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Ho appena intervistato uno di quei serial killers che lavora per
lo Stato. Credo fosse timido, poiché non ha voluto che il suo
nome venisse riportato.
Ci presentiamo, poi inizio l’intervista:
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“Qual’è la Sua professione?”, chiedo.
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“Uccido la gente”, risponde.
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“Si guadagna bene?”.
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“Non male”, risponde la guardia assassina.
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“Le Sue vittime lottano e si dimenano ogni tanto?”, chiedo.
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“Succede qualche volta, ma noi siamo in sei e ce la facciamo bene.
Ognuno di noi prende una parte del corpo [della vittima], una
gamba, un braccio, la testa, e lega quella parte del corpo al
lettino che poi viene mostrato al pubblico che assiste”.
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“E la sesta guardia cosa fa?”, chiedo.
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“Qualche volta, quando quelli si dimenano, è necessario che
qualcuno si sieda sul torace. A volte quelli si agitano come
selvaggi!”, risponde.
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“Mi pare comprensibile, visto che sanno che stanno per essere
uccisi”, dico.
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“Sì”, risponde il killer, “alcuni sembrano cavalli selvaggi
con uno sguardo davvero feroce!”.
Sto
facendo qualche altra domanda mentre entra suo figlio nella stanza
da gioco dove si sta svolgendo l’intervista. E’ una bella
stanza, con tanto di biliardo a sei buche, schermo TV gigante,
frigo per la birra, eccetera. Il ragazzino, di circa quattro anni,
si arrampica sul suo papà e poi si volta verso di me.
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“Giovanotto”, gli dico, “cosa vuoi fare da grande?”.
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“Voglio uccidere la gente, proprio come il mio papà!”,
ghigna il ragazzino.
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“Questo è mio figlio!”, dice il killer.
E’ così fiero del bimbo, il figlio che vuole seguire le sue orme
….
Il ragazzino, felice, abbraccia il padre.
Il padre è raggiante, ha un sorriso da orecchio a orecchio …
sappiamo come sono i padri coi figli!
Li lascio a questo punto. Non ha senso tenere una
conversazione di carattere professionale fra le risate e questa
atmosfera.
Sono così pieni di vita….
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Jack Danford - USA - (feb01)
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