VATICANO
Ambivalenza, le 3 religioni, Evangelium Vitae 97 - 95: dalla parte di Caino 

Dicembre 2002

Governo: papato
Costituzione: 1 marzo 1968
Sistema Legislativo: monocamerale, Commissione Pontificia
Sistema Giudiziario: strettamente collegato a quello italiano

Trattati internazionali sui diritti umani e la pena di morte 
· Convenzione sui Diritti del Fanciullo 

SITUAZIONE

Il Vaticano ha applicato la pena di morte nel XIX secolo con delle impiccagioni sotto il papato di Pio IX. La pena di morte è stata abolita nel 1967 e nel 2001 è stata cancellata anche dalla Legge fondamentale, equivalente della Costituzione.
---

L'ambivalenza del cattolicesimo

JOHN MANNION

Come pastore fedele alla mia chiesa, mi trovo a combattere con evidenti incoerenze nella sua posizione sulla questione. La nostra storia è motivo di turbamento.
Prima di Costantino vi sono abbondanti prove di pacifismo, ma l'elezione di Damaso I (366) segnò un svolta profonda sulla questione dell'uccisione. Costui assunse una banda che uccise 137 seguaci del rivale Ursino.
Nel 385/396 cristiani uccisero altri cristiani nel nome dell'ortodossia dottrinale (l'esecuzione di Priscilliano d'Avila) e Leone I (440-461) approvò la cosa. Quando i crociati catturarono Gerusalemme, bruciarono la sinagoga con i giudei imprigionati dentro.

La crociata di papa Innocenzo III (119-1216) contro gli albigesi, capeggiata dal generale cistercense Arnoldo Almarico, uccise fra i 7.000 e i 20.000 uomini, donne e bambini nella città di Béziers.
Simone di Montfort continuò la guerra e mantenne il papa perfettamente informato su tutti gli sviluppi. In una lettera al Montfort, il papa lodò e ringraziò Dio "per ciò che ha misericordiosamente compiuto attraverso dite e questi altri il cui zelo per la fede ortodossa ha infiammato a quest'opera contro i Suoi più perniciosi nemici".
Dall'azione alla giustificazione non c'è che un passo, e in una professione di fede imposta a presunti eretici troviamo la prima giustificazione ufficiale dell'uccisione: "Il potere secolare può, senza peccato mortale, eseguire sentenze capitali, a condizione che punisca con giustizia, non per odio, con prudenza, non con precipitazione" (1210).

Gregorio IX scrisse (1227): "È dovere di ogni cattolico perseguire gli eretici", e a tal fine istituì l'Inquisizione papale (1232). La tortura fu approvata da Innocenzo IV (1252) nella bolla Ad extirpanda.
Gli eretici potevano essere bruciati sul rogo, coloro che si pentivano dovevano essere incarcerati a vita. Scrivendo su questo sfondo, Tommaso d'Aquino divenne una delle giustificazioni modello della pena di morte.

Nella Summa Theologiae egli scrive: "Sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia: infatti un uomo cattivo, come insiste a dire il Filosofo, è peggiore e più nocivo dì una bestia" (II-II, q. 64, a.. 2 [trad. it., La somma teologica, vol. 17, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1984, 170]).
"I chierici sono incaricati del ministero della nuova legge, in cui non vengono prescritte pene di morte o di mutilazioni corporali" (II-II, q. 64, a. 4 [trad. it. cit., 174]).
Per comprendere questo insegnamento, totalmente estraneo al carattere di un uomo di così profonda spiritualità, si deve ricordare che egli aveva otto anni quando fu istituita l'Inquisizione papale e ventisette quando fu approvata la tortura; pertanto gli sarebbe stato assolutamente impossibile, come maestro e scrittore, mettere in questione la moralità della pena di morte.
Citano a difesa dell'uso di quest'ultima significa non cogliere fino a che punto la sua situazione storica ne limitasse la libertà.

È interessante che neppure i protestanti trovassero nulla di riprovevole nella pena di morte. L'inquisizione spagnola uccise circa 3.000 eretici, ma sotto la legge inglese furono uccise circa 20.000 streghe. Il totale delle streghe uccise, da parte cattolica e protestante, è stato valutato fra le 200.000 e le 500.000.
La pena di morte è stata rimossa dagli statuti vaticani soltanto nel 1969.
Ha fatto scalpore la rivendicazione del "diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere [...] la pena di morte" da parte del Catechismo del 1992.
Il cardinale Ratzinger dichiarò (1997) che in una successiva revisione la pena di morte sarebbe stata esclusa "in ogni caso e senza eccezioni", ma ciò non è avvenuto.
La nuova edizione cita l'insegnamento tradizionale e afferma che "i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti".
L'implicazione è che uccidere non è, da parte dello stato, sbagliato in sé. Il professor Rocchio ha sostenuto che la posizione del Catechismo è "sofisticata, sottile e globale".
E certamente lo è.

Da una parte, conviene con il Tribunale europeo per i diritti umani sul fatto che "la pena capitale non è più coerente con i principi locali di giustizia", ma allo stesso tempo sottintende che la chiesa non ha mutato la sua posizione sul diritto intrinseco dello stato di uccidere.
Rocchio immagina certe società primitive il cui solo mezzo per difendere se stesse consiste nell'uccidere il criminale. Ma questo argomento è fondamentalmente viziato. Molte società primitive mutilano i criminali. Ciò impedisce all'assassino di uccidere di nuovo, è una pratica barbara, ma la maggior parte delle persone converrebbe che è meno grave dell'uccidere la persona interessata. Comunque, il Vaticano II ha condannato la mutilazione.

Esiste il problema aggiuntivo della tortura.
Negli Stati Uniti, l'impiccagione, l'iniezione letale, l'elettro-esecuzione e la camera a gas sono tutte legali. In un'opinione mordacemente dissenziente sulla questione della crudeltà e della pena di morte, il primo giudice Brennan ha inserito una descrizione grafica dell'elettro-esecuzione.
Egli ha scritto, citando dai documenti: "La forza della corrente elettrica è così potente che i bulbi oculari del recluso talvolta schizzano sulle guance; spesso defeca, orina e vomita sangue e bava [...] talvolta prende fuoco".
Nel 1990, quando la Florida ha ucciso Jesse Tapero, dalla sua testa sono sprizzate fiamme.
Racconti dell'odore della carne che brucia, di un uomo liberatosi nella camera a gas nel corso dell'esecuzione, dimostrano tutti che la pena di morte non è soltanto tortura, ma la sua inevitabilità è, per l'individuo che la attende, un incubo ricorrente, una tortura mentale e psicologica continua, un fatto rilevato dal Tribunale europeo per i diritti umani.

Il Vaticano II condanna come cose "vergognose" che "guastano la civiltà umana [...] e ledono grandemente l'onore del Creatore" "tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente", ecc. Sicuramente l'ultima espressione si riferisce alla tortura.
Così il Vaticano ll condanna punizioni meno gravi dell'uccisione che il Catechismo sostiene.
Lo stesso Catechismo insegna inoltre che la masturbazione (n. 2352) e la fornicazione (n. 2353) sono gravemente peccaminosi, che ogni controllo artificiale della riproduzione da parte di una coppia sposata è intrinsecamente cattivo (n. 2370), e tuttavia l'uccisione deliberata di un criminale da parte dello stato non lo è.
Fare questo confronto significa affrontare la questione della coerenza e della credibilità nell'insegnamento della chiesa.

Conclusione
I tradizionali assunti benevoli della chiesa riguardo allo stato, cui è concesso il diritto di uccidere i propri cittadini, appaiono arcaici e irrilevanti alla luce di ciò che è stato qui documentato, cioè della combinazione mortale di povertà, razzismo, armi e suscettibilità di un sistema giudiziario elettivo a pressioni politiche ed economiche di destra in una società orientata alla punizione, che producono come risultato una perdita di rispetto per la dignità umana, cosicché l'incarcerazione e l'uccisione sono visti come la panacea di tutti i mali della società. Questa combinazione letale ha indotto i vescovi del Texas (1997) a dire: "I vescovi cattolici degli Stati Uniti ne hanno ripetutamente condannato l'uso [della, pena di morte] come violazione della sacralità della vita umana. [...] Siamo profondamente preoccupati che lo Stato del Texas stia usurpando il dominio sovrano di Dio sulla vita umana adoperando la pena capitale per crimini efferati".
Prevedibilmente, la loro condanna è stata accolta con apatia e indifferenza, anche da molti cattolici.

(John Mannion nato in Irlanda nel 1934. Per cinque anni ha lavorato in Inghilterra come operaio prima di entrare in seminario.
Ordinato nel 1966, nel 1971 si è diplomato all'universilà di Leicester, per poi insegnare nelle scuole secondarie fino al 1984. Dal 1985 al 1987 ha lavorato in Nicaragua per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove è attualmente parroco in un'area suburbana dell'arcidiocesi di San Antonio, Texas - Indirizzo: 5667 Old Pearsall Road, San Antonio, Texas 78242-2335, USA).

(traduzione dall'inglese di Giorgio Volpe)

---
Cosa ne pensano le tre religioni principali?

(Di Sefora Biglino dal sito: inclasse.it)

Cosa dice il Cristianesimo? Fin dalle origini il Cristianesimo ha presentato alcune ambiguità circa la pena di morte: sostanzialmente esclusa nei tetsi di Matteo, Luca e Giovanni, risulta invece ammissibile nell’epistola di Paolo ai Romani; ambigui anche i testi degli apologisti e dei padri della Chiesa: se Tertulliano e Lattanzio sono contrari alla pena capitale, Agostino invece la ammette in alcune circostanze.Oggi invece la Chiesa cattolica ha una posizione e ben precisa: combattere la pena di morte, sempre e comunque.In Vaticano le ultime esecuzioni risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, e precisamente al pontificato di Pio IX . 

Cosa dice l’Ebraismo?Nelle comunità religiose ebraiche, quelle derivate dalla diaspora, le varie etnie hanno un loro rabbino capo che gode di autonomia rispetto al rabbino di Gerusalemme, che detiene l’autorità maggiore e sono le loro sentenze ad essere punto di riferimento per la comunità.
Per gli Ebrei ortodossi ancora oggi vale la legge mosaica della "vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede", codificata nei 617 precetti del Deuteronomio e del Levitico, secondo la quale la pena di morte è un legittimo strumento di punizione.Le colpe punite con la pena capitale sono l'omocidio, l'adulterio, l'incesto, i rapporti omosessuali, la maledizione dei genitori, la bestemmia, l'idolatria, la violazione del sabato, il divorzio (in questo caso solo la donna viene punita). I metodi per eseguire la condanna a morte sono la lapidazione, il rogo, la sospensione al legno, il colpo di spada, lo strangolamento e la somministrazione di gocce di piombo incandescente in gola.Oggi tuttavia la pena di morte risulta in gran parte inapplicabile perché in contrasto con le leggi civili dei Paesi in cui le comunità ebraiche si trovano.La religione ebraica non rifiuta quindi la pena di morte, la cui validità e utilità sono valutate unicamente dalla coscienza del singolo ebreo.

Cosa dice l’Islam? La pena di morte nel diritto islamico e le sue applicazioni hanno conosciuto lunghe e contraddittorie vicende a causa soprattutto della sovrapposizione di società religiosa e società politica.Punto di riferimento basilare è il Corano, che sintetizza l'azione religiosa e sociale del profeta Maometto. Questo testo prevede la legge del taglione per gli uccisi e la pena di morte per le adultere e per gli eretici.Ancora oggi negli Stati islamici si segue come base per le leggi la Shâri'a, legge molto dura che prevede la pena di morte in innumerevoli casi e che viene generalmente applicata con rigore.

---
1997
L'edizione definitiva del Catechismo della Chiesa Cattolica, uscita nel Settembre 1997, stabilisce che, sebbene la pena di morte possa essere teoricamente permessa, per esempio quando sia "l'unica via possibile per difendere le vite umane contro l'ingiusta aggressione", in effetti questa possibilità è "praticamente inesistente" ai nostri giorni, considerate le possibilità che i governi hanno di combattere la criminalità. Il prefetto della Congregazione del Vaticano per la dottina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger , ha detto che nella società moderna sarebbe "praticamente impossibile" adempiere ai criteri del Catechismo per una sentenza di morte. 
Il linguaggio del nuovo Catechismo riflette il punto di vista del Papa Giovanni Paolo II, espresso nella sua enciclica del 1995, Il Vangelo della vita. Il Santo Padre si è appellato alla clemenza in numerosi casi di condanne alla pena di morte negli Stati Uniti d'America. Il Cardinale Fiorenzo Angelini del Vaticano ha definito la pena di morte "barbarica" e ha detto che "è un'inaccettabile contraddizione" per gli oppositori dell'aborto quella di ammettere la pena capitale. 
---
1995
"EVANGELIUM VITAE": UN VANGELO DEL VIVERE
E' stata pubblicata in Vaticano l'undicesima enciclica di Giovanni Paolo II in cui condanna i mali morali del ventesimo secolo."Un'epoca di attacchi massicci contro la vita in tutte le sue forme - spiega - Un secolo che privilegia la cultura della morte".
Il Papa definisce in 150 pagine il suo "Vangelo della vita " in cui riafferma la sacralita' e inviolabilita' della vita umana condannando l'aborto, l'eutanasia e la pena di morte.
"La vita, scrive Wojtyla, trova il suo senso nell'amore donato e ricevuto. In questo amore anche la morte diventa evento di salvezza".


DALLA PARTE DI CAINO
Il Catechismo Universale e la pena di morte
Si è fatto un gran discutere, in ambienti pacifisti e non-violenti, come ad es. Amnesty International, circa le motivazioni che possono aver indotto la chiesa cattolica ad accettare -come risulta dal paragrafo 2266 del recente Catechismo Universale (CCC)- la pena di morte, seppure "in casi di estrema gravità".
Le motivazioni (ideologiche s'intende) sono -a nostro parere- di natura sia religiosa che politica.
Vediamo le prime. Al paragrafo 2259 dicono gli autori del CCC: "La Scrittura, nel racconto dell'uccisione di Abele da parte del fratello Caino, rivela, fin dagli inizi della storia umana, la presenza nell'uomo della collera e della cupidigia, conseguenze del peccato originale". (Il riferimento al cosiddetto "peccato originale", ogniqualvolta si deve cercare di spiegare la causa di taluni malesseri sociali, è praticamente una costante nella teologia cattolica.)

Al paragrafo successivo gli autori ricordano che "l'alleanza [veterotestamentaria] di Dio e dell'umanità è intessuta di richiami al dono divino della vita umana e alla violenza omicida dell'uomo"(2260). Dei due "richiami", quello che più preme sottolineare agli autori non è il primo -come sarebbe naturale per una istituzione (la chiesa) che predica la legge dell'amore-, bensì il secondo. E di questo l'aspetto da essi considerato più significativo non è tanto il puro e semplice "divieto di non uccidere", quanto piuttosto il divieto di uccidere "l'innocente e il giusto"(2261): peccato, questo, "gravemente contrario alla dignità dell'essere umano".
Ora, proviamo a chiederci: per quale ragione la chiesa cattolica ritiene che "l'uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell'essere umano"(2261)? Cioè, per quale ragione essa non si limita ad affermare che l'essere umano in quanto tale, santo o peccatore che sia, non meriterebbe mai di morire in modo violento?

La chiesa romana -qui autorevolmente rappresentata da un Catechismo "universale" -non è in grado di trarre le logiche conseguenze dalla sua teoria del peccato originale, perché finirebbe in un groviglio inestricabile di contraddizioni. A noi invece interessa mettere in luce il seguente, inevitabile, sillogismo: se la natura umana è intrinsecamente malvagia, allora anche Abele era "colpevole", ma se egli era "colpevole", il delitto di Caino, in sé pur grave, va ricompreso sulla base di ogni possibile attenuante, onde ostacolarne la reiterazione. (Qui naturalmente non è il caso di verificare ciò che Caino e Abele simbolicamente rappresentavano nel racconto del Genesi. Dobbiamo limitarci a delle considerazioni astratte).
Quel che è certo è che nel racconto biblico la "dignità dell'essere umano" dipendeva da altro rispetto alla legge, poiché Caino fu punito prima che venisse formulato il divieto del quinto comandamento. Non solo, ma egli venne "marchiato" proprio per impedire che qualcuno commettesse un secondo delitto, cioè che usasse vendetta contro di lui (se a quel tempo avessero dato per scontata l'intrinseca malvagità umana, alla prima manifestazione di questa non ci sarebbe stata altra soluzione che l'esecuzione capitale).

Sicché si può tranquillamente affermare, con A. Schenker p.es., che ai tempi di Caino era la dignità dell'uomo ad essere considerata intrinseca all'uomo stesso. Il peccato originale, cioè la violazione delle modalità del comunismo primitivo, se comportò la nascita dell'individualismo, non determinò affatto l'impossibilità di opporvisi. Ancora non esistevano né l'idea dell'espiazione né il principio della retribuzione come base del sistema della pena. Il divieto di uccidere Caino sta appunto a testimoniare che, nonostante l'emergere dell'individualismo, i princìpi democratici del collettivismo non erano stati dimenticati.
Viceversa, il divieto mosaico fa la sua comparsa in un contesto dove, evidentemente, per rispettare la persona non era più sufficiente rifarsi alle tradizioni orali, ma occorreva una legge scritta: segno, questo, che il distacco dai princìpi del comunismo primitivo era diventato progressivo, forse irreversibile. Di qui l'esigenza d'imporre al colpevole una pena proporzionata e di risarcire la vittima del danno subìto. La giustizia, sempre meno possibile sul piano sociale, doveva almeno apparire su quello giuridico, cioè su quello formale della legge.
* * *
Ora, prima di rispondere adeguatamente alla domanda che sopra ci siamo posti, dobbiamo continuare a ripercorrere l'analisi del CCC, che si sposta dall'A.T. al Nuovo, esaminando la figura-chiave di Gesù Cristo.
Per gli autori del CCC, Cristo non sarebbe che un "nuovo Abele" che porge l'altra guancia, ama i propri nemici, non si difende da chi lo accusa ingiustamente ecc. (2262). Dopo aver dedicato tre paragrafi (2259-61) al V.T., il CCC ne dedica uno solo al Nuovo. Perché? Semplicemente perché si vuole far apparire il Cristo come un "perfezionatore" del divieto mosaico. Pur di dimostrare che l'uomo è intrinsecamente malvagio, Cristo -secondo il CCC- avrebbe non solo vietato l'ira, l'odio e la vendetta, oltre che naturalmente l'omicidio, ma si sarebbe anche offerto volontariamente come "agnello sacrificale" per i peccati degli uomini. Egli dunque, in un certo senso, sarebbe stato vittima della sua stessa "legge dell'amore assoluto", che gli impediva di trasformarsi in "giustiziere dei malvagi".

Come si può notare, questa interpretazione della vita di Cristo è assolutamente fantastica. La chiesa romana non ha qui saputo cogliere la fondamentale differenza dalla legge mosaica che i vangeli rappresentano, per i quali il "divieto di uccidere" è una contraddizione in termini finché non si pongono le basi sociali che tolgano al delitto le sue motivazioni di fondo.
In effetti, se nel mentre si pone il divieto non ci si preoccupa di creare una società veramente democratica, quel divieto, alla lunga, non sortirà alcun effetto; e, viceversa, se si ha quella preoccupazione, il divieto è altrettanto inutile, poiché non sarà in virtù di esso che i cittadini si comporteranno in maniera non-violenta.
A parte questo, la chiesa romana non ha mai neppure capito il motivo per cui il Cristo si lasciò giustiziare senza reagire. Lungi dal pensare che il potere dominante avrebbe più facilmente rinunciato al proprio arbitrio, vedendo un innocente salire tranquillamente sul patibolo, il Cristo deve invece aver atteso (invano purtroppo) che la propria liberazione fosse il frutto di una convinzione largamente popolare, solo in virtù della quale si sarebbe sia potuto vincere il dominio romano che costruire una nuova società civile. Imporre il proprio progetto democratico con colpi di stato, atti terroristici e cose simili non avrebbe certo significato realizzare un'alternativa alla logica del potere dominante (romano o ebraico che fosse).

Ora finalmente possiamo rispondere alla suddetta domanda, se il lettore non l'ha già fatto per contro proprio. La chiesa è favorevole alla pena di morte sostanzialmente per questa ragione di tipo "etico-religioso": essendo la natura dell'uomo intrinsecamente malvagia, la società ha il diritto, nei confronti di chi cerca di contenere tale malvagità in una condotta il più possibile irreprensibile e, nonostante questo, viene ucciso, di considerare la sua morte un delitto assolutamente imperdonabile.
In altre parole, è intollerabile per la chiesa veder uccidere un "innocente", colui cioè che, meglio di altri, combatte contro gli effetti deleteri del peccato originale (ma anche colui che, essendo ancora troppo giovane d'età, non ha potuto sperimentare su di sé gli effetti o le tentazioni di quella colpa). "L'omicida e coloro che volontariamente cooperano all'uccisione commettono un peccato che grida vendetta al cielo", specie nei casi di "infanticidio, fratricidio, parricidio e uccisione del coniuge"(2268). (Si deve però andare al paragrafo 1867 per accorgersi che fra i "peccati che gridano al cielo" non vi è solo l'omicidio di Abele o la licenziosità dei Sodomiti, ma anche "il lamento del popolo oppresso in Egitto; il lamento del forestiero, della vedova e dell'orfano"; infine, "l'ingiustizia verso il salariato").
* * *
Ma la cosa più singolare di tutta questa esegesi del CCC circa il divieto mosaico e la morte di Gesù, è che nella seconda parte del capitolo (quella dedicata alla "legittima difesa") -e qui veniamo alla motivazione più propriamente politica- la chiesa romana, servendosi delle sentenze dell'Aquinate, arriva a formulare cose del tutto antievangeliche, che peggiorano persino la durezza della legge mosaica, la quale prevedeva la pena di morte per i trasgressori di alcuni comandamenti.
Sulla base della motivazione vista sopra, la chiesa non ha espresso un parere chiaramente favorevole alla pena di morte. Essa, infatti, si rende conto che, in quanto istituzione "religiosa", dev'essere sempre pronta al perdono.

Tuttavia, la trattazione religiosa dell'argomento è stata condotta con abile maestria, evitando di esprimere "giudizi di valore" categorici, sia per mostrare che il divieto mosaico "ha una validità universale: obbliga tutti e ciascuno, sempre e dappertutto"(2261), per cui la sua trasgressione non può che comportare gravissime conseguenze; sia per suscitare nel lettore un senso di forte riprovazione nei confronti del fatto che, nonostante la palese innocenza di Gesù, vi furono ugualmente delle persone disposte a crocifiggerlo. Come restare indifferenti al cospetto di un'ingiustizia così grande? Il fatto che Cristo non abbia voluto difendersi, non implica che nessuno debba farlo. Ciò che sul piano etico-religioso può apparire inaccettabile, può non esserlo sul piano gius-politico.

Infatti, "l'amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. E' quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita", "poiché -come dice Tommaso d'Aquino- un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui"(2264).
Curiosa questa citazione dell'illustre Dottore della chiesa. Egli ha senza dubbio ragione quando afferma che "se nel difendere la propria vita uno usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito". Ma che dire del fatto che la legittima difesa venga invocata per tutelare un diritto esclusivamente soggettivo? Da una chiesa che pretende di fare dell'ideale "divino" la sua raison d'être, sinceramente ci si aspettava qualcosa di più sublime.
In effetti, se la legittima difesa è il modo migliore per garantire un proprio diritto, cosa dover pensare di quanti, nella storia, vi hanno rinunciato per poter meglio affermare un "bene comune", cioè un valore, un ideale, un "diritto", se si vuole, o comunque una causa non puramente soggettiva? Cosa pensare di coloro che, liberamente e consapevolmente, non perché desiderosi di morire martiri à tout prix, hanno preferito l'idea del sacrificio personale a quella della legittima difesa? Erano pazzi, ingenui, illusi o che altro? Il valore etico (umano, ontologico) di una scelta esistenziale, può essere misurato in termini meramente giuridici?
* * *
Quando poi ci si addentra sul piano più propriamente politico-istituzionale, i limiti della chiesa cattolica si evidenziano in tutta la loro crudezza. Se già avevamo messo in dubbio il valore assoluto della legittima difesa (che va comunque salvaguardata) in nome dell'interesse soggettivo, ora ci pare ancor più fuorviante l'affermazione secondo cui la legittima difesa va considerata anche come un dovere da parte di chi "è responsabile della vita altrui"(2265).
Come spesso succede le parole che si usano non hanno mai un senso univoco, inequivocabile, ma sono sempre soggette a fraintendimenti, anche quando si cerca di essere il più possibile aderenti alla realtà, il più possibile "scientifici": cioè esiste sempre la possibilità di dare alle parole un senso opposto a quello voluto, anche contro la propria volontà, o comunque esiste sempre la possibilità che qualcuno non ci capisca o non ci voglia capire. E così qui: chi metterebbe in dubbio che le autorità costituite hanno il dovere di usare lo strumento della legittima difesa per tutelare l'incolumità (non solo fisica) dei propri cittadini? Ma se noi dicessimo: le autorità costituite, nell'adempiere al dovere di difendere i cittadini, hanno il diritto di sostituirsi alla loro volontà, non susciteremmo forse delle perplessità?

La frase incriminata dalle associazioni pacifiste è stata la seguente: "la chiesa ha riconosciuto fondato [sottinteso: "da sempre"] il diritto e il dovere della legittima [o semplicemente "costituita"?] autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte"(2266).
Si noti il sofisma dell'espressione "pene proporzionate": forse il popolo può impedire, nella concezione politica della Chiesa, che lo Stato usi pene sproporzionate? E come lo potrebbe, visto e considerato che per la chiesa lo Stato è soggetto non alla "volontà popolare" ma solo alle "leggi"(1903), che devono essere conformi a "un ordine prestabilito da Dio"(1901)? Se la "volontà popolare" fosse il principio fondamentale dello "Stato di diritto", la pena di morte potrebbe forse essere considerata una "pena proporzionata" a un qualche particolare delitto? Sarebbe forse giusto dare per scontato che, ad un certo punto, bisogna assolutamente negare al colpevole qualunque possibilità di pentimento, ritenendolo unico vero responsabile del suo crimine? E' forse questo l'insegnamento del Cristo nell'episodio della "donna adultera"(Gv. 8,1ss.)?

Il fatto è che -secondo gli autori del CCC- la società (e quindi la chiesa) deve comunque difendersi da chi la minaccia con l'uso della forza. Su questo il CCC è molto esplicito: "i detentori dell'autorità [qui considerati "sacri e inviolabili"] hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile..."(2266).
La chiesa non vuole prospettare neanche sul piano ipotetico l'idea che gli aggressori si comportino così proprio perché si appellano al principio della "legittima difesa", e che i veri aggressori possano in realtà essere le stesse autorità costituite. "La pena ha lo scopo di difendere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone"(2266) - sentenzia il CCC. Non ha quindi senso chiedersi se tale difesa sia "sempre" lecita o se non sia meglio mettere in discussione il valore del cosiddetto "ordine pubblico".

Thomas More, martire della libertà di coscienza, santificato dalla chiesa romana nel 1935, disse nella sua Utopia: gli Stati fondati sulla proprietà privata e il denaro "allevano dei ladri per poi punirli con la morte". F. Engels, tre secoli dopo, dirà la stessa cosa in La situazione della classe operaia in Inghilterra: "se la società toglie a migliaia di individui il necessario per l'esistenza...; se mediante la forza della legge li costringe a rimanere in tali condizioni finché non sopraggiunga la morte... questo è assassinio... contro il quale nessuno può difendersi... perché non si vede l'assassino, perché questo assassino sono tutti e nessuno, perché la morte della vittima appare come una morte naturale, e perché esso non è tanto un peccato di opera, quanto un peccato di omissione".
Naturalmente gli esegeti più ipocriti sostengono che la chiesa si limita a "riconoscere" agli Stati l'uso estremo della pena di morte, senza farsi sua diretta sostenitrice. Ciò in realtà è falso, sia perché la chiesa ha abolito, de jure, in Vaticano tale forma di condanna solo nel 1969, sia perché la necessità di tale pena si evince -come si è visto- dai suoi stessi argomenti di tipo religioso, sia perché, infine, il Vaticano assai raramente si è pronunciato contro gli Stati che comminano sentenze capitali (opposizioni alla pena di morte è possibile riscontrarle in chiese locali o nazionali, come ad es. nella commissione per la vita della Conferenza episcopale cattolica degli USA).
* * *
In realtà, a queste conclusioni, assai poco democratiche, si perviene quando il problema della responsabilità penale viene affrontato in termini puramente idealistici o giuridici, senza tener conto di alcun riferimento storico o sociale concreto.
"La pena -dice il CCC- ha valore di espiazione"(2266), in quanto il "colpevole" è solo "colpevole". Il riferimento qui va soprattutto al caso dell'omicidio volontario, per il quale non esistono attenuanti. Solo quando il si parla di quello involontario (come se, sul piano etico, si possa fare una distinzione così precisa!), gli autori del CCC fanno un'annotazione complementare usando i "caratteri piccoli": "Tollerare -viene detto-, da parte della società umana, condizioni di miseria che portano alla morte senza che ci si sforzi di porvi rimedio, è una scandalosa ingiustizia e una colpa grave"(2269). La chiesa qui intende riferirsi a coloro che usano "pratiche usuraie e mercantili". Costoro, indirettamente (solo indirettamente? in una società capitalistica?) "commettono un omicidio".

Il CCC insomma non si preoccupa di "capire" il crimine di chi, sottoposto a condizioni di vita disumane, reagisce istintivamente facendosi giustizia da sé; non si preoccupa minimamente di giustificare coloro che, sottoposti alle medesime condizioni, ad un certo punto decidono di organizzarsi politicamente per rovesciare i poteri costituiti; si preoccupa soltanto di trovare dei "colpevoli", siano essi volontari o involontari, diretti o indiretti, lasciando da parte tutte le responsabilità che possono avere gli Stati e le istituzioni di potere, nonché i gruppi sociali dominanti di una determinata società.
Ormai, come ognuno si sarà certamente accorto, le parole non hanno più alcun significato. La chiesa è disposta ad affermare tutto e il contrario di tutto, cioè tutto quanto fa parte del suo impianto strettamente conservatore e, per essere più credibile, alcune cose che fanno parte dell'ideologia laica e democratica. Il problema non sta più nella scelta delle parole, ma solo nell'atteggiamento che il credente deve tenere nei confronti della chiesa. E l'atteggiamento giusto, a quanto pare, visto che nessun alto esponente della curia vaticana l'ha contestato, può essere considerato quello delle cattolicissime Filippine, il cui Parlamento, il 23 febbraio 1993, ha reintrodotto, nonostante l'opposizione della Conferenza episcopale filippina, la pena di morte, dopo averla abolita nel 1987, proprio facendo leva sulle affermazioni del Catechismo Universale.
p.s. Nella Evangelium vitae (1995, tre anni dopo la pubblicazione del CCC), Wojtyla ha ammesso che l'ergastolo è una sanzione più moderata e rispettosa della vita rispetto alla pena capitale.
Enrico Galavotti galarico@inwind.it

Coalizione Italiana Contro la Pena di Morte - Nessuno tocchi Caino