas, ha
detto di aver sentito alla radio, mentre andava a lavorare, la
notizia dell’esecuzione di Jones. Ha detto che quando udì la
notizia fermò l’auto sul bordo della strada e cominciò a
pensare al suo dovere di giurato. Ricordò di essere certo della
colpevolezza di Jones al processo, che le prove l’avevano
impressionato, che l’Accusa gli aveva tolto ogni dubbio. Poi
cominciò a pensare a come la certezza che aveva fosse stata a
poco a poco messa in discussione a mano a mano che veniva a sapere
qualcosa di più sul caso nel corso degli anni. “Mi fece male
sapere che quella cosa, cui io ero partecipe, era stata portata a
termine”, ha detto Manley. “Mi sentii in un modo orribile”.
(The
Chicago Tribune -Coalit)
(gen 01)
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